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IL PUNTO DI NON RITORNO

Un'inchiesta di Jeffrey Goldberg

Data: 2010-12-07

Jeffrey Goldberg, The Atlantic, dicembre 2010,

E' possibile che nei prossimi 12 mesi l'imposizione di devastanti sanzioni economiche alla Repubblica Islamica dell'Iran convinca la sua leadership ad abbandonare il progetto di acquisizione dell'arma atomica. E' anche possibile che il movimento riformista dell'Onda Verde rimpiazzi in qualche modo il regime dei mullah, o che almeno trovi il modo di temperare il suo estremismo ideologico. E' anche possibile che operazioni di intelligence condotte da Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna e da altri paesi occidentali - azioni ideate per ostacolare gli sforzi nucleari iraniani mediante il sabotaggio e, occasionalmente, la sparizione di scienziati attivi nel programma - riescano a pregiudicare in maniera significativa i progressi di Teheran verso l'atomica. Ancora, è possibile che il presidente Obama, che ha dichiarato in diverse occasioni di ritenere "inaccettabile" l'ipotesi di un Iran nucleare, ordini un attacco militare contro i maggiori siti iraniani per la produzione di armi e l'arricchimento dell'uranio.

Ma nessuna di queste opzioni sembra al momento probabile - men che meno la possibilità che Barack Obama, per il quale scatenare una nuova guerra mediorientale non rappresenta un obiettivo realistico, ordini in tempi rapidi un attacco all'Iran. E' più plausibile ipotizzare che un giorno della prossima primavera il consigliere per la Sicurezza Nazionale israeliana, Uzi Arad, e il ministro della Difesa, Ehud Barak, telefonino simultaneamente alle loro controparti di Casa Bianca e Pentagono per informarle di un ordine appena impartito dal premier, Benjamin Netanyahu. Quel giorno del prossimo futuro, Netanyahu comanderà a un centinaio di F-15E, F-16I e F-16C e altri mezzi dell'aviazione israeliana di volare a est verso l'Iran - possibilmente attraversando l'Arabia Saudita, insinuandosi nel confine turco-siriano e passando direttamente nello spazio aereo iracheno, per quanto pieno di aerei da guerra americani. (Si tratta di uno spazio talmente affollato che lo United States Central Command, la cui area di responsabilità è il Grande Medio Oriente, ha già chiesto al Pentagono quale atteggiamento dovrebbe adottare nel caso gli aerei israeliani entrassero nella zona; secondo molte fonti, la risposta è stata "non abbatteteli").

In queste concitate conversazioni, gli israeliani diranno alle controparti americane di aver preso decisioni così drastiche perché per il popolo ebraico la nuclearizzazione dell'Iran è una minaccia di gravità paragonabile a quella hitleriana. Gli israeliani dichiareranno anche di essere convinti che un attacco preventivo possa ritardare il programma nucleare iraniano di almeno tre-cinque anni. Ribadiranno ai colleghi americani di non aver avuto scelta. Di non aver chiesto il permesso di attaccare perché di tempo non era rimasto.

Quando, dopo aver lasciato in massa le loro basi in patria, gli israeliani cominceranno a bombardare l'impianto per l'arricchimento dell'Uranio di Natanz, l'ex sito segreto di Qom, il centro di ricerca nucleare di Esfahan e, possibilmente, anche il reattore di Bushehr, insieme agli altri principali siti del programma iraniano (a prescindere dal fatto che riescano o meno a mandare indietro di anni il programma di Teheran), con ogni probabilità essi avranno già cambiato il Medio Oriente per sempre. Israele innescherà infatti un violenta rappresaglia, forse una sanguinosa guerra regionale, che potrebbe uccidere migliaia di israeliani e iraniani, di arabi e persino di americani. Il tutto creerebbe una crisi che nelle priorità di Obama relegherebbe l'Afghanistan a una preoccupazione minore, condurrebbe alla rottura tra Israele e il suo unico vero alleato (gli Usa appunto), rafforzerebbe inavvertitamente l'incerto dominio dei mullah a Teheran, determinerebbe un'impennata incontrollabile dei prezzi del petrolio e sprofonderebbe l'economia globale in una fase di turbolenza paragonabile al dissesto dell'autunno 2008, o peggio al dramma del grande shock del 1973. Ancora, l'attacco al programma nucleare iraniano metterebbe in pericolo mortale le comunità ebraiche in tutto il mondo, rendendole bersaglio delle formazioni terroristiche ispirate dall'Iran, come già è accaduto in passato in modo letale ma limitato. Infine, si completerebbe la trasformazione di Israele da ammirato rifugio dei perseguitati a paria tra le nazioni.

