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LE DUE DIMENSIONI DELLA PROTESTA URBANA

Dai riots estivi alle occupazioni autunnali dei centri della finanza

Data: 2011-11-30

Rodney Barker, novembre 2011,

Durante l'estate e l'autunno 2011, due presenze drammatiche e apparentemente del tutto contrastanti hanno imperversato per le strade di Londra e delle altre grandi città del Regno Unito. Entrambe rappresentano esempi peculiari di teatro di strada, anche se i personaggi dei due drammi sembrano molto diversi tra di loro.  Nel mese di agosto gli schermi televisivi e i monitor dei computer ci rimandavano le immagini di giovani scatenati intenti al saccheggio, allo scasso e alla cieca devastazione di beni, edifici e veicoli. Disordini che hanno causato la distruzione di negozi e case nell'area della cerchia interna dei sobborghi londinesi. La violenza non ha risparmiato altre città, come Manchester. I giornali, con la consueta dose di esagerazione, hanno titolato "Londra in fiamme", anche se per il 99% delle strade la vita scorreva pacifica come sempre.

Non v'è stato quasi nulla di nuovo nei riots dell'agosto 2011. Come già avvenuto in passato, e non solo in Gran Bretagna, una parte della popolazione urbana si è scatenata, mossa da una declinazione pubblica e collettiva della rabbia sconsiderata e disarticolata che determina gli scoppi di violenza a livello individuale, nell'ambiente  domestico come in strada (Ci stupiamo ancora delle tragiche conseguenze della furia improvvisa di un normalissimo cittadino?). Tuttavia, come sempre accade quando l'ordine pubblico è in ambasce, la piccola criminalità e i piccoli criminali ne approfittano per realizzare in pubblico quei reati che in condizioni normali sarebbero costretti a compiere in modo occulto e furtivo.

Lo shock dell'opinione pubblica davanti all'accaduto ha condizionato i commenti politici a caldo, quando l'ansia di contrastare e condannare ha avuto la priorità sull'analisi oggettiva dei fatti. A mesi di distanza, con più tranquillità, si cerca far luce sull'appartenenza sociale di coloro che sono stati condotti davanti ai tribunali e  di coloro che sono riusciti a sfuggire alla risposta repressiva dello Stato. Gli studiosi proseguono tuttora nel tentativo di comprendere e spiegare cosa sia realmente successo, sebbene i dati a disposizione rimangano incerti e rendano difficile l'arduo compito di determinare se i fermati, gli arrestati e i processati rappresentino davvero un campione rappresentativo dei partecipanti ai riots. Sotto questo profilo, è ipotizzabile che, nella concitazione del momento e nell'urgenza di offrire all'opinione pubblica una risposta efficiente e determinata, sia stato più facile far pagare soprattutto a chi era già noto alla polizia.

Si fa un gran discutere sulla natura di delinquenti abituali di molti dei saccheggiatori, ma ciò non deve distogliere gli osservatori da alcune questioni strutturali di fondo; la relativa povertà, la deprivazione e l'elevato tasso di disoccupazione delle aree teatro delle violenze. I rioters provengono tanto dal "feroce sottoproletariato" evocato dal Segretario di Stato per la Giustizia britannico, Kenneth Clarke, quanto dai settori della società più feriti e penalizzati dalla politica di tagli del governo di Londra. Bisogna ammettere che non esiste una spiegazione singola o semplice di quanto accaduto, anche se molte sono le chiavi interpretative offerte: la povertà, la criminalità, la subcultura delle gang, la brutalità della polizia, percepita come discriminatoria. In tutta evidenza, con le loro azioni, i saccheggiatori e gli incendiari, per la maggior parte giovani maschi, hanno denunciato la loro condizione di generazione alienata. Anche se la stampa ha parlato di folle di rivoltosi, gli individui coinvolti si sono raccolti in gruppi relativamente piccoli (centinaia di persone, non migliaia), spesso strettamente coordinati tra loro mediante l'utilizzo dei telefoni cellulari e dei social network. Dinamiche e scenari piuttosto diversi da quelli descritti in passato dai teorici del comportamento delle folle. La tecnologia ha consentito ai piccoli gruppi di facinorosi di diffondere il proprio messaggio in lungo e in largo e di intossicare le menti e le coscienze di una parte della popolazione, alienata e socialmente esclusa, ma cionondimeno intergrata in una società virtuale, dove esprimere il proprio sdegno per la propria condizione e per mezzo della quale, in circostanze eccezionali, organizzare la propria riscossa violenta. Proprio quello che è accaduto nell'agosto britannico.

