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LABOUR, E’ FINITO IL TEMPO DELLA CAUTELA
A prescindere dal risultato di oggi, Gordon Brown può vincere le prossime elezioni. Ma è necessario che torni all’essenza del brownismo e che sviluppi un’agenda politica ambiziosa e che persegua la giustizia



Sunder Katwala

Dopo un anno in carica, il governo di Gordon Brown rischia già di essere spazzato via dagli eventi. Ma, come io stesso ho scritto nel numero primaverile della Fabian Review, il più grande motivo di frustrazione per i sostenitori del Labour è la consapevolezza di quanto sarebbe praticabile la vittoria nelle prossime elezioni politiche se solo il Partito ed il governo dimostrassero di avere una strategia e la volontà per perseguirla.

In primo luogo, non vi è un grande mistero intorno alla visione di fondo del premier, anche se si può concedere agli elettori di non sapere quale sia. E’ una visione forte, che rimanda al fatto che la Gran Bretagna debba competere nell’economia globale non su i bassi salari, ma sul valore aggiunto della produzione, promuovendo il talento e cercando di raggiungere standards sempre più elevati. Questo approccio, che fotografa appieno la realtà, rischia tuttavia di sembrare eccessivamente tecnocratico.

Questa idea forte, ma difficile da trasmettere, deve essere presentata ai britannici in modo tale che essi possano collegarla alle necessità concrete della loro vita. Impegnarsi contro la povertà infantile e per garantire ai giovani un’educazione decente è un dovere per i progressisti. E’ un messaggio che non può lasciare indifferente il Paese.

La sfida non riguarda solo la comunicazione, ma soprattutto la strategia. La scorsa primavera,  Brown aveva ragione nel ritenere necessari il  cambiamento ed il rinnovamento. Ma, quando a giugno terminerà il primo anno al potere del governo Brown, di quale cambiamento si accorgeranno gli elettori?

In secondo luogo, il dibattito interno al Partito è stagnante. La sinistra teme che ignorare il disagio del Sud possa costare al Labour la propria anima; la destra blairiana paventano che accontentare i liberals che leggono il Guardian possa costare le elezioni. Il Labour tuttavia non recupererà se continuerà a dibattere su quali elettori vuole convincere e quali no.

Non è possibile sfidare l’attuale leadership, o almeno non dovrebbe essere possibile. Coloro (dal lato destro o dal lato sinistro) che non hanno avuto la forza, nel momento in cui la guida del Partito era vacante un anno fa, di proporre un candidato, farebbero bene a tacere ed a non dare argomenti ai media per poter speculare su situazioni che in realtà sono destituite di fondamento.

Piuttosto avvertiamo l’urgenza di un dibattito franco ed aperto sulla sostanza della missione politica del Labour.

Pochi, o forse nessuno, dei colleghi di governo di John Hutton (segretario per l’Impresa e le Riforme) condividono la sua celebrazione degli “enormi salari” e degli individui “che possono scalare senza limiti” le gerarchie sociali. Ma solo Hazel Blears (segretario per le Comunità ed il Governo Locale), con la sua preoccupazione di una “apartheid sociale tra ricchi e poveri”, ha corretto il tiro. Colori che nel governo Brown sono consapevoli dell’importanza di ridurre le ineguaglianze sembrano colti da timidezza al momento di esporre il concetto chiaramente al premier; forse qualcuno si comporta più da consigliere che da ministro. Senza un’adeguata elaborazione politico-culturale delle diverse anime del Labour, la strada verso il cambiamento è preclusa.

In terzo luogo, qual è il motivo di tanta cautela? Perchè il Labour è tanto restio a spendere il capitale politico accumulato negli anni? Da una parte, la timidezza può essere spiegata da una strategia gradualista del Partito che recentemente si è rivelata vincente. Dall’altra la titubanza sembra però legata ad una nevrosi da scarsa autostima, che attanaglia il New Labour e che lo induce ad un’eccessiva prudenza. Sotto questo profilo, dovremmo prendere spunto dalle parole pronunciate da Brown durante la Conference del Partito del 2003, quando il futuro primo ministro ricordava alla platea che i valori laburisti “ci rendono migliori quando agiamo con convinzione, quando siamo consapevoli di essere il Labour.”

Dopo undici anni al potere, la valutazione ed il calcolo dei rischi devono cambiare. Che abbia a disposizione due anni di mandato o che ne abbia sette, il Labour ha il dovere di fissare i principi di un’eredità progressista duratura e che sappia resistere alle sfide del futuro. Un compito che non può prescindere da considerazioni di natura tattica.

Negli anni novanta constatammo quanto il Labour fosse cambiato. Ma riproporre nel 2008 la tattica vincente del 1997 offre a David Cameron la scelta delle armi con cui combattere nelle prossime elezioni politiche. Un regalo ai Tories, dopo averli costretti, negli anni, ad adottare un linguaggio ed una postura finalmente più progressisti.

Quello che si propone di attuare Cameron è semplice. Tenterà di convincere gli elettori di quanto sia minima la differenza tra le proposte politiche dei due Partiti, con l’obbiettivo di trasformare le elezioni in un referendum sul governo uscente. Il Labour deve invece marcare la differenza con i Tories.

Una distanza che dovrà essere misurata sul terreno del cambiamento. La missione dei Laburisti deve riguardare la costruzione di una Gran Bretagna più giusta: deve riguardare la lotta alla povertà...



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