Se l'attacco dovesse riuscire a danneggiare il programma nucleare iraniano, oltre all'elenco di catastrofi sopra elencato, Israele rimuoverebbe la minaccia immediata dello Stato portabandiera del più feroce anti-semitismo teocratico. Questo risultato gli varrebbe la pubblica condanna, ma il privato ringraziamento, dei regimi arabi moderati del Medio Oriente, che temono la nuclearizzazione iraniana almeno quanto gli israeliani. Inoltre, Netanyahu e soci potrebbero vantare il merito di aver arrestato la nuclearizzazione del Medio Oriente, l'obiettivo primario di colui che attualmente alla Casa Bianca parla di contro-proliferazione.

La breakout capability: un incubo per Israele
Quando discuto la plausibilità e le possibili conseguenze di un attacco di Israele all'Iran, non mi sto esibendo in un esercizio intellettuale o in un gioco di guerra in solitario. Israele ha già attaccato e distrutto due volte il programma nucleare di un nemico. Nel 1981, aerei da guerra israeliani bombardarono il reattore nucleare di Osirak, bloccando - per sempre, come si è dimostrato - le ambizioni atomiche di Saddam Hussein e, nel 2007, sempre gli aerei di Israele rasero al suolo un reattore nord-coreano costruito in Siria. Un attacco all'Iran sarebbe senza precedenti solo in termini di scopo e complessità.

Sto esplorando la possibilità che l'attacco avvenga da più di sette anni, dai tempi della mia prima visita a Teheran, dove cercai di comprendere sia il desiderio iraniano di dotarsi dell'arma atomica, sia la volontà del regime, teologicamente motivata, di espellere lo Stato di Israele dal Medio Oriente. La vicenda mi ha appassionato sempre più, in particolar modo dopo la mia lunga discussione con Benjamin Netanyahu, avvenuta nel marzo 2009, poche ore prima che egli assumesse l'incarico di premier. Da allora, ho intervistato sulla questione una quarantina di attuali e passati decision maker israeliani, oltre a diversi alti funzionari americani e arabi. A tutti ho posto la seguente domanda: In percentuale, quante possibilità ci sono che Israele attacchi il programma nucleare iraniano nel prossimo futuro? Non tutti risponderebbero a una simile domanda, ma è emerso un consenso intorno all'eventualità che Israele colpisca l'Iran entro il prossimo luglio.

Il ragionamento proposto dall'élite israeliana non è complicato: nel volgere di un anno (o al massimo tre anni), l'Iran avrà acquisito la breakout capability nucleare, ossia la capacità di predisporre uno o più missili nucleari nell'arco di tre mesi. Il regime iraniano, da ciò che emerge da dichiarazioni e atti, ha individuato in Israele un acerrimo nemico; dagli anni sessanta in poi, quando Israele si dotò del potenziale atomico come garanzia contro il ripetersi dell'esperienza dell'Olocausto, il punto fermo della dottrina per la sicurezza nazionale di Israele rimane il seguente: a nessun avversario regionale dovrebbe essere consentito di raggiungere la parità nucleare con il rinato e assediato Stato ebraico.

Durante la nostra conversazione di un anno e mezzo fa, Netanyahu non ha accennato alla parità nucleare, in nome della tradizionale politica israeliana dell'amimut (opacità), che impedisce di fare riferimento all'esistenza dell'arsenale nucleare del Paese. Esso consiste in più di cento armi, soprattutto ordigni termonucleari a due fasi trasportabili da missili, bombardieri e sottomarini (due dei quali, secondo fonti di intelligence, stazionano attualmente nel Golfo Persico). Invece, il premier ha preferito soffermarsi sulla minaccia che il programma iraniano rappresenta per Israele e per la civilizzazione occidentale.

"Chi controlla le armi atomiche non può farsi profeta di un culto apocalittico e messianico. Quando gli adepti di un simile culto entrano in contatto con il regno del potere e delle armi di distruzione di massa, il mondo dovrebbe cominciare a preoccuparsi. Questo sta avvenendo in Iran", mi ha detto Netanyahu, preoccupato dalla complessità della situazione. Il pericolo non è solo che l'Iran o qualche suo alleato distruggano Tel Aviv; come molti altri leader israeliani, egli crede che se Teheran avesse l'arma nucleare la userebbe per consentire ai suoi accoliti (in particolare Hezbollah e Hamas, ndt) di rendere la vita ancora più complicata e pericolosa. Si teme insomma la fine dello status di Israele come porto franco degli ebrei e con essa la fine della ragion d'essere del secolare esperimento sionista.

