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E' di questi giorni la notizia che General Motors e Saic Motor of China stanno discutendo della possibilità che il colosso americano dell'automobile ceda alla controparte cinese una porzione delle quote detenute nella joint-venture che le due imprese hanno costituito tempo fa.  Del resto  sono sempre più impellenti le esigenze di far cassa della General Motors, impegnata in una faticosa ristrutturazione aziendale.  Questo mirabile esempio di collaborazione sino-americana quasi stride con l'approccio della nuova amministrazione Usa nei confronti di Pechino. Obama, presentatosi all'Iran con toni concilianti e mantenendo con la Russia un atteggiamento di apparente, fredda, cordialità, ha invece scelto la linea dura con la Cina. Le prese di posizione di alcuni elementi chiave del suo governo lo stanno a testimoniare.

Le secche affermazioni del ministro del Tesoro Usa, Timothy Geithner, secondo cui la manipolazione del valore della valuta cinese (lo yuan) da parte del governo di Pechino sta complicando le relazioni economiche tra i due Paesi, rappresentano un'evidente rottura rispetto alla retorica della nuova amministrazione, che si è fin da subito impegnata a migliorare i rapporti dell'America con il resto del mondo. Da questo punto di vista, la Cina sembra rappresentare una vistosa ed ingombrante eccezione. In un articolo apparso recentemente sull'International Herald Tribune, Mark Landler ha osservato come i cinesi stiano avvertendo la vis polemica di Washington nei loro confronti anche nell'enfasi con cui il presidente Obama richiama la comunità internazionale ad uno sforzo condiviso  per combattere il riscaldamento globale e nella determinazione con cui il neo-segretario di Stato, Hillary Clinton, riafferma l'impegno degli Stati Uniti in difesa dei diritti umani. La discontinuità con l'amministrazione Bush, soprattutto in tema ambientale, è decisamente marcata. L'establishment cinese, per cultura attento ad ogni sfumatura del linguaggio, non sta certo apprezzando i continui riferimenti del governo americano al rispetto delle regole finanziarie/commerciali, alla tutela dell'ambiente e al difesa dei diritti individuali. Materie delicate rispetto alle quali Pechino non ama interferenze.

E' lecito dunque aspettarsi un periodo burrascoso nelle relazioni tra le due principali potenze mondiali? Difficile che un simile scenario si concretizzi. Il premier britannico, Gordon Brown, incontrando il 2 febbraio scorso il primo ministro cinese Wen Jiabao, ha tenuto a sottolineare l'importanza di una collaborazione tra Cina e Occidente per sconfiggere le tentazioni protezionistiche e per traghettare il mondo fuori dalle secche della recessione globale. Simile è la posizione dell'accademico americano, Jonathan Wiener, convinto che Stati Uniti e Cina possano trovare il modo per cooperare non solo in merito alla questione ambientale, ma anche su una serie di tematiche cruciali per la stabilità globale, dal commercio all'energia, dalla finanza alla sicurezza, senza dimenticare la lotta alla povertà.
 
Edward Wong, International Herald Tribune, 12 gennaio 2009,

Si sono sprecati in nostalgici ricordi a proposito dei negoziati segreti a Pechino, dell'alleanza anti-sovietica durante la Guerra Fredda, della prima visita di Deng Xiaoping negli Stati Uniti. Hanno menzionato l'esistenza di alcune questioni calde, come le tensioni in merito alle situazioni di Taiwan e del Tibet. In fin dei conti, i leader americani e cinesi che hanno preso la parola a Pechino lo scorso 12 gennaio hanno preferito puntare l'attenzione sugli straordinari progressi economici compiuti dalla Cina e sul ruolo mondiale ricoperto oggi dall'Impero di Mezzo. Quanto potrebbero essere diverse oggi le relazioni tra i due Paesi se Washington e Pechino avessero compiuto scelte sbagliate trent'anni or sono…

“Non esiste un legame diplomatico più importante al mondo di quello che si è consolidato tra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti d'America.” Così Jimmy Carter, ex presidente Usa. L'intervento di Carter ha aperto la due giorni di celebrazioni dedicate al trentesimo anniversario della normalizzazione dei rapporti tra Cina e Stati Uniti. Egli era presidente quando vennero ripristinati I rapporti diplomatici tra i due Paesi, il primo gennaio 1979. Nello stesso periodo Deng trasformava  l'economia cinese, determinando i suoi successi futuri che fanno sì che attualmente le due potenze abbiano un interscambio commerciale annuo di circa 400 miliardi di dollari. Non sorprende quindi il fatto che il mondo degli affari fosse ben rappresentato alla conferenza: solo per fare un esempio,Mary Kay, azienda americana leader nella produzione di cosmetici, è stata co-sponsor dell'evento.

I politici cinesi e americani che si sono impegnati per la reintegrazione della Cina negli affari globali sedevano ad un grande tavolo, intorno a Carter e consorte. L'America è stata rappresentata da personalità ben note, come Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinski e Brent Scowcroft, tutti ex consiglieri per la Sicurezza Nazionale, e da un pugno di diplomatici e alti funzionari. A rappresentare la Cina, tra gli altri, Qian Qichen, ex vice premier del governo cinese, Tang Jiaxuan, ex ministro degli Esteri, e Li Zhaoxing, anch'egli ex capo della diplomazia.

“Nelle ultime tre decadi, grazie ai nostri sforzi congiunti, il bastimento delle relazioni Usa-Cina ha resistito a potenti onde e tempeste”, ha affermato Qian. Tang ha invece ricordato il bombardamento dell'ambasciata cinese a Belgrado da parte della Nato nel 1999, evidenziando come persistano dei disaccordi su Taiwan e il Tibet. Altri speaker hanno preferito soffermarsi sui passi da gigante compiuti sul terreno della collaborazione tra le due nazioni, citando un'enorme mole di dati statistici: 145 città gemellate, il 10% dei laureandi di Yale che studiano cinese e molto altro ancora.

Brzezinski, da parte sua, ha fornito un elenco di problemi internazionali rispetto ai quali l'aiuto di Pechino potrebbe rivelarsi vitale per Washington: la crisi finanziaria globale, il cambiamento climatico, il programma nucleare iraniano, le dispute indo-pakistane e il conflitto israelo-palestinese. D'altro canto, il governo cinese ha trovato il modo di mettere in evidenza, sottilmente, quali siano le sue priorità. Non è stata certo casuale la scelta di esporre durante la conferenza un numero considerevole di pubblicazioni curate dal governo stesso. Il titolo dei testi suonava più o meno così: “ Lo status storico del Tibet cinese.”
 

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