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Kadima ha completato la difficile rimonta sul Likud, assicurandosi la maggioranza relativa nella prossima Knesset. Questo l'esito più appariscente delle elezioni israeliane che si sono svolte nella giornata del 10 febbraio. Tuttavia, il reale vincitore della contesa è il partito di destra,  Yisrael Beiteinu, guidato da Avigdor Lieberman, che ha ottenuto 15 seggi e probabilmente sarà decisivo per la formazione del prossimo governo. Lo sconfitto è invece Ehud Barak, che ha condotto il Labor al peggior risultato elettorale della sua storia. In questo senso, la formazione politica che ha guidato Israele quasi ininterrottamente dalla sua fondazione agli anni novanta sembra destinata a seguire la mesta involuzione della sinistra europea.

Chi formerà il prossimo governo? La scelta spetta al presidente Shimon Peres, che preferirebbe, così come gli Stati Uniti e l'Europa, un esecutivo a guida Livni, la leader di Kadima. Ma si dovrà tenere conto soprattutto della volontà dei partiti, in un quadro politico frammentato dal ricorso al sistema proporzionale. Ed allora l'opzione Netanyahu si fa strada, sostenuta da un sostanziale predominio delle forze di destra nel prossimo parlamento. L'alternativa è un governo di unità nazionale imperniato sull'alleanza Kadima-Likud oppure una curiosa, ma non nuova, coabitazione tra il partito di Netanyahu e il Labor. Una cosa appare certa. Dopo la crisi di Gaza e nel mezzo di una recessione globale, il paese non può permettersi una situazione di stallo e precarietà istituzionale.

Questa la suddivisione parlamentare dei 120 seggi  totali tra le principali forze poltiche in campo al termine di una campagna elettorale dove i temi della sicurezza, della pace e della guerra hanno oscurato ogni considerazione sulla pesante crisi economica che sta colpendo anche Israele: Kadima (28), Likud (27), Yisrael Beiteinu (15), Labor (13), Shas-partito religioso ortodosso (11). I prossimi giorni saranno caratterizzati dalle schermaglie tattiche per la formazione di un esecutivo stabile e coerente. Manovre che rischiano di assumere un'importanza maggiore del processo elettorale appena concluso.

Mentre proseguono le trattative per la formazione del nuovo esecutivo (l'opzione Kadima-Likud con Netanyahu premier pare la più gettonata), il presidente dell'Anp, Mahmud Abbas, invita la comunità internazionale ad assumere rispetto al Likud lo stesso atteggiamento di chiusura tenuto nei confronti di Hamas. Prosegue così la campagna anti-Netanyahu condotta nelle ultime settimane dal leader palestinese, che, secondo la ricostruzione di Hareetz, starebbe valutando l'opportunità di mettere in campo un sorta di "resistenza diplomatica" contro Israele, a fronte della resistenza armata di Hamas. L'obbiettivo di Abbas sarebbe quello di mantenere alta la visibilità di Fatah rispetto ad Hamas anche nel caso il processo di pace dovesse arenarsi. Infatti, le promesse di Netanyahu di continuare il processo di pace e di impegnarsi per il raggiungimento di una "pace economica" non vengono considerate attendibili dalla leadership palestinese. 

 

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