Coloro che gli sono vicini dicono che Netanyahu comprende che Obama, col quale ha rapporti difficili (prima gelidi, ora freddi), creda genuinamente che sanzioni stringenti, combinate con incentivi vari che inducano Teheran ad avvicinarsi all'Occidente, possano ancora spingere gli iraniani a "una dignitosa retromarcia" (parole di un funzionario Usa). Tuttavia, secondo quanto ho ricavato dai colloqui con vari decisori israeliani, la pausa di riflessione del premier, durante la quale dare credito al tentativo occidentale di risolvere pacificamente la questione, si esaurirà alla fine di dicembre. Robert Gates, il segretario della Difesa Usa, durante un meeting della Nato nel mese di giugno, ha confermato che la gran parte dei rapporti di intelligence ritengono che all'Iran manchino da uno a tre anni per acquisire la capacità di fabbricare l'arma atomica. "In Israele, abbiamo capito che l'Iran potrà raggiungere l'obiettivo in nove mesi, nel marzo 2011", mi ha riferito un politico israeliano. "Se assumiamo che nulla cambi in quelle stime, ciò significa che per noi è tempo di pensare alle prossime mosse da intraprendere all'inizio dell'anno venturo."

Il governo Netanyahu sta intensificando i suoi sforzi analitici non solo nei confronti dell'Iran, ma anche rispetto a un soggetto che gli israeliani faticano a comprendere: il presidente Obama. Gli israeliani si stanno arrovellando per rispondere a quella che per loro è la domanda più pressante: il presidente Obama è disposto a usare la forza per impedire all'Iran di diventare una potenza nucleare? Tutto dipende dalla risposta.

Gli israeliani sostengono che il dossier iraniano richieda con urgenza l'attenzione dell'intera comunità internazionale e in particolare degli Stati Uniti, con la loro incommensurabile capacità di proiettare la forza militare. E' la stessa posizione di molti dei leader arabi.  Diversi leader arabi sostengono che l'influenza americana in Medio Oriente dipenda ormai dalla disponibilità degli Usa a confrontarsi con l'Iran. Vi è da quelle parti una diffusa convinzione che un attacco a una manciata di istallazioni nucleari sarebbe meno complicato e rischioso di quanto si sia rivelata l'invasione dell'Iraq. "Non stiamo parlando di invadere l'Iran, ma di mettere fuori uso qualche impianto pericoloso; l'America è in grado di farlo con facilità", mi ha ribadito un ministro degli Esteri arabo.

Barack Obama ha ripetuto più volte di ritenere "inaccettabile" un Iran nucleare. Gli israeliani dubitano tuttavia che un uomo che si è presentato come l'antitesi di George W. Bush, l'autore delle invasioni di Afghanistan e Iraq, sia disposto a lanciare un attacco preventivo contro un paese musulmano. "Il suo discorso al Cairo lo abbiamo visto e sentito tutti", mi ha detto un funzionario israeliano, riferendosi all'intervento egiziano del presidente Usa (giugno 2009) nel quale egli cercava di rilanciare le relazioni con i musulmani, sottolineando la volontà americana di rispettare l'Islam e di cooperare con la sua ala dialogante. "Non crediamo che egli sia il tipo di persona disponibile a lanciare un attacco deciso all'Iran. Temiamo di assistere a una politica di contenimento dell'Iran nucleare, non alla sua neutralizzazione." Il funzionario ha proseguito notando che persino Bush si mostrava cauto sulla possibilità di colpire gli impianti iraniani e come l'ex presidente tendesse a scoraggiare una simile operazione anche da parte di Israele.

Netanyahu e l'Iran
Questo ci porta alla seconda questione, che ha a che fare con la natura dell'uomo che sta valutando l'opzione militare: Netanyahu, un primo ministro che comprende profondamente il ruolo essenziale dell'America nel garantire la sicura esistenza di Israele, correrà davvero il rischio di recidere il legame di fiducia con Washington per lanciarsi in un tentativo solitario e rischioso di fermare l'Iran? Se l'Iran colpisse come rappresaglia le truppe statunitensi in Iraq o Afghanistan, le conseguenze per le relazioni di Israele con gli alti comandi Usa sarebbero catastrofiche.

Diversi commentatori e analisti israeliani mi hanno fatto notare come Netanyahu non sia l'unico a comprendere la portata della sfida; alcuni dei suoi predecessori hanno descritto la minaccia iraniana negli stessi termini esistenziali. Egli è pero differente. "Possiede uno spiccato senso del suo ruolo nella storia ebraica", azzarda l'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Michael Oren. Per comprendere perché Netanyahu avverta questo profondo sentimento - e perché la sua interpretazione della storia ebraica potrebbe condurlo ad attaccare l'Iran nonostante le obiezioni di Obama - è necessario comprendere Ben-Zion Netanyahu, il padre centenario del premier.

