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RIVOLTE E INSICUREZZA URBANA

Martinotti: L’Europa ferita guardi ai successi di New York

Data: 2011-10-12

Guido Martinotti, ottobre 2011,

Dove sono andate le violente città americane?

A sorpresa,  le città europee, che la vulgata mediatica aveva sempre confrontato favorevolmente con le città americane, si ritrovano violente al punto che il governo inglese, dopo i tumulti e i saccheggi delle notti infuocate di Tottenham, si sottopone all'umiliazione storica di chiamare in aiuto di Scotland Yard il leggendario "Bill" Bratton", già capo della polizia di Boston, New York e poi di Los Angeles.  Segno di una inversione di tendenza, marcata dalle ripetute violenze nelle città francesi, da Strasburgo a Parigi, alla tragica carneficina di 77 persone a Oslo e sull'isola di Utoya, in un tragico replay di vicende sinora considerate tipicamente americane, fino alla violenza diffusa denunciata da Gomorra. E persino la Roma della tradizione rude, ma al fondo bonaria, della devianza da borgata o della satira de I soliti ignoti, si scopre "Roma a mano armata" (l'Espresso , 22 settembre 2011, pp.58-62) e "Roma Violenta" diventa un titolo di culto come Miami vice.

Mentre gli esperti stanno ancora interrogandosi su una interpretazione convincente  di queste nuove forme di violenza urbana in Europa,  l'opinione pubblica le ha archiviate rapidamente, presa dalla drammaticità della crisi economica, anche se non è affatto detto che tra le due questioni non ci siano collegamenti. Intanto nelle città americane  si registrano due decenni di diminuzione costante della criminalità, nonostante singoli eventi moto gravi. Va ricordato che fino all'attacco alle Twin Towers del 9/11 gli USA non conoscevano, o quasi, atti di terrorismo interno: il maggior numero di vittime per atti di terrorismo era dovuto agli omicidi di personale medico o paramedico da parte di fanatici antiabortisti, o ad atti di eccezionale gravità, come  le bombe di estremisti antigovernativi di destra (l'attacco all'edificio federale di Oklahoma City da parte di Timothy McVeigh), e naturalmente gli attentati alle Twin Towers e al Pentagono. Tuttavia, il cambiamento più sorprendente riguarda New York, la "mela cattiva", la giungla d'asfalto, la città pericolosa e violenta per eccellenza.

New York: una  città violenta

L'immagine di New York come città particolarmente violenta ha una lunga storia, spesso accompagnata da una ricca rappresentazione letteraria. Tra i tanti "riots" , disordini, sommosse, rivolte, che hanno scosso la città, il più grave rimane quello dei conscription riots del 1862, quando il proletariato bianco, prevalentemente di origine irlandese, scatenò una sanguinosa rivolta contro la coscrizione obbligatoria per la Guerra Civile, definita la "niggers war" (la vicenda è stata tra l'altro narrata nel film di Martin Scorsese, del 2002, Gangs of New York). Rivolta che Lincoln dovette reprimere a cannonate. Già durante quei sanguinosi eventi la Longshoremen Association, l'organizzazione degli scaricatori del porto, si distinse nella difesa violenta degli interessi dei bianchi contro la minaccia rappresentata dalla popolazione nera. Per lungo tempo i conflitti sociali si sovrapposero alle lotte tra le organizzazioni criminali su base etnica: irlandesi, ebrei, italiani, cinesi, portoricani ebbero ciascuno la propria specifica organizzazione gangsteristica, mafia  racket o RICO  (Racketeers Influenced and Corrupt Organization) legata alla corruzione politica.

