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LE IDEE DEL SOCIALISMO NON SONO L'1 PER CENTO
L'insegnamento di Matteotti e il riformismo come metodo
di Pia Locatelli


 E' la prima volta dopo molto tempo che qualcosa che dovrebbe essere normale, e che è normale nella vita dei partiti politici in qualsiasi Paese d'Europa, avviene in casa socialista, nel nostro partito: parlo di un congresso vero, un congresso dove si discute, con tre mozioni e due candidature alla segreteria nazionale del partito. Per la verità (con l'eccezione di Rifondazione Comunista, che nella sua vita interna è un esempio di liberalismo) questa mancanza esiste anche per gli altri partiti italiani, ma non ci rallegra. Io credo che già questo, l'avere aperto un dibattito politico trasparente sulla base di tre mozioni, dovrebbe essere un fatto di cui andare fieri: in mezzo a partiti di plastica, partiti azienda, partiti personali, partiti che magari eleggono il leader in "primarie" di grande impatto mediatico ma dal risultato scontato, possiamo dire che il nostro è un partito vero, è un partito di uomini e di donne che, dopo una grande, catastrofica (chiamiamo le cose con il loro nome) sconfitta elettorale, si interroga, discute, si confronta su opzioni diverse e su diversi uomini (o... donne).Io sono fiera che il nostro sia un partito così: una vera comunità politica, senza proprietari, senza guru, senza azionisti con potere di veto.Qualcuno mi ha chiesto (raramente per la verità, più spesso trovo invece interesse sincero per il nostro congresso così normale, secondo me, ma così inusuale nel panorama politico italiano) se un partito ridotto ad una piccola forza possa "permettersi il lusso" di una discussione politica. Noi lo abbiamo scritto nella nostra mozione, la mozione 2, e lo dico qui ancora con forza: sì, noi abbiamo bisogno proprio di questo "lusso indispensabile": la democrazia.Basta, compagni, con il "primum vivere". Ricordate certamente che questo motto latino lo lanciò Craxi. Dopo la sconfitta elettorale del 1976 disse che era necessario pensare al "primum vivere" e che le divisioni, le diatribe ideologiche, il "philosophari" dovevano venire dopo. Questo richiamo all'emergenza trovava anche una ragione più profonda nel sistema delle correnti organizzate. La divisione in correnti era stata nel Psi una debolezza che aveva intaccato l'autonomia del partito. Democrazia Cristiana e Partito Comunista avevano interferito nella stessa vita interna dei socialisti. Chi tra noi è meno giovane ricorderà bene la fallita unità socialista del 1966-69. L'unità del partito era quindi la condizione per la sua autonomia, per condurre una politica che davvero cambiasse la politica italiana e il Paese. Più tardi, dopo la crisi di tangentopoli, l'unità è stata sentita di nuovo come una forma di emergenza. In attesa di ricostruire il Partito, ci siamo detti di nuovo tutti quanti che occorreva l'unità, occorreva ancora il "primum vivere". Ma questa emergenza è durata a lungo, troppo a lungo, ben quattordici anni. E abbiamo sbagliato.L'unità del partito è diventata negli anni qualcosa di patologico, non l'unione delle diversità, ma la riduzione ad uno: ci sono realtà locali con un consigliere comunale che sostiene uno, al massimo due consiglieri regionali. Spesso qualcuno di questi singoli esige di essere anche segretario locale o regionale, con il risultato che le decisioni di linea politica, o per le candidature, sono nelle mani di pochissime persone, a livello nazionale, regionale, locale, arrivando a far coincidere il partito con un ristrettissimo gruppo dirigente.Questa non è unità, ma impoverimento. L'asfissia delle risorse umane ha portato anche all'asfissia delle idee. "Primum vivere" per anni, mentre l'attesa ricostruzione non avveniva mai, e il partito rimaneva inchiodato ai suoi dati elettorali anno dopo anno. E come poteva essere altrimenti? Un partito che non si dedica al "philosophari", a produrre idee, ad un certo punto a cosa serve, a chi interessa? Si riduce a un problema dei suoi gruppi dirigenti. Ecco, esiste tra noi l'idea che un partito sia il suo gruppo dirigente.La doccia gelida della sconfitta elettorale di aprile ci ha riportati con i piedi per terra, mi auguro: con lo 0,98% non si può far finta di nulla.Certo, la sconfitta elettorale di aprile ha responsabilità che sono fuori dal nostro partito: in primo luogo la scelta - irresponsabile - di Walter Veltroni di cercare una... sconfitta elettorale a spese proprio dei suoi alleati di governo. Ma se ci limitiamo a questo, finiamo per piangere sul destino cinico e baro. E invece quando perdi non puoi piangerti addosso. Noi, compagni, siamo stati poveri di mezzi, circondati dal silenzio dei giornali e delle televisioni, tutto vero... ma siamo anche stati incapaci di proporre con forza adeguata e coraggio le nostre idee. Ed è questa una responsabilità collettiva, non solo di Enrico Boselli, perché la nostra comunità, nel suo complesso, ha balbettato per anni ed ha utilizzato il meccanismo delle coalizioni come una sorta di placenta: siamo rimasti all'i...


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