E lo Stato? Un governo davanti a fatti di eccezionale gravità sente il dovere di riaffermare la propria autorità, lo deve fare per sopravvivere legittimato. Il mancato ristabilimento dell'ordine pubblico di fronte ai riots avrebbe comportato un fatale costo politico. Superata l'emergenza e l'immediatezza della crisi, la sfida che si para davanti al governo britannico è di affrontare il malessere che ha consentito a tanti giovani di compiere reati predatori senza alcun impedimento etico o morale. Oltretutto, è prevedibile che, presto o tardi, altri governi europei debbano affrontare simili emergenze latenti.

La risposta più immediata all'evoluzione violenta del disagio sociale richiederebbe un aumento della spesa sociale in tutte le sue dimensioni, cosa che per molti governi al potere in Europa è ideologicamente e politicamente impossibile da realizzare, a maggior ragione in tempi di crisi economica. L'altra misura a lungo termine, più cosmetica che sostanziale, implicherebbe un investimento nelle attività preventive e repressive di polizia nel tentativo (probabilmente illusorio) di impedire e limitare il ripetersi di episodi di violenza collettiva. Aldilà delle diffuse perplessità rispetto a un simile approccio, le costrizioni economiche dell'epoca presente, che impongono limitazioni di costo in tutti gli ambiti della vita associata, rendono poco plausibile anche questa opzione dai marcati tratti sicuritari. Ciò considerato, le dure giornate di agosto non possono essere archiviate come violente e sporadiche minacce all'ordine pubblico, ma anticipano i gravi e crescenti problemi che le autorità europee avranno nel governare collettività sempre più afflitte da alienazione, disillusione e disagio in un contesto socio-economico caratterizzato da risorse e opportunità decrescenti e da insicurezza e precarietà generalizzate.

Con la fine dell'estate e l'inizio del caldo autunno 2011, le strade delle metropoli globali sono state nuovamente, e clamorosamente prese d'assalto, ma con modalità differenti. La parola d'ordine "Occupy Wall Street!" ha travalicato i confini new-yorchesi e statunitensi per estendersi a tutti i centri finanziari dell'emisfero nord, ma non solo dato che anche paesi asiatici e sudamericani ne sono stati interessati. Occupy è diventato così un movimento internazionale di protesta contro gli squilibri socio-economici e l'ingiustizia sociale, diretto in particolar modo contro le istituzioni finanziarie e i settori speculativi, ritenuti primi responsabili della crisi economica globale. Le prime occupazioni hanno avuto luogo a New York e San Francisco, il 17 settembre 2011. Bivacchi e tende da campeggio sono fioriti un po' ovunque nelle piazze adiacenti ai quartieri generali bancari e finanziari di tutta Europa, Londra in testa.

Insomma, due tipologie assai diverse di ribellione a un ordine costituito ritenuto iniquo e poco funzionale, due distinte rappresentazioni del teatro della strada, due risposte differenti ai mali della vita economica occidentale. Si vogliono trovare punti di contatto? Tra gli autori dei saccheggi c'è chi ha voluto spiegare le sue azioni con l'opposizione al capitalismo, ma nei giorni della rivolta numerosi son stati gli attacchi ai piccoli negozi e locali a gestione familiare. I manifestanti di Occupy presentano posizioni più ragionate e sfumate. Il florilegio di poster, striscioni, e manifesti intorno alla la Cattedrale di St Paul a Londra hanno certamente espresso una condanna verso il modello capitalistico, ma hanno avanzato anche richieste per la regolazione di un sistema finanziario che appare fuori controllo. Non vogliono la fine del "modo di produzione capitalistico", ma civilizzarlo e moralizzarlo. I vandali e i campeggiatori (come potremmo definire in estrema sintesi i contestatori all'opera negli ultimi mesi) esprimono una protesta contro, e una presa di distanza da, un'economia che non solo non funziona ma che corrompe la coesione sociale e infetta l'esistenza dell'uomo della strada.

Se le forze di polizia sono state colte di sorpresa dai rivoltosi dei riots, la presenza costante e prevedibile dei dimostranti del movimento Occupy ha concesso alle autorità il tempo di prendere attentamente in considerazione le modalità della risposta. A Londra l'èlite finanziaria della City ha vissuto con preoccupazione l'emergere dei movimenti contestatari e si è impegnata sin da subito nel tentativo di sloggiare gli scomodi campeggiatori. Più morbido l'atteggiamento delle gerarchie religiose, meno propense a esigere dalle autorità lo sgombero forzoso dei piazzali delle chiese cittadine.