New York è un grande porto marittimo, ma non ha sufficienti spazi di deposito, per cui la velocità con la quale si riesce a organizzare il trasferimento diretto della merce, dalla banchina ai mezzi di trasporto, è il momento strategico dell'impresa, ma è anche il punto debole sul quale il racket può fare leva. Longshoremen e stevedores (scaricatori e stivatori) hanno controllato per decenni tutto il sistema; ogni capetto-gangster controllava un pier (molo) e reclutava la mano d'opera giornaliera riscuotendo una tassa individuale. Nel 1949, Daniel Bell scrisse una importante inchiesta sul porto di New York (On the Waterfront) in Fortune, che contribuì ad aprire  un ampio dibattito sulla corruzione e il racket e condusse nel 1953 alla creazione della Waterfront Commission of New York Harbor; parte di questa vicenda venne raccontata nel film di Elia Kazan (On the Waterfront del 1954) con Marlon Brando e altri attori che impersonavano personaggi realmente esistiti come padre Corridan (il personaggio interpretato da Karl Malden nel film), il prete irlandese che cercò, senza riuscirci, di riformare il sistema del Porto. Ancora verso la fine degli anni '50, Bogdan Denitch, un socialista serbocroato poi sociologo a CUNY (City University of New York),  venne incaricato dall'Internazionale Socialista di cercare di organizzare un sindacato autonomo dal racket e mi raccontava che ogni mattina gli scaricatori (la sua prestanza fisica gli permetteva di mescolarsi bene con loro) si mettevano in fila, ma se volevi farti reclutare dovevi aver l'accortezza di infilarti una banconota verde nell'orecchio. Il racketeer  passava, sfilava  il biglietto verde e selezionava.

New York: una  città pacificata

Negli anni sessanta e settanta New York entrò in quella fase che rappresentò la peggiore crisi finanziaria delle città americane - che non sono protette dallo Stato come "enti locali" parte dell'amministrazione pubblica, ma sono "incorporated" cioè hanno lo stesso statuto di associazioni (corporations) private, tanto che possono tecnicamente fallire come un'impresa. Non sto a elencare tutta la triste serie di rivolte, a partire da quella terribile di Watts (a Los Angeles) nel 1965, se non per dire che il contesto in cui molte di queste agitazioni ebbero luogo  si legava anche al disagio sociale, al degrado urbano e alla criminalità. Negli anni dopo la quasi bancarotta del 1976, New York si trovò a rappresentare la città simbolo della riscossa, con il sindaco Ed Koch più attento  però allo sviluppo immobiliare che ai diritti delle minoranze, ma non ostile agli immigrati. Sono gli anni in cui il disordine sociale è forte e in cui l'immagine di una giungla d'asfalto domina la scena, mentre il city marketing cerca di contrastare l'immagine della "cattiva mela" del welfare degradato, con la Apple di "I love NY": la mela buona contro la mela cattiva.

E' l'era della  teoria delle "broken windows", cioè della ripulitura delle apparenze di disordine sociale e fisico  nelle aree più degradate  della città, che diventano gli slogan di questa più generale "supply side criminology" che puntava su una politica di massicce incarcerazioni. Il tutto condusse a una moltiplicazione per sette degli arresti nelle città americane. Una delle caratteristiche peculiari dell'azione di polizia legata alla teoria delle broken windows, nata in New Jersey, è la pratica di far fare ai poliziotti il pattugliamento a piedi invece che in auto. Oltre a registrare l'ovvia opposizione dei poliziotti, nelle 17 città del New Jersey  in cui venne attuata questa pratica non risultò di alcuna utilità per la diminuzione della criminalità. Per contro si rilevò un notevole aumento della sensazione di sicurezza da parte dei cittadini. Molta dell'insicurezza infatti derivava non dal diretto coinvolgimento in fatti violenti, ma dal timore di comportamenti devianti da parte di giovani minacciosi, ubriachi, hobos, mendicanti. Sopratutto se percepiti come "stranieri", cioè diversi dal familiare homeless sottocasa. Gli "stranieri" sono neri, mentre i poliziotti sono bianchi e si vedono. In tal modo però è stato facile trasferire sull'intera comunità nera (o di altre minoranze di colore) lo stigma della criminalità, creando un corto circuito di immagine tra disordine sociale e crimine, ma soprattutto introducendo una forte tensione tra poliziotti bianchi e comunità degli afro-americani che sfocerà anche in occasionali eventi sanguinosi.

