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Cesare Proserpio, L'Occidentale, 28 febbraio 2009,

I nuovi dati economici, comunicati dalla società federale russa di statistica (Rosstat) la settimana scorsa, hanno sorpreso anche gli economisti più “catastrofisti”, che ormai sembrano essere diventati i più ascoltati. La statistica chiave è il calo della produzione industriale del 16% a gennaio (comparato al gennaio 2008), mentre la stima degli economisti si era fermata al 12%. Il più colpito è il settore manifatturiero, crollato del 24%, in cui non si è verificato nessun fenomeno di sostituzione dei prodotti di importazione e di ripresa delle esportazioni, che invece avrebbero dovuto essere stimolate dalla svalutazione del 50% del rublo rispetto al dollaro.

Le speculazioni sulla moneta russa sono nettamente diminuite a febbraio, così il totale delle riserve valutarie si è stabilizzato attorno ai 385 miliardi di dollari (dai 600 miliardi di inizio agosto 2008), ma è difficile prevedere che la pausa duri e appare probabile che il rublo continuerà a scendere ancora, forse fino alla barriera psicologica dei 50 rubli per dollaro. L'arrivo costante di statistiche negative ha costretto il ministero dello Sviluppo economico a rivedere le sue previsioni sul PIL del 2009. Ancora alla fine del 2008, si ipotizzava una crescita molto rallentata ma superiore al 2% per l'anno successivo. Ma a gennaio, per la prima volta, le previsioni danno un PIL negativo (-0.2%), che sarebbe il primo dal “default” del 1998. Ora le previsioni sono già state aggiustate, e parlano di un calo del 2% del PIL e di una diminuzione della produzione industriale del 7,4%, mentre il volume degli investimenti avrà un declino non inferiore al 14%.

Per il normale cittadino russo, queste previsioni macroeconomiche si traducono in due grossi problemi: disoccupazione e calo dei redditi. Il numero dei disoccupati registrati ufficialmente è diventato di 1,8 milioni a febbraio (dagli 1,2 milioni di ottobre) ma, usando i criteri di misurazione internazionali, i disoccupati sono stimati a 6,1 milioni (un incremento del 23% da gennaio 2008), ossia circa l'8% della popolazione attiva. Ma perfino questi dati non rivelano del tutto la situazione reale: molte società trasformano infatti lavori a tempo pieno in part-time o mandano i dipendenti in lunghe ferie non retribuite, per non parlare dei sempre più numerosi russi pagati con mesi di ritardo. Le statistiche sui redditi reali a gennaio 2009 mostrano un calo del 6,7% in confronto al gennaio 2008, principalmente causato dal crollo del 26,7% nel periodo dicembre 2008-gennaio 2009. Il governo ha promesso di continuare nei suoi piani di incremento delle pensioni e dei salari dei dipendenti del settore statale, ma prevede, nonostante questo, una contrazione del reddito reale dell'8,3% nel 2009.

Un importante fattore che riduce progressivamente il benessere, e determina la debolezza della domanda interna di beni di consumo, è l'inflazione, che è prevista al 13/14% per il 2009, ma ha già raggiunto il 3,2% in un mese e mezzo a metà febbraio. Mentre il governo rivede ogni settimana al ribasso le sue previsioni, a causa dei dati sempre più negativi, sta diventando sempre più evidente che l'economia russa non è in grado di funzionare normalmente fino a quando il prezzo del petrolio rimarrà sotto ai 45 dollari al barile.

Ciò che è per certi versi sorprendente, vista la sempre più difficile situazione economica, è che le proteste popolari sono ancora limitate e non mostrano tendenze verso la violenza. Se a dicembre le autorità centrali avevano mandato le unità speciali di polizia (OMON) della regione di Mosca a reprimere duramente una dimostrazione nella lontanissima Vladivostok (sull'Oceano Pacifico), le proteste più recenti sono state modeste e si sono svolte senza troppi clamori, anche da parte di quei gruppi di solito abituati alle manganellate e agli arresti. Al momento, quindi, le autorità preferiscono non esacerbare gli animi con azioni di dura repressione.

Anche nelle cosiddette “mono-città”, ossia le città che dipendono, grazie alla delirante programmazione economica sovietica, da un'unica grande fabbrica o da poche fabbriche tutte dello stesso settore economico, e che sono le più colpite in assoluto dalla crisi, le proteste sono ancora molto limitate. A titolo di esempio la città di Togliatti (718.000 abitanti), dedicata al noto politico comunista italiano, è vicina al collasso economico, per il fatto che la sua sussistenza economica è legata unicamente alle sorti di una gigantesca fabbrica di automobili che oggi è in agonia. Gli esperti prevedono che proprio in queste città potrebbero scoppiare rivolte di elevate proporzioni e di carattere violento. Ma per ora, dato il timore ancora fortemente presente nei confronti delle autorità, sembra si voglia concedere ancora qualche mese al governo per stabilizzare le cose, prima di dar vita a proteste dure e massicce.

Al contempo la Russia corre il rischio di perdere totalmente il controllo di aree “difficili” come l'intero caucaso settentrionale e il Tatarstan, con possibile sfaldamento dell'unità dello stato, se le cose dovessero continuare a peggiorare. Il governo sta rinforzando le unità speciali della polizia e delle forze armate in previsione di diffusi tumulti, che sarebbero difficili da controllare se avvenissero in diverse aree del paese contemporaneamente; mentre l'informazione cerca di ostentare ottimismo, verso una crisi che si definisce passeggera, e ignora il fatto che tutte le misure prese fino ad ora non hanno sortito il minimo effetto positivo in nessun campo. Il presidente ha cominciato a licenziare i governatori delle regioni in seria crisi, dando ad intendere che molti problemi si devono alla loro incapacità, e si è espresso, come mai prima d'ora, in maniera critica verso il governo (quindi indirettamente anche verso il primo ministro Putin), lamentando che i suoi ordini non trovano applicazione pratica a causa dell'apparato burocratico.

Molti sottolineano come colui che si suppone eserciti il potere reale in Russia, ossia Putin, sembri essere sempre più avulso dalla realtà dei fatti. Essendosi circondato in questi anni solo da “yes-men” che gli dicono solo ciò che desidera sentirsi dire, fa discorsi che lasciano dubitare della sua effettiva consapevolezza della portata della crisi.

Intanto nessun ministro, essendo nota la tendenza di Putin a occuparsi di tutto e a prendere ogni decisione, mostra alcuna iniziativa personale e le misure di emergenza già adottate sono state tutte distorte a seconda degli interessi dei clan politici e degli oligarchi ad essi legati. Difficilmente sarà possibile ancora per molto mentire sulla gravità della situazione o scaricare su altri (i pesci piccoli) le responsabilità del disastro. Il “giorno del giudizio” potrebbe arrivare prima di quanto gli osservatori internazionali si aspettino. Saranno in questo caso le tante semisconosciute “Togliatti” sparse per la Russia e non Mosca o San Pietroburgo a cambiare il corso politico del paese.

 

Data:





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