Ben-Zion Netanyahu - il suo nome significa "figlio di Sion" - è il più importante storico mondiale dell'Inquisizione Spagnola ed è stato segretario di Vladimir Jabotinsky, il fondatore dell'intrattabile branca "revisionista" del Sionismo. Padre di un eroe tragico di Israele, Yonatan Netanyahu, che morì nell'atto di liberare gli ostaggi ebrei a Entebbe nel 1976, e anche di Benjamin, che ha fatto di tutto per inorgoglire il genitore, ma che non ha mancato di deluderlo quando, nel suo primo mandato come premier negli anni novanta, cedette alle pressioni americane e ritirò le forze israeliane da gran parte dell'abitato cisgiordano di Hebron, la seconda città sacra del Giudaismo. Benjamin Netanyahu non è sicuramente tra i migliori amici dei palestinesi, sebbene stia concedendo qualcosa alla richieste di Obama, che auspica una ripresa del processo di pace. "Spesso nella sua mente è condizionato da Ben-Zion", mi ha riferito un suo amico. "Teme che il padre lo consideri un debole."

Nella festa per celebrare il centesimo compleanno di Ben-Zion, che si è tenuta recentemente al Menachem Begin Heritage Center di Gerusalemme davanti a un consesso che includeva il presidente di Israele, Shimon Peres, il padre del premier ha preso la parola: "La nazione di Israele sta mostrando al mondo come si comporta uno Stato che si trova di fronte a una minaccia esistenziale; guardando negli occhi il pericolo e valutando ciò che dovrebbe essere fatto e ciò che può essere fatto, per essere pronto a gettarsi nella mischia nel momento in cui vi siano le maggiori chance di successo."

Molti nei circoli del partito Likud confermano che coloro che sottovalutano l'influenza di Ben-Zion sul figlio lo fanno a loro pericolo. "E' stato un padre che ha dettato la tabella di marcia al figlio. Guardavo Bibi durante il discorso del padre. Era completamente rapito", ha confessato uno dei presenti alla cerimonia di cui sopra. (Uno degli alleati di Netanyahu alla Knesset avverte, senza delicatezza ma forse con accuratezza, che le probabilità che riprenda il processo verso la creazione di uno Stato palestinese indipendente aumenteranno solo dopo la morte di Ben-Zion. "Bibi non potrà ritirarsi dalla gran parte della Giudea e della Samaria (i nomi biblici della West Bank) e continuare a guardare negli occhi suo padre").

Rispetto all'Iran, Benjamin Netanyahu valuta la crisi negli stessi termini del genitore. Mi ha infatti ribadito: "L'Iran ha minacciato di annientare uno Stato. In termini storici, siamo di fronte a una affermazione aberrante. E' un oltraggio monumentale che è passato quasi sotto silenzio agli occhi dell'opinione pubblica mondiale. D'accordo, non sono mancate le condanne, ma non c'è stato un solenne j'accuse, non vi è stato lo shock generalizzato che mi sarei aspettato." Mi ha anche fatto notare che una cruciale lezione della storia ricorda che "le cose brutte tendono a diventare peggiori se nessuno le contrasta subito. I leader iraniani parlano della distruzione o della sparizione di Israele, mentre creano simultaneamente armi per mettere in atto i loro propositi."

A giugno, durante un discorso, Ahmadinejad non ha certo contribuito a tranquillizzare Netanyahu. Egli ha spiegato la storia del Medio Oriente in questi termini: "Sessant'anni fa, mediante un pretesto artificioso e falso, fabbricando informazioni e inventando storie, essi riunirono le più turpi e criminali tra le genti, solo apparentemente umane, da tutti gli angoli della Terra. Li organizzarono, li armarono e garantirono loro supporto mediatico e militare. Così, occuparono la Palestina e scacciarono la popolazione locale." La "storia inventata" sarebbe l'Olocausto. Gli sforzi del presidente iraniano di negare la realtà storica dell'Olocausto hanno il supporto dell'alta nomenclatura nazionale: il ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, nel 2005, affermava che "le parole di Mahmoud Ahmadinejad sull'Olocausto e Israele non sono frutto di opinioni personali, ma esprimono la visione del governo."

Il punto di vista della leadership iraniana è forse ancor meglio esemplificato dal commento, risalente al 2001, espresso dall'ex presidente Ali Akbar Hashemi-Rafsanjani, che lasciava presagire che l'eliminazione di Israele avrebbe potuto compiersi senza particolari sofferenze per il mondo musulmano. "L'uso della bomba atomica contro Israele distruggerebbe completamente quel Paese, mentre un simile attacco alle nazioni islamiche potrebbe al limite causare dei danni." E' il genere di ragionamenti che lascia intendere come la teoria razionale della deterrenza, o la minaccia della mutua distruzione assicurata, potrebbero non applicarsi al caso dell'Iran, che tiene pertanto sulle spine il governo israeliano. E non si tratta di una preoccupazione confinata agli ambiti della destra politica. Persino il partito di sinistra Meretz, duro nel condannare la politica di Netanyahu nei confronti dei palestinesi, ritiene il programma nucleare iraniano una minaccia esistenziale.