In quegli anni si mette a punto l'altra strategia comunicativa, quella della "zero tolerance". Questa è l'era inizialmente dominata dalla personalità del leggendario  capo della polizia William J. (Bill) Bratton. Bostoniano, dirigente del New York City Transit Police Department nel 1990, poi Capo della Polizia a Boston, finché, nel 1994, venne nominato dal sindaco Rudolph Guliani 38° capo della NYPD, New York Police Department, e collaborò con Giuliani nell'attuazione della filosofia della zero tolerance. Ma Bratton ci aggiunse uno strumento importante, che è ancora oggi in atto e cioè il sistema CompStat di mappatura dei reati, che permetteva di rappresentare delle mappe di concentrazione degli eventi criminosi con la tecnica statistica degli "hotspots", con la collaborazione tecnica del sociologo John Mollenkopf della Graduate Division di CUNY. Bratton e Giuliani riuscirono con questa incisiva politica di comunicazione a fare accettare una sovrattassa che permise di assumere 5000 (meglio educati) nuovi poliziotti che rinforzarono l'azione del NYPD, che aveva intanto assorbito anche le polizie dei trasporti e delle abitazioni. C'è da aggiungere un particolare importante che sfugge ai corifei italiani del sindaco di ferro. Giuliani tanto fu duro sulle politiche di polizia, quanto fu tollerante, anche contro le tendenze nazionali, nei confronti della immigrazione straniera, spiegando con decisione che i clandestini avevano bisogno di aiuto e rassicurazioni non di prigioni. Bratton, dal canto suo, puntava soprattutto sull'azione mirata di polizia grazie alle mappe hotspots e sullo scoraggiare i reati nelle strade piuttosto che con le incarcerazioni, che a New York, in controtendenza, non sono aumentate. Alla fine tra le due personalità vi fu una forse inevitabile rottura visto che Bratton minacciava persino l'immagine di Giuliani, ma le buone pratiche, soprattutto CompStat, sono rimaste.

A sorpresa, oggi New York si presenta sulla scena delle grandi città americane come quella con la più accentuata diminuzione del tasso di criminalità, e le spiegazioni, anche se non sono poi così sorprendenti, però fanno giustizia di molta della trina ideologica che ha accompagnato le pur buone pratiche di polizia e gestione del crimine dell'era Bratton-Giuliani. "Nei due decenni recenti i newyorkesi hanno beneficiato della più lunga e sostenuta caduta del crimine di strada mai verificatasi in una grande città del mondo sviluppato", scrive nella sua recente ricerca sul tema, Franklin E. Zimring, criminologo della Law School di U.C. Berkeley, pubblicata nel numero di Agosto di Scientific American ("How New York Beat Crime", pp.55-59). Come è stato possibile?

Primo: New York vede cadere il tasso di criminalità e di arresti come è avvenuto in tutte le grandi città americane (e non solo, il discorso vale anche per l'Italia, ma non possiamo affrontarlo qui). La sorpresa è che questa più generale tendenza si è rivelata molto più marcata nella "violenta" New York che in altre città americane; il calo è durato due volte più a lungo che nella media ed è stato due volte più netto. Secondo: le interpretazioni tradizionali non servono a spiegare questo dato. La spiegazione più accreditata è quella basata su dati economici. Si era detto che l'aumento dei prezzi immobiliari nel quartiere centrale di Manhattan, oltre alle pratiche di tolleranza zero, avevano semplicemente spostato poveri, homeless e criminalità al seguito nei boroughs (contee) periferici, mentre Manhattan veniva "rigentrificata", cioè attraeva in misura crescente classe medio-alta con bassa criminalità. Il problema di questa spiegazione è che la criminalità non è diminuita solo a Manhattan come dimostra l'indice composto per i reati più gravi (tra cui omicidio, stupro,aggressione e furto di auto) ma anche, e con lo stesso tasso di diminuzione, negli altri boroughs. Quanto alla gentrificazione, è effettivamente in corso, ma dobbiamo considerare che a New York un potente e complesso sistema di rent control (blocco degli affitti) ha permesso anche a persone di reddito medio basso di rimanere in zone centrali. in termini di sicurezza, la stabilità della popolazione paga più del livello di reddito. Un amico che ha una casa di famiglia in un bel quartiere di Brownstones, parzialmente occupata da un inquilino ad affitto bloccato, mi ha detto di essere ovviamente non molto contento del mancato reddito, ma di considerarlo un prezzo ragionevole da pagare per contribuire alla sicurezza del suo quartiere e della città.

