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PUTIN'S RUSSIA - LIFE IN FAILING DEMOCRACY
Una pubblicazione promossa da ENGLISH PEN
di Anja Politkovskaja
Editore: Harvill Press 296 pgg

Sono più di mille all'anno gli intellettuali che vengono imprigionati, processati, torturati, rapiti, minacciati e anche uccisi per aver esercitato il loro inalienabile diritto di espressione. L'associazione internazionale di scrittori, PEN (Poets, Essayists, Novelists, questo l'acronimo), dal 1921, si occupa di loro, promuovendo campagne e cercando di rendere la loro prigionia meno orribile di quanto sia. Perché vengano liberati il più presto possibile, perché vengano loro garantite condizioni di vita in cella non disumane, perché non ci si dimentichi di loro, perché l'ingiustizia non rimanga silenziosa. Perché "Free Expression is NO OFFENCE".
Aung San Suu Kyi è una scrittrice del Myanmar, tanto brava e attiva sul piano sociale e delle libertà civili che non solo è stata insignita nel 1991 del Premio Nobel, ma ha addirittura passato dieci degli ultimi diciassette anni della sua vita tra la prigione e la segregazione cellulare. Questo il riconoscimento che le è venuto dal governo del suo paese per aver difeso i diritti del suo popolo come leader della Lega Nazionale per la Democrazia. Non solo. Il governo dell'exBirmania ha ben istruito le proprie milizie affinché non si risparmiassero in attenzioni per una donna della sua levatura morale e intellettuale. Obbedienti come cani affamati, le auguste milizie del Myanmar le han fatto l'onore di sfregiarle il viso di donna bella, frantumandole addosso il finestrino della macchina in cui viaggiava tre anni fa, prima di prelevarla con sfarzosa violenza, doverosa del resto per una "pericolosissima" regina della parola, e rinchiuderla nella sua nuova reggia: una cella. Perché l'opera fosse completa si sono premurati che 100 dei suoi seguaci venissero trucidati.
Il giorno del suo 61° compleanno Aung non è rimasta sorpresa scartando il regalo della giunta militare: era l'ennesima proroga di un anno degli arresti domiciliari.
Quello di Aung è solo uno dei mille e più casi (tenendo conto che questa potrebbe essere la punta di un iceberg di soprusi, chissà quante altre persone sono state uccise per delitto di parola ancor prima che qualcuno si accorgesse di loro) che ogni anno vengono presi a cuore da International PEN, l'associazione mondiale degli scrittori (ne son stati membri il Nobel per la Letteratura John Galsworthy, Thomas Mann, Harold Pinter e Arthur Miller, per citarne solo alcuni) che promuove la libertà d'espressione e si oppone ad ogni forma di oppressione delle libertà intellettuali. PEN non si limita a far bella mostra di sé con discorsi retorici dagli scranni delle conferenze illuminate da lampadari di cristallo di Boemia, PEN agisce concretamente perché qualunque uomo o donna cui venga imprigionata la parola possa ritrovare la libertà di raccontare al mondo quello che pensa.
Nata a Londra nel 1921, PEN, acuto acronimo di Poets Essayists Novelists (poeti, saggisti, narratori), si configura da subito come "assolutamente apolitica", e allarga anno per anno il proprio campo d'azione, aprendo sedi in tutto il mondo, in modo da avere occhi e orecchie attenti in ogni angolo del globo dove uno scrittore o un giornalista sia trattato da criminale per aver esercitato il diritto di pensiero e parola che gli viene garantito dalla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo. Sembra quasi paradossale che un documento firmato a livello internazionale al Palazzo di vetro sia completamente muto in confronto al fragore che può scatenare un articolo di giornale nelle stanze di marmo del potere illiberale. È questo il caso del giornalista delle Maldive Mohamed Nasheed. "Negli ultimi quindici anni non ho fatto altro che entrare ed uscire di prigione. Sono stato torturato e maltrattato. Umiliato e ridotto a un niente. Sono stato picchiato, insultato e brutalizzato. Ho passato lunghi periodi in cella di isolamento. Io e il vuoto in due metri di gabbia". Il suo crimine? Aver scritto su The Island, quotidiano dello Sri Lanka, che i risultati delle elezioni nazionali nelle Maldive del 1989 erano state manipolate dal governo. Così comincia la sua odissea, le infinite torture per fargli confessare di essere un cospiratore, di odiare il proprio paese, di mentire per il gusto di mentire, e il suo processo (manipolatissimo, un po' come le elezioni, con tanto di incessanti minacce al suo avvocato) sfociato nell'assoluta proibizione di scrivere, di fare il proprio mestiere, di poter parlare. "L'unico amico che è riuscito a starmi vicino in questi orribili anni è stata la Writers in Prison Committee (WiPC) di PEN, per la precisione della WIPC di English PEN".
WiPC è una delle tante campagne che PEN promuove da anni. Attraverso la capillarità dell'organizzazione (e internet ovviamente ha notevolmente agevolato l'azione coordinata delle sue 144 sedi nazionali) è in grado di monitorare i casi in cui poeti, scrittori e giornalisti vengano ingiustamente rinchiusi a doppia mandata in una cella, rischiando di piombare nell'oblìo. Perché la grande paura di questi uomini e di queste donne è proprio che, come si suol dire, venga buttata via la chiave. Come ha affermato il poeta e giornalista siriano Faraj Bayrakdar, libero dopo 14 anni di violenta prigionia sotto pseudomaccarthistica accusa di connivenza con il Partito d'Azione Comunista: "grazie a PEN gli scrittori e i giornalisti detenuti hanno avuto la possibilità di liberarsi dell'incubo della dimenticanza. La dimenticanza è la morte simbolica del prigioniero".
Uno dei mezzi attraver...


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