I politici israeliani non ritengono necessariamente che l'Iran, se dovesse acquisire armamenti nucleari, lancerebbe immediatamente un attacco missilistico su Tel Aviv. Spiega un funzionario della Difesa israeliana: "Da un lato, essi vorrebbero vedere gli ebrei spazzati via, dall'altro, sanno che Israele possiede una capacità di ritorsione illimitata - è un eufemismo per descrivere l'arsenale nucleare israeliano a disposizione per il cosiddetto second-strike - e, a prescindere da quello che Rafsanjani e altri dicono, abbiamo motivo di ritenere che essi sappiano di mettere a repentaglio la civilizzazione persiana."

Le sfide poste da un Iran nucleare sono più subdole di un attacco diretto, ha continuato Netanyahu. "Una serie di vicende sgradevoli seguirebbero quel singolo sviluppo. In primo luogo, gli alleati dell'Iran potrebbero continuare a lanciare razzi e a dedicarsi alle loro attività terroristiche potendo contare sull'ombrello nucleare. Ciò alzerebbe il prezzo di ogni eventuale ritorsione da parte israeliana, che, invece di rimanere un evento locale (sebbene doloroso), diverrebbe automaticamente di interesse globale. In secondo luogo, la nuclearizzazione dell'Iran esalterebbe i militanti islamici ovunque nel mondo, che interpreterebbero il fatto come un segno provvidenziale, come una premonizione del trionfo del fanatismo. Si determinerebbe un cambiamento sostanziale nel balance of power dell'area." L'Iran si adopererebbe con più convinzione nel persuadere gli arabi a non concludere la pace con Israele, mentre si scatenerebbe una corsa regionale agli armamenti atomici. "Il Medio Oriente è già abbastanza surriscaldato, una corsa agli armamenti lo renderebbe incandescente."

Per capire come mai israeliani di diversi schieramenti politici considerino l'Iran come la più cruciale sfida che tocchi al Paese in 62 anni di storia, è importante considerare lo status pseudo-sacro assegnato dall'opinione pubblica al monopolio nucleare israeliano in Medio Oriente. La narrativa nazionale, in breve, comincia con la Shoha, che è il termine ebraico per "calamità", e finisce con la Tkumah, "la rinascita." L'arsenale nucleare israeliano simboleggia la rinascita e qualcos'altro: che gli ebrei sono emersi dalla Seconda Guerra Mondiale avendo compreso quando fosse pesante il prezzo della debolezza.

Nel suo ultimo libro, Il segreto peggio conservato: l'affare della Bomba israeliana, Avner Cohen, preminente storico del programma nucleare israeliano, scrive che David Ben-Gurion, il primo premier israeliano, era quasi ossessionato dall'idea di sviluppare un arsenale nucleare come unica garanzia contro il pericolo di ogni futura schiavitù. "Quello che degli ebrei come Einstein, Oppenheimer e Teller hanno fatto per gli Stati Uniti, potrebbe essere replicato dagli scienziati israeliani per il loro Paese", dichiarò il leader. Cohen sostiene che la creazione dell'ombrello nucleare e del monopolio regionale ha consentito allo Stato ebraico di medicare le ferite inferte dall'Olocausto.

"Il primo presidente ebreo degli Stati Uniti"
Ben Rhodes, un vice consigliere per la Sicurezza Nazionale, responsabile della recente pubblicazione de La strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, e co-autore del conciliatorio discorso presidenziale del Cairo, ha suggerito che il programma nucleare iraniano rappresenta una chiara minaccia per la sicurezza americana e che l'amministrazione Obama risponde alle minacce in maniera simile ai governi precedenti: "Stiamo coordinando una strategia multidimensionale per accrescere le pressioni sull'Iran, ma ciò non significa che abbiamo tolto qualche opzione dal tavolo. Questo presidente ha già mostrato che quando egli ritiene sia necessario utilizzare la forza per proteggere l'interesse nazionale, non esita a farlo. Non stiamo facendo ipotesi su quando e se useremo la forza, ma credo sia chiaro che non stiamo escludendo a priori l'utilizzo della forza nelle situazioni in cui la nostra sicurezza sia in pericolo." (Un ex funzionario dell'amministrazione Bush mi ha invece confessato che il suo presidente dovette fronteggiare il problema opposto: Bush, screditato per essersi lanciato in due insidiosi conflitti e convinto che l'Iran non fosse prossimo a dotarsi dell'ordigno nucleare, si è sempre opposto all'uso della forza contro Teheran e l'ha detto chiaramente, "ma nessuno gli ha creduto").

E' innegabilmente vero, comunque, che l'Amministrazione non sempre sia apparsa salda e coerente sulla vicenda. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha criticato Obama per la sua tendenza a diffondere speranze senza fondamento in merito all'Iran. Durante la riunione del Consiglio di Sicurezza Onu del settembre 2009, Sarkozy ha detto: "Sostengo la politica della mano tesa degli americani, ma cosa ha portato di buono per il dialogo all'interno della comunità internazionale? Più uranio arricchito e le dichiarazioni aberranti da parte degli iraniani, che auspicano l'eliminazione di uno Stato membro dell'Onu dalla carta geografica."