Terzo: l'altra credenza, smentita dai sorprendenti dati su New York, è che per vincere la guerra contro il crimine sia essenziale un potente investimento nella riduzione dei mali sociali teoricamente ricollegabili ai reati e che per fare questo occorra ricorrere, tra l'altro, a una massiccia campagna di arresti e incarcerazioni per allontanare soprattutto i giovani a rischio, coinvolti nei mercati illegali della droga, della prostituzione e del gioco illegale. Dai dati emerge invece chiaramente che non esiste un rapporto così diretto tra questi diversi fenomeni. Come sintetizza Zimring, "New York ha perso la war on drugs, ma ha vinto la war on crime." I reati violenti, quali omicidi, rapine, scippi e simili sono diminuiti drasticamente, anche se il consumo di droghe è rimasto diffuso. Questo non significa naturalmente che conflitti etnici, povertà, prostituzione o consumo esiziale debbano venire abbandonati a se stessi, ma semplicemente che si tratta di problemi sociali che non vanno affrontati con azioni di polizia; queste ultime devono invece essere dirette a reprimere il crimine, senza nasconderlo nelle prigioni. A New York non sono cambiate molte delle situazioni che si ritenevano connesse al crimine, ma semplicemente sono diminuiti i reati. E' vero, dice ancora Zimring, che la presenza della polizia impone forti pressioni su certe fasce della popolazione, giovani delle minorities soprattutto, ma è anche vero che questi gruppi sono anche quelli che hanno maggiormente beneficiato della diminuzione di vittime per omicidi.

In conclusione, se la ricetta è esportabile, cosa avremmo imparato? Due cose: la prima è semplicemente "good ol' police work", come direbbe il mio amico americano. Cioè l'importanza della presenza efficiente, autorevole e rigorosa, ma non smodata e aggressiva, della polizia, diretta a scoraggiare i reati, ma non a riempire le carceri di futuri delinquenti recidivi. Sembra una sciocchezza, ma va ribadita a fronte delle vere sciocchezze, come le famose ronde, che hanno riempito le pagine dei quotidiani e la testa dei cittadini italiani negli ultimi anni, lasciando vuoti i serbatoi di benzina delle pattuglie di polizia. L'altro elemento di sicuro successo sono le mappe computerizziate come quelle del sistema StatComp dette hotspots, cioè un sistema informativo efficiente, capace  di individuare le aree a rischio per un intervento tempestivo. Il braccio, si direbbe, e la mente. Ma la lezione più importante che si può trarre dall'esperienza di New York, concludono i ricercatori, è che tassi elevati di omicidi e aggressioni non sono il portato inevitabile della vita delle grandi città e che un destino criminale non è inscritto nell'ambiente in cui molte persone sono obbligate a crescere, così come non lo è nei loro geni.

Le violente città europee

Se vogliamo trarre qualche elemento di comprensione da queste vicende, valido anche per le città europee, penso che dovremmo concentrarci sui seguenti aspetti.