A Zuccotti Park, New York, la polizia si è prodotta nell'allontanamento coatto delle centinaia di persone che manifestavano il loro sdegno nei confronti della gestione dell'economia mondiale, dei danni provocati alla stabilità di molti paesi e dei soggetti responsabili di un simile malgoverno. Tuttavia, gli interventi polizieschi di New York finiscono per essere derubricati come episodi di piccola repressione locale, per loro natura impossibilitati a bloccare o a disperdere un movimento che si auto-alimenta di giorno in giorno. Occupy è ormai un movimento internazionale e per giunta difficile da contrastare per i governi, poiché non funziona come una organizzazione formale, dotata di un comitato centrale, o di ogni altro strumento tipico di un partito o di una organizzazione convenzionali. Non è possibile aderire ad Occupy, se non, appunto, occupando.

La reazione della politica agli occupanti è apparsa inizialmente lenta e compassata, ma poi si palesata con un'intensità proporzionale al ritardo e con un'efficacia ben superiore a quella dispiegata per contrastare i saccheggiatori di agosto. Perché? I disordini illustrato alienazione. L'occupazione punta il dito. L'occupazione di spazi pubblici e privati significa elaborare e articolare l'alienazione, mentre il saccheggio e la devastazione declinano in senso opportunistico ed espressivo la rabbia privata accumulata. Mentre cresce la distanza tra la massa dei cittadini alienati e le istituzioni globali che tengono, o dovrebbero tenere, le redini dell'economia mondiale, e parimenti cresce la condanna degli "irresponsabili atti di violenza" da parte dell'èlite politica, quel che sta accadendo in questi mesi sembra l'esatto contrario del disimpegno e del ripiegamento della società denunciato dagli idealisti disillusi.

Occupare è un'espressione di cittadinanza, e di una cittadinanza attiva e non formale, di reale coinvolgimento. L'unico requisito per prender parte a questa modalità di azione collettiva è l'azione. E nell'azione collettiva, dove i cittadini replicano  ciò che predicavano i profeti dell'Antico Testamento,  ossia dire la verità al potere, vi è la necessaria riaffermazione dell'eguaglianza tra governanti e governati. I gruppi di discussione che assumono un ruolo di primo piano nell'occupazione rendono simili i marciapiedi di Londra alle aule di seminari universitari, dove si insegue l'aspirazione a raggiungere un perfetto equilibrio e un armonioso dialogo tra gli studenti e il mondo accademico.  Coloro che partecipano a Occupy non seguono le regole del dibattito televisivo; non interrompono, non alzano la voce, non esprimono accordo o disaccordo a parole, ma mediante una gestualità simbolica. La tirannia della prevaricazione verbale viene così rimpiazzata dalla genuina uguaglianza dei partecipanti.

Gli eventi politici di strada degli ultimi mesi, nonostante le differenti modalità assunte, (l'inarticolata rabbia davanti alle risposte dei pubblici poteri alla crisi economica da un lato e la calma e ferma condanna delle cause della stessa dall'altro), annunciano una sfida allo status quo, a chi vorrebbe che le cose non cambiassero. La richiesta popolare di riforme, necessarie quanto regolarmente rinviate negli ultimi decenni, non potrà essere contenuta a lungo dalle forze dell'ordine, ma solo momentaneamente elusa. La tecnica dello struzzo può essere una tattica, non una strategia. (Traduzione a cura di Fabio Lucchini)


Rodney Barker, Emeritus Professor of Government, London School of Economics & Political Science
Emeritus Gresham Professor of Rhetoric, Gresham College
 