Dagli incontri che ho avuto in questi mesi con gli alti funzionari Usa, ho ricavato l'impressione che essi volessero comunicarmi alcuni messaggi chiari, anche se non sempre coerenti: il presidente Obama non ha affatto escluso l'uso della forza nel suo impegno contro la proliferazione; l'apertura all'Iran non è naif ma dettata dall'esigenza di testare le intenzioni di Teheran; il presidente comprende il rischio che l'atomica iraniana inneschi una corsa agli armamenti regionale suscettibile di vanificare il suo sforzo contro la proliferazione; le valutazioni di israeliani e americani sul programma iraniano non sono mai state coincidenti come in questi mesi.

Gary Samore, che all'interno del Consiglio per la Sicurezza Nazionale si occupa di contro-proliferazione, mi ha detto che Israele concorda con gli Stati Uniti sul fatto che il programma iraniano per l'arricchimento dell'uranio sia afflitto da parecchi problemi: "La misura fondamentale della loro capacità di dispiegare armi nucleari sta nella velocità con cui essi possono produrre il materiale necessario per costruirle e, da quanto emerge dalle nostre misurazioni basate sui report dell'Aiea, gli iraniani non stanno facendo bene. Le particolari centrifughe che hanno in uso sono basate su una tecnologia inferiore. Stanno incontrando diverse difficoltà, in parte grazie al lavoro che stiamo facendo per impedir loro di accedere a componenti di fabbricazione estera. Quando producono componenti in autonomia, spesso lo fanno senza un adeguato controllo qualità." (Quando ho riferito la suddetta analisi a un funzionario israeliano, questi ha commentato: "Siamo d'accordo con questo assessment americano, ma siamo anche d'accordo con il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, che ha detto che all'Iran manca un anno per oltrepassare la soglia nucleare").

Dennis Ross, ex negoziatore di pace in Medio Oriente e attuale funzionario d'alto grado al Consiglio per la Sicurezza Nazionale: "Dall'ultimo anno abbiamo ricavato dati interessanti, che evidenziano come l'Iran tenti di eludere la pressione internazionale proprio quando si accorge che essa si sta intensificando; il che mette in luce la loro abilità nel calcolare costi e benefici di ogni azione. Nel giugno dello scorso anno, quando non risposero all'apertura bilaterale degli Usa, Obama disse che avrebbe fatto il punto della situazione a settembre. Poi, due settimane prima della riunione del G-20, gli iraniani si dichiararono disposti al confronto, dopo essersi rifiutati sino a quel punto. E non lo fecero perché avevano visto la luce, ma perché avvertivano che la pressione su di loro si stava intensificando. Sono ben in grado di riflettere sulle questioni che li interessano." Ross ha proseguito sostenendo che le sanzioni che l'Iran si trova ad affrontare potrebbero indebolire la capacità del regime di ragionare con accuratezza: "Le sanzioni stanno colpendo a tutti i livelli. Colpiscono il paese in un contesto di mala gestione, che costringe gli iraniani al razionamento dei sussidi per cibo e carburante; il Paese vive una fase di alienazione; vi è una divisione all'interno dell'establishment e tra l'élite e il resto della nazione. Essi comprendono i costi di mantenere il controllo su un'opinione pubblica sempre più delusa. Le sanzioni sono un problema per il regime e potrebbero scombinarne i calcoli. Abbiamo intrapreso un cammino promettente. Ciò non significa non valutare altre opzioni, ma valorizzare ciò che stiamo facendo e prepararsi a raccoglierne i frutti."

La questione a cui nessuno dell'Amministrazione sembra disposto a rispondere è la seguente: Che faranno gli Usa se le sanzioni falliranno? Molti esponenti arabi si sono lamentati con me del fatto che Obama non avesse comunicato loro le sue intenzioni, anche a livello generale. Nessuno dei funzionari arabi con cui ho discusso crede che l'amministrazione Usa comprenda la vera portata delle ambizioni dei loro avversari persiani. Un ministro degli Esteri in particolare è convinto che l'Iran stia traendo vantaggio dalla "ragionevolezza" obamiana: "Gli elettori di Obama si rallegrano quando egli afferma di non voler combattere l'Iran, ma dimenticano che non si tratta di una questione domestica statunitense. L'Iran continuerà a percorrere il suo percorso spericolato sino a quando l'Amministrazione comincerà a parlare in modo irragionevole. Il modo migliore per evitare di colpire l'Iran e far sapere agli iraniani che l'America sta pensando di attaccarli. Dobbiamo conoscere le intenzioni del presidente Usa in proposito. Siamo suoi alleati." Anche in Israele si sta investendo molto tempo per capire le intenzioni di Obama. Negli ultimi tempi, arrivano a Washington con una certa frequenza delegazioni dall'ufficio di Netanyahu, dai ministeri della Difesa e degli Esteri e dalla comunità d'intelligence israeliana. La regolarità delle visite è un segno dell'approfondirsi delle consultazioni tra Israele e Stati Uniti, mentre l'Iran si avvicina all'atomica: il capo di Stato Maggiore dell'esercito israeliano, il generale Gabi Ashkenazi, si confronta spesso col suo omologo americano, l'ammiraglio Mullen. Quest'ultimo ha di recente visitato Israele e il motivo principale del suo soggiorno, secondo fonti israeliane, è stato di "avere rassicurazioni sul fatto che noi (israeliani, ndt) non faremo niente in Iran prima di quando loro (gli americani, ndt) se lo aspettino."

