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IL CONTAGIO ASIATICO
L’allarme della stampa Usa: “L’inflazione asiatica colpisce i consumatori occidentali”



Nel bel mezzo della crisi che rischia di degenerare in recessione, il governatore della Federal Reserve ha ammesso che l’America, oltre al rallentamento della crescita economica, ha un altro problema: l’inflazione. Nell’ultimo anno i prezzi sono cresciuti del 5%, solo nell’ultimo mese di oltre un punto percentuale. Bernanke lo ha riferito al Congresso e ne a discusso con i colleghi della Fed in un meeting che si è tenuto subito dopo la sua audizione davanti ai legislatori americani. Mentre gli economisti Usa si arrovellano per modulare il tasso d’interesse in modo da stoppare la spirale inflazionistica, è interessante notare come da diversi mesi sui mercati asiatici siano in moto dinamiche che possono aiutare a comprendere, almeno parzialmente, le determinanti dell’aumento dei prezzi che i consumatori americani ed occidentali sono costretti a fronteggiare.

Keith Bradsher, inviato in Asia dell’International Herald Tribune, nello scorso mese di aprile lanciava l’allarme, affermando come “l’età dell’oro” stesse volgendo al termine per i consumatori americani.  Per due generazioni, gli Usa hanno importato beni a basso prezzo dall’Asia. Beni prodotti a basso costo in Giappone, Corea, Cina, Vietnam ed India. L’economicità delle importazioni asiatiche era dovuta principalmente al basso costo dei fattori produttivi impiegati in quelle aree. Basti pensare per esempio all’irrisorio livello degli stipendi. Tuttavia, lo scenario sta cambiando, a causa dell’inflazione che ha colpito i Paesi asiatici a sviluppo accelerato. Infatti, il costo del lavoro e dell’energia necessari al processo produttivo sta crescendo non solo in Cina ma anche nel resto dell’area. ”L’inflazione è la minaccia più grave per l’Asia”, dichiarava ad aprile un alto funzionario dell’Asian Development Bank. Ovviamente, le difficoltà degli esportatori sono state scaricate rapidamente sui consumatori, in una sorta di contagio inflazionistico che si è manifestato nell’aumento dei prezzi dei beni importati in America ed Europa.

L’impennata del costo dei fattori produttivi asiatici si è scaricata con particolare virulenza sul livello dei consumi americani, solitamente elevatissimo ed ora stagnante. Due le determinanti che, congiuntamente, stanno incidendo pesantemente sulle tasche ed il morale del contribuente Usa. In primo luogo, i Paesi in via di sviluppo producono circa la metà dell’import americano ed è perciò evidente che ogni loro difficoltà si ripercuota con rapidità sull’economia Usa. In secondo luogo, la spirale inflativa sta colpendo l’Asia proprio nel momento in cui le valute degli Stati dell’area guadagnano terreno sul dollaro debole. E il peggio potrebbe essere dietro l’angolo in quanto, sinora, il contagio inflazionistico dall’Asia agli Stati Uniti è stato soltanto parziale. In  Cina, per esempio, i prezzi stanno aumentando alla velocità del 9% annuo, tre volte tanto rispetto al ritmo dello scorso anno. Se una simile dinamica si riproducesse negli Stati Uniti, l’effetto shock sarebbe immediato ed avrebbe conseguenze pesantissime sulla stabilità del sistema economico e finanziario globale.