Two dramatic and apparently utterly contrasting presences burst
onto the streets of London and other major cities in the United Kingdom
in the summer and autumn of 2011, each of them a form of street theatre,
even if the character of the two dramas seemed very different. In August
television and computer screens throbbed with images of rampaging youths
carrying off lap tops, trainers, and the small portable booty bundled
out through smashed doors and windows. Rioting and looting destroyed
shops and homes in a circle of London inner suburbs and the violence
spread to other cities such as Manchester. Newspapers, with familiar
exaggeration, carried headlines that London was in flames, even though
for 99 per cent of streets life continued as peacefully as ever.
There is little that is new in the riots. City populations have again
and again, and not only in Britain, rampaged and destroyed in a
collective and public version of the unthinking and inarticulate rage
that, at an individual level, breaks out as violence in the household or
on the motorway. And as always, when public order is in abeyance, minor
criminality and minor criminals take advantage to seize in full public
sight what, in more orderly times, could only be seized covertly and in
the dark.
The shock to the public mind thrust politicians into instant comment,
condemnation and analysis, while longer and slower examination tried to
explain what had happened by analysing the social composition of those
who were brought before the courts, and those who were not. That
analysis is continuing, though any data is qualified by the uncertainty
as to how representative those subsequently arrested were of all those
who took part in the disorder. It may well have been easier to charge
those who were already known to the police.
But whilst there is still dispute about how many of the looters had
previous criminal convictions, the relative poverty, deprivation, and
unemployment of the areas where the looting happened and the people who
carried it out, is not in dispute. The looters were heavily drawn not so
much from, as the Justice Secretary Ken Clarke put it, a 'feral
underclass' as from the sections of society most wounded by government
policy.
There is no single or simple explanation of what happened, though plenty
have been offered: poverty; criminality; gang culture; insensitive
policing and a perception of police discrimination. But by their actions
the looters and arsonists, of whom the greater part were young males,
presented themselves as an alienated generation. Although the press
talked of crowds of rioters, those involved were mostly in relatively
small groups, hundreds not thousands, and often fairly closely
co-ordinated on mobile phones and via social media. This is rather
different from what one would think of as crowd behaviour. The
technology enabled small groups to spread their message far and wide.
There was a toxic combination of a section of the population which is
socially alienated and excluded, but technologically integrated into a
virtual society.
A government must show itself to be governing, and any failure to
establish and maintain public order carried a huge and potentially fatal
political cost. But it was under pressure not only to respond to the
immediate crisis, but to solve the long term problem of alienated young
males who see no moral impediment to looting and arson. Government's
abilities are limited here, and the most obvious measure is to increase
social spending in all its dimensions, the very thing that the current
government of the United Kingdom is ideologically and politically
prevented from doing. The other long term measure, which is a sticking
plaster rather than a cure, is to invest in policing in such a way that
such outbreaks are impossible or difficult in the future, and that too
imposes financial costs which the government is ideologically committed
not to accept. The August days presented grave problems ahead not only
for public order but for the government.
        As late summer moved into autumn, the streets of the major
cities were again dramatically occupied, but this time in what seemed an
utterly different way. Occupy Wall Street, which quickly became Occupy
Pretty Well Every Major Financial Centre, has spread across the northern
hemisphere, and tents have blossomed in the square around or next to the
banking and financial headquarters of cities from New York to London. We
are presented with two kinds of street theatre, and each is a response
to the ills of western economic life. Some of the looting rioters said
they were against capitalism, but then attacked small family owned and
run local shops. The Occupy demonstrators were far more nuanced. The
garden of posters, banners, and manifestos around St Paul's Cathedral in
London certainly contained condemnations of capitalism, but there were
also demands for the regulation of a system that had run totally out of
control, not for the destruction of capitalism, but for civilising and
moralising it. The looting and the camping are each a protest against
and a stepping away from an economy which not only isn't working, but
which is condemned as corrupting social life and infecting the lives of
ordinary citizens.        
Whilst the police in the United Kingdom were caught unawares by the
rioters, the settled presence of the Occupy demonstrators has given the
authorities time to consider how they wish to respond. In London the
financial government, but not the Church, is seeking the evict the
camping demonstrators. In New York's Zuccotti Park the police cleared
away the hundreds of members of the public who were demonstrating their
rejection of the ways in which the world's economy is being run, and run
down, and the people who are doing it. But the shut down in New York may
prove no more than a local repression, and has not dispersed the
protestors. Occupy is already an international movement, and all the
more difficult for governments to curtail because it doesn't work by
formal organisation, central committee, or any of the features of a
conventional party or political association. You can't join Occupy,
except by occupying.
Policy action against the occupiers has been slow in coming, but when it
arrived it was far more forceful than anything done against the looters
of August. Why? The riots illustrated alienation. The occupation pointed
a finger. Occupy is the articulate version of the alienation which in
the riots and looting was opportunistic private rage. But whilst there
is alienation from some of the dominating institutions of the
contemporary economic world, and condemnation of the irresponsible
looting at the top, what is happening is the very opposite of opting out
of society. Occupy is an expression of citizenship, and a citizenship of
action not formal, hollow enrolment. The only qualification for being a
member, is acting as a member. And in the collective action, of citizens
doing what Old Testament prophets did so well, speaking truth to power,
there is a reassertion of equality. The many discussion groups which
take up a prominent part of the occupation make the pavements of London
look and sound like university seminars. Or rather like university
seminars were a more perfect equality achieved or aspired to in
academia. Participants in Occupy do not interrupt, or speak at great
length nor do they express agreement or disagreement by voice, but by
elaborate hand gestures. The tyranny of the loudest voice is thus
replaced by the equality of participants.
        Each of the street politics events announces a challenge to the
way things are, the one inarticulate rage at government's response to
the economic crisis, the other calm condemnation of its causes. The call
for reform will not be ended by law enforcement, merely contained, and
avoided.









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