Durante la mia ultima visita a Israele, molti funzionari e generali in congedo mi hanno chiesto se fossi in grado di spiegar loro Obama e i suoi sentimenti verso Israele. Qualcuno mi ha persino chiesto se considerassi Obama un anti-semita. Ho risposto citando Abner Mikva, ex membro del Congresso Usa, giudice federale e mentore di Obama, che nel 2008 era giunto ad affermare che, "quando tutto questo sarà finito (la campagna elettorale, ndt), la gente finirà per dire che Barack Obama è il primo presidente ebreo degli Usa." Ho spiegato che Obama si è nutrito dei lavori degli scrittori, dei giuristi e dei pensatori ebrei e che un gran numero dei suoi amici, sostenitori e consiglieri sono ebrei. Ma essere filo-semita non significa necessariamente simpatizzare per il Likud di Netanyahu - non certamente tra gli ebrei americani, che sono, come il presidente per cui hanno votato in soverchiante maggioranza, tendenzialmente favorevoli alla soluzione dei due Stati e dubbiosi rispetto agli insediamenti ebraici nella West Bank. Quando ho spiegato questi semplici concetti, un alto ufficiale israeliano ha ribattuto: "Questo è il problema. Se egli è un J Street Jew siamo nei guai." J Street è una organizzazione liberal filo-israeliana, nata per contrastare l'influenza dell'Aipac e di altri gruppi americani, anch'essi vicini a allo Stato ebraico (ma d'impronta conservatrice e aderenti alle posizioni più dure del governo israeliano, ndt). "Siamo preoccupati del fatto che egli ragioni come gli ebrei liberal americani che dicono, - se rimuoviamo alcuni insediamenti, i problemi dell'estremismo e dell'Iran verranno meno."

Nelle mie conversazioni con alcuni ex generali di aviazione e strateghi israeliani, vi è stato un tono prevalente di cautela. Molti di coloro che ho intervistato non hanno esitato a confidare, sotto la condizione dell'anonimato, che un attacco ai siti iraniani sarebbe molto arduo per Israele. E alcuni generali israeliani, al pari dei loro colleghi americani, hanno messo in dubbio l'idea stessa di un attacco: "Spenderemmo meglio il nostro tempo a premere su Obama perché attacchi l'Iran, piuttosto che prepararci a farlo in autonomia. Potrebbe essere un'azione troppo impegnativa per noi, mentre gli americani potrebbero farcela senza eccessive difficoltà."

Vari premier israeliani hanno ordinato nel tempo ai loro tattici militari di predisporre piani per un attacco al'Iran e l'aviazione lo ha fatto. E' impossibile sapere con certezza come gli israeliani effettuerebbero una simile operazione, ma alcuni ben informati a Washington e Tel Aviv hanno condiviso con me alcune considerazioni. La prima è che Israele avrà a disposizione un solo tentativo. Gli aerei di Israele volerebbero sopra l'Arabia Saudita, bombarderebbero i loro obiettivi in Iran e ritornerebbero in patria passando nuovamente sopra il territorio saudita, possibilmente facendo scalo nel deserto per rifornirsi di carburante - forse, se le voci che circolano negli ambienti di intelligence fossero veritiere, con la cooperazione segreta dei sauditi. Questi aerei dovrebbero far ritorno a casa rapidamente, in parte a causa della convinzione dell'intelligence israeliana che l'Iran ordinerebbe a Hezbollah di lanciare immediatamente razzi contro le città israeliane. In quel caso, l'aviazione israeliana dovrebbe essere pronta al contrattacco. Se anche il Comando Settentrionale di Israele avesse buon gioco nel contenere i razzi di Hezbollah in caso di colpo israeliano all'Iran, sorgerebbero delle limitazioni politiche a ulteriori sortite contro Teheran. Come mi ha confidato un generale, "i sauditi ci permetteranno di colpire una sola volta. Disattiveranno i loro radar mentre ci dirigeremo verso l'Iran e mentre torneremo a casa rapidamente. Il nostro problema non sono le difese aeree iraniane, perché sappiamo come neutralizzarle. Il nostro problema è che i sauditi appariranno colpevoli agli occhi del mondo se ci permetteranno di volare sopra il loro territorio per sferrare il colpo all'Iran."

