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Janiki Cingoli, Cipmo, 25 marzo 2009,

ll Comitato Centrale laburista ha approvato ieri sera, al termine di una drammatica sessione dei suoi 1470 membri, la proposta di ingresso in un governo di coalizione guidato dal Likud, insieme a Yisrael Beitenu (guidato da Avigdor Lieberman)e ai diversi partiti religiosi.

L'accordo raggiunto con Netanyahu, è senza dubbio tentante,anzi, come commenta il quotidiano israeliano Ha'aretz, sproporzionato: rispetto ai 13 deputati guadagnati nelle recenti elezioni (il peggior risultato nella sua storia), il Labour otterrebbe 5 ministri, di cui due tra i maggiori, Difesa(ove resterebbe lo stesso Barak) e Commercio e Industria, due vice ministri,più diverse presidenze della Knesset.

Rispetto alla politica internazionale, si prevede che Israele formuli un piano complessivo per la pace e la cooperazione in Medio Oriente, continui i negoziati si senta obbligato nei confronti degli accordi già firmati. Il Governo si impegna altresì ad applicare la legge sia rispetto agli avamposti illegali in Cisgiordania, siarispetto alle costruzioni illegali palestinesi (una simmetria certamente noncasuale). A questo si aggiunge un consistente pacchetto di proposte economiche, volto a dare aiuto alla economia in crisi e ai settori più disagiati della popolazione (pensionati, donne, investimenti industriali,stipendi del pubblico impiego).

Ciò nonostante, sette deputati, e quindi la maggioranza degli eletti, si sono opposti risolutamente all'accordo, affermando che esso tradisce il mandato degli elettori e snatura il partito, e minacciano di non sostenerlo alla Knesset.

Barak, nel suo intervento in apertura di riunione, ha affermato che restando all'opposizione il Labour avrebbe avuto un ruolo secondario, mentre al contrario nel governo potrebbe svolgere un ruolo essenziale sia rispetto all'economia che al ruolo internazionale del paese, evitando un suo drammatico isolamento, e garantendo che esso “non perda opportunità diplomatiche e non sia gettato in irreversibili avventure militari”.

Può apparire strano questo annunciato connubio tra i due leader, ma non lo è più di tanto. Essi si conoscono da molto tempo: Barak era a capo della unità di élite di cui l'altro faceva parte.

Il leader laburista era d'altronde convinto che il suo partito potesse restare all'opposizione solo per capeggiarla, se Kadima avesse raggiunto l'accordo per entrare al governo: ma nel momento in cui Tzipi Livni ha deciso di restarne fuori, seguendola esso avrebbe finito per restare schiacciato tra Kadima e l'estrema sinistra del Meretz e dei Partiti arabi.

Ancora, vi è stata certo la preoccupazione di evitare ad Israele uno scontro frontale con gli USA, che già si annunciava quasi certo incaso di una coalizione ristretta di destra, che avrebbe rifiutato di accettare gli accordi di pace precedenti e di intervenire sugli insediamenti, a partire da quelli cosiddetti illegali.

I due leader, inoltre, condividono in sostanza l'opinione che non vi sia oggi un partner palestinese reale, e che rispetto a quel conflitto il massimo che si possa fare è gestirlo, alleviandolo se possibile, ma non risolverlo.

Rispetto alla Siria, al contrario, Barak è da tempo convinto che la pace con Damasco sia possibile e opportuna, e anche Netanyahu, malgrado le promesse elettorali di non cedere il Golan, sarebbe più disponibile su questo versante, anche per aprire una finestra di disponibilità verso il sempre più impaziente alleato USA.

Infine, Likud e Labour si sentono i partiti storici israeliani,e sentono Kadima come una formazione abusiva e artificiale, formatasi a loro spese e con spezzoni dei loro partiti. Pensano che esso, che da quando è nato non è mai stato fuori dalle stanze del potere, relegato all'opposizione, possa essere soggetto a un processo di disarticolazione e forse di scomposizione, conil ritorno di una larga parte dei suoi componenti ai partiti di origine.

 

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