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David Sanger, International Herald Tribune, 4 maggio 2009,

Mentre prosegue l'avanzata di al-Qaeda e dei taliban in Pakistan, cresce la preoccupazione di diversi funzionari del governo e dell'intelligence Usa. Si teme infatti che l'arsenale nucleare di Islamabad non sia al sicuro e che possa presto finire nelle mani sbagliate. Secondo fonti pakistane, la minaccia non sarebbe immediata poiché la gran parte degli armamenti non convenzionali del Paese si troverebbe attualmente a sud della capitale. Lo stesso presidente Obama si è recentemente dichiarato certo della capacità del governo Zardari di proteggere adeguatamente quei siti. Tuttavia, dubbi permangono, poiché gli americani non conoscono esattamente la localizzazione di tutto il materiale nucleare pakistano e la recente, e vittoriosa, incursione taliban nel distretto di Burner (100 chilometri da Islamabad) ha turbato i sonni di Washington. Anche perchè i pakistani si rifiutano di dare informazioni precise sulla dislocazione dei propri siti nucleari, forse timorosi che gli alleati siano intenzionati a distruggere l'arsenale nazionale nel caso rischiasse di cadere nelle mani dei taliban o di organizzazioni legate ad al-Qaeda.

La sicurezza del nucleare pakistano complica da anni le relazioni tra Islamabad e Washington e nemmeno il vertice  trilaterale Obama-Zardari-Karzai tenutosi nella capitale Usa il 6 maggio scorso, e condizionato dalla strage compiuta accidentalmente dalle truppe statunitensi in Afghanistan il giorno prima,  sembra aver sbrogliato la matassa. Un funzionario Usa, tempo fa incaricato di seguire le relazioni con Islamabad, ammette sconsolato: “Non possiamo che credere alle assicurazioni dei pakistani, come abbiamo fatto negli ultimi anni. Più la situazione sul campo peggiora più loro insistono a ripetere: tutto è sotto controllo.” E così, nonostante le recriminazioni, pubblicamente non resta che riaffermare la piena fiducia nell'esercito pakistano. Nonostante le sue connivenze con l'estremismo e le infiltrazioni di personaggi poco raccomandabili nelle sue fila.

In realtà, il governo americano sa che le infrastrutture nucleari pakistane sono altamente vulnerabili. Obama ha ereditato dall'amministrazione Bush un programma segreto pluriennale per decine di milioni di dollari, volto ad aiutare l'alleato asiatico a mettere in sicurezza armamenti e materiale fissile. Checché ne dica Zardari, e prima di lui Musharraf, il Pakistan non è autonomo da questo punto di vista. Se i pakistani accettano l'aiuto finanziario di Washington, essi respingono ogni ingerenza americana al momento di scegliere come destinare i fondi: in sostanza, gli americani pagano, ma non hanno accesso ai siti per monitorare l'efficacia del piano di sicurezza nucleare pakistano. Un fatto che irrita non poco il governo americano.

Ma chi controlla l'arsenale? Il presidente Zardari? Non proprio. Le 60-100 testate nucleari  sono in primo luogo gestite dal generale Ashfaq Parvez Kayani, ex direttore della famigerata intelligence militare, l'Isi, tristemente famosa per le sue connessioni con i movimenti estremisti afghano-pakistani. Il timore, non troppo nascosto, degli Usa è che gli insorti anti-governativi (che stanno minacciando in modo tanto eclatante l'autorità statale in queste settimane) provochino un incidente per costringere l'esercito a spostare testate nucleari od altro materiale fissile, con l'obbiettivo finale di sottrarli grazie alla complicità di qualche infiltrato. Un simile progetto sarebbe favorito dal fatto che, per stessa ammissione del segretario di Stato Hillary Clinton, “l'arsenale pakistano è disperso in diversi siti nel Paese.” Una  dispersione “utile” nel caso di conflitto nucleare su vasta scala contro un altro Stato (l'India) per evitare che  il nemico  possa con un solo colpo distruggere la capacità di risposta nucleare nazionale, ma potenzialmente pericolosa, poiché aumenta il ventaglio di obbiettivi per quanti (taliban ed al-Qaeda) siano interessati ad impadronirsi di parte di quegli stessi micidiali armamenti.
 

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