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Pier Virgilio Dastoli, Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, 16 marzo 2009,

Fino all'anno 1099 e per lungo tempo, il mondo arabo era stato incontestabilmente il depositario della civiltà più progredita fra leregioni europee, africane ed asiatiche che si affacciavano sul Mediterraneo andando dalla Spagna all'Iraq.

Come si sa, il Concilio di Clermont Ferrand (novembre 1095) aveva sancito la fine del pacifismo cristiano e dato fondamento teologico al bellum sacrum dal quale erano scaturite le crociate che iniziarono nell'agosto 1096 a Costantinopoli su ispirazione di Papa Urbano II e si conclusero nel 1538 con l'ultima predicazione di Leone X dopo che Costantinopoli era caduta nel 1453 un'ennesima volta nelle mani dei Turchi.

Nell'anno 492 dell'era mussulmana e cioè nell'anno 1099 dell'era cristiana, i crociati entrarono nella Città Santa sgozzando uomini, donne e bambini e saccheggiando case e moschee senza lasciare vivo nemmeno un mussulmano all'interno delle mura della città. Medesima e atroce sorte fu riservata agli ebrei che, riunitisi nella sinagoga principale,bruciarono vivi dopo che i crociati impedirono loro ogni via di fuga.

Eppure,gli occidentali avevano appreso dagli arabi gli elementi essenziali della medicina, dell'astronomia, della chimica, della geografia, della matematica e dell'architettura essendo consapevoli che la conoscenza della cultura araba, ad iniziare dalla lingua, era essenziale pergarantire l'espansione della loro opera di colonizzazione.

Dalla caduta della Città Santa in poi, il mondo arabo è stato invece e per secoli prigioniero dell'oscurantismo e dell'integralismo, spesso incapace di riscoprire le conseguenze benefiche delle scienze di cui erano stati eredi gli occidentali ma anche delle prime forme di produzione industriale e dello sviluppo dell'agricoltura. Secondo Amin Maalouf (consigliamo la lettura del suo bel libro "Les croisades vues par les Arabes")la sconfitta del mondo arabo e la sua decadenza oscurantista non furono solo la conseguenza della superiorità militare degli occidentali - che pure dovettero soccombere più volte nei secoli successivi agli eserciti turchi - ma alla loro incapacità di costruire istituzioni stabili, con l'effetto che la morte di un monarca minacciava l'esistenza stessa della monarchia e che l'assenza di stabilità nei poteri pubblici impediva lo sviluppo di regole comuni e dunque anche di diritti e di libertà.

Il Mare Mediterraneo è stato dunque solcato più volte dagli eserciti dell'una e dell'altra parte ma ha consentito anche una mutua interazione fra le varie ma non contrapposte culture che rendono ricche le popolazioni europee, africane e asiatiche che si affacciano sul mare.

Finito definitivamente negli anni sessanta il tempo del colonialismo e forti nella loro volontà di costruire una forma superiore di sovranità condivisa, gli Stati membri delle Comunità europee hanno in primo luogo rinnovato le antiche tradizioni di scambi con i paesi rivieraschi sull'altra sponda del mediterraneo, sottoscrivendo con loro degli accordi commerciali bilaterali. L'iniquità degli scambi, tutti a favore delle Comunità europee, ha spinto più tardi gli europei ad immaginare una politica mediterranea globale e quindi una politica mediterranea rinnovata per sfociare poi, a metà degli anni '90 e quando il mondo era cambiato conla fine dell'imperialismo sovietico, nella proposta di un partenariato euro-mediterraneo.

Nonostantele molte parole di buona volontà, pochi passi in avanti sono stati tuttavia fatti per dare sostanza all'urgenza ed alla necessità di intraprendere un cammino comune, anche perché gli europei avevano deciso di dare priorità politica e temporale all'unificazione del continente verso l'Europa centrale ed orientale. Con le adesioni del 1°maggio 2004 e del 1° gennaio 2007, l'unificazione europea ha raggiuntoun punto di non-ritorno in attesa del futuro ampliamento a tutta la regione dei Balcani. Prima Romano Prodi con il nuovo approccio della politica europea di prossimità, e poi Nicolas Sarkozy con l 'Unione per il Mediterraneo(UpM) hanno tentato di rilanciare su nuove basi la cooperazione fra le due sponde del mare ma, a otto mesi dal Vertice di Parigi, appare oggia tutti evidente che il sistema istituzionale adottato per l'UpM è paralizzato, che i sei progetti accolti dai capi di Stato e di governo stentano a decollare e che la rinnovata cooperazione rischia di arenarsi com'è stato per il partenariato nato a Barcellona nel novembre 1995.

Per due giorni, rappresentanti della società civile e di poteri locali provenienti da dieci paesi mediterranei (Portogallo, Spagna, Francia,Italia, Malta, Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia e Libia) –purtroppo e per evidenti ostacoli organizzativi in maggioranza europei ed in maggioranza maschi – hanno discusso la scorsa settimana a Genova e nel quadro di un Forum organizzato dalla Rappresentanza in Italia della Commissione e dalla Regione Liguria della cooperazione euro-mediterranea, affrontando questioni specifiche come l'immigrazione, la parità fra uomo e donna, lo sviluppo sostenibile e la convivenza fra culture.

Ci interessa qui riprendere e rilanciare immediatamente un'idea che è emersa durante il dibattito e che vale la pena di far circolare a guisa di provocazione per indicare un'alternativa alla paralisi istituzionale dell'Unione per il Mediterraneo. Come nel 1950 all'indomani della seconda guerra mondiale Jean Monnet lanciò l'idea di un sistema europeo che andasse al di là del dialogo intergovernativo ispirandosi alla lezione federalista che voleva mettere la parola fine alla sovranità assoluta degli Stati nazionali (rex in regno suo est imperator),così all'inizio del ventunesimo secolo potremmo immaginare di applicare alla cooperazione euro-mediterranea il metodo ed il progetto che furono alla base della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio. Ciò vorrebbe dire l'istituzione di un'alta autorità con poteri limitati ma reali nei settori in cui appare comune l'interesse dei paesi mediterranei (energia, ambiente, immigrazione, trasporti, mobilità…),un'alta autorità le cui decisioni siano vincolanti per tutti ma che agisca sotto il controllo sia del Consiglio dei Ministri che dell'Assemblea parlamentare euro-mediterranea. Accanto all'alta autorità, al Consiglio ed all'Assemblea parlamentare, sarà opportuno creare inoltre anche un comitato che riunisca i rappresentanti dei partner sociali e della società civile nel mediterraneo.

Come disse Robert Schuman per l'unificazione europea: "essa non sarà costruita tutta insieme ma sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto".

 

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