In primo luogo, la separazione tra risoluzione dei problemi sociali e problemi di criminalità. E' il contrario di quanto purtroppo è avvenuto negli ultimi decenni in cui hanno prevalso invece le logiche autoritarie della destra. Non sembri esagerato, ma il caso di Utoya, che fortunatamente rimane ancora una singularity, non è altro che la estremizzazione del concetto di repressione. L'altro, l'alieno, il delinquente assoluto, in questo caso il socialista, va eliminato. Le cose sono più evidenti in Francia dove le violenze delle periferie coincidono con una progressiva emarginazione, anzi esclusione, delle giovani generazione beur. E' stato proprio Sarkozy a distruggere tutto l'apparato di protezione sociale del periodo Mitterrandiano nelle periferie, lasciando i giovani e le forze dell'ordine faccia a faccia. Di lì a definire i giovani in protesta come "feccia" da eliminare con la polizia il passo è breve, ma molto costoso. Cameron lo sta ripercorrendo. Non ha stupito i sociologi che hanno letto i lavori di Charles Tilly sui moti di metà ottocento, scoprire che, ora come allora, gli elenchi degli arrestati non sono un campione di lumpen, ma di aristocrazia operaia o artigiani (oggi: informatici, creativi, giovani professionisti).  Naturalmente per Gheddafi anche i rivoltosi del suo paese sono "ratti" e "feccia", ma proprio partendo da questi estremi dobbiamo ragionare per separare due ordini di fenomeni che vanno tenuti distinti. Anche perché, se stiamo ai dati, ormai stabili da molti anni per le città americane, i due ordini di fenomeni (problemi sociali e problemi di criminalità) se sono contigui nell'immaginario e talvolta nello spazio, hanno andamenti indipendenti.

Secondariamente, i fenomeni di criminalità, come molti altri, vanno prima ancora che repressi, prevenuti. E tra i mezzi di prevenzione c'è anche l'uso proprio e intelligente delle forze di polizia. "Good ol' police work" . Purtroppo nel nostro paese si è proceduto in direzione opposta sotto la spinta di ideologie rozze e devastanti. Alla "prevenzione", che viene dal basso, che implica conoscenza e intelligenza dei fenomeni, che richiede un buon apparato statuale e amministrativo si è sostituto in generale il concetto di "protezione" che è top down, che militarizza e reprime le popolazioni interessate e che è molto costoso, il che permette grandi affari. La Prevenzione (che una attività seria, comunque bottom up e con un certo potere educativo perché richiede la partecipazione di tutti, è stata sacrificata alla Protezione, costosissima, talvolta autoritaria e che si applica a danno fatto. Nel caso della prevenzione della criminalità negli ultimi anni abbiamo registrato nel nostro paese le sciocchezza più rilevanti che però si possono tutte ridurre a una formula. I cervelli sono stati riempiti con le "ronde" (solo lì perché nelle strade se ne sono poi trovate poche), mentre i serbatoi delle volanti restano vuoti (è del  7 Ottobre 2011 la notizia di stampa che i PM antimafia calabresi si lamentano di non poter far fare ispezioni per mancanza di benzina).

Infine, ritorno in breve agli strumenti conoscitivi del fenomeno sul territorio, cioè le sofisticate mappe di statistiche geocodificate che permettono al sistema CompStat di individuare gli hotspots di New York per rendere l'intervento di polizia tempestivo ed efficiente. Non sembra che nelle nostre città sia disponibile alcunché di simile. A Milano, è di questi giorni la notizia che il comandante dei carabinieri e gli amministratori municipali disputano sui dati sulle infiltrazioni mafiose nella città. Pe contro, Roma, Bari, Napoli, solo per citare alcuni nomi, sono città in cui è diventato rischioso l'andare quotidiano anche per comuni cittadini o visitatori. Bisogna comunque esercitare quella attenzione prudenziale che una volta si consigliava ai turisti americani. Ma i dati sulla criminalità nelle città italiane non sono ancora disponibili con quella dovizia e precisione che permetterebbero agli studiosi  di proporre analisi debitamente approfondite.


PS. Mentre scrivevamo sono apparse le notizie delle proteste di giovani a New York. Ovviamente questo tipo di "disordini" non ha nulla a che fare con la criminalità Ma anche nell'ambito degli scontri per protesta è possibile vedere dallle immagini televisive un  diverso livello di violenza tra gli scontri londinesi e  quelli, pur duri, sul Ponte di Brooklyn. E' lecito supporre che l'allenamento della NYPD alla repressione  di strada coercitiva, ma non inutilmente violenta, di questi anni abbia dato i suoi frutti. Speriamo di non sbagliarci perché le tensioni sono destinate ad aumentare.


 

Guido Martinotti, Emeritus di Sociologia urbana nel SUM, Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze







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