Anche l'America risulterebbe coinvolta nell'attacco, anche se gli israeliani non dovessero avvisarla per tempo. L'assunto - spesso, ma non sempre, corretto - per cui Israele agisce solo con l'approvazione americana è un dato di fatto in Medio Oriente ed è un fattore che gli israeliani sanno di dover mettere nel conto. Ho discusso della questione con i funzionari israeliani che hanno più a cuore questo aspetto: Cosa accadrebbe se l'intelligence Usa dovesse venire a conoscenza dei piani israeliani qualche ora prima dell'attacco? "Sarebbe un incubo", mi è stato risposto. "Cosa accadrebbe se Obama telefonasse a Netanyahu e gli dicesse - So cosa state per fare. Fermatevi! - Vi fermereste? "Dovremmo, ma abbiamo anche deciso che i nostri piani non debbano essere condizionati dagli americani. Non vogliamo informarli prima, per il nostro bene e per il loro. E allora cosa faremmo? Ci sarebbero dure decisioni da prendere." (Due funzionari israeliani suggeriscono che Israele potrebbe lanciare alcuni allerta pre-attacco prima di colpire effettivamente: "Dopo la quinta-sesta volta, nessuno crederà che saremo realmente intenzionati a colpire.")

Un'altra questione insidiosa per gli strateghi israeliani: Come sapere con certezza se gli attacchi avranno in effetti distrutto un numero significativo di centrifughe e di altre componenti essenziali al programma clandestino iraniano? Mi è stato detto che Israele dovrebbe nel caso inviare dei commando per finire il lavoro, se necessario, e riportare delle prove dell'avvenuta distruzione. Le operazioni di commando, che secondo fonti d'intelligence verrebbero lanciate dai territori autonomi curdi nel nord dell'Iraq, dovrebbero fronteggiare rischi indicibili, ma un pianificatore militare mi ha detto che l'esercito non avrebbe altra scelta che ordinarle comunque. "E' troppo importante essere in grado di comunicare ai cittadini di Israele quello che riusciamo a realizzare. Molti israeliani credono che gli iraniani stiano costruendo Auschwitz. In caso di attacco, noi avremmo il dovere di far saper loro della distruzione di Auschwitz, o quantomeno della tentata distruzione." Vi sono anche leader israeliani convinti che l'attacco preventivo sarebbe troppo rischioso. Gabi Ashkenazi, il capo di Stato Maggiore dell'esercito, non sembra essere tra i più ferventi assertori del colpo, mentre altri generali hanno condiviso con me la preoccupazione che il solo parlare di "minaccia esistenziale" rappresenti una minaccia esistenziale al progetto sionista, concepito proprio per non rendere più pensabile che un rischio del genere possa incombere sul popolo ebraico.

Conclusione
Personalmente, ho notato una sorta di contraddizione. La creazione di una seria forza militare ebraica (la bomba atomica, l'aviazione) durante la Seconda Guerra Mondiale avrebbe potuto ridurre i danni dell'Olocausto. E' allora ragionevole ipotizzare che l'esistenza stessa dell'aviazione israeliana e dell'arsenale nucleare significhi automaticamente che il programma nucleare iraniano non possa essere l'equivalente dell'Olocausto. Ho proposto il ragionamento a Ephraim Sneh, ex generale e fermo sostenitore dell'attacco all'Iran. Ecco la risposta: "Abbiamo determinato un bilancio strategico in nostro favore, ma l'Iran potrebbe colpirci con un missile balistico dotato di un ordigno nucleare e nessun F-15 potrebbe impedirlo." E' un problema diabolico e i problemi diabolici hanno spesso indotto Israele a esagerare. Benjamin Netanyahu sente, per ragioni di sicurezza nazionale, che se le sanzioni fallissero egli sarebbe costretto a passare all'azione, ma un attacco alle istallazioni iraniane, di successo o meno, indurrebbe Teheran a moltiplicare gli sforzi (questa volta circondati dalla comprensione internazionale)  per dotarsi di un arsenale nucleare. La conseguenza sarebbe il caos in Medio Oriente per l'America.

Uno dei pochi israeliani che affronta flemmaticamente la minaccia iraniana è il presidente, Shimon Peres, l'ultimo membro della generazione dei fondatori dello Stato che abbia ancora responsabilità di governo. Egli vede il programma iraniano come una potenziale catastrofe, ma si batte affinché vengano imposte "sanzioni morali", seguite da sanzioni economiche e dalla creazione di "un avvolgente sistema anti-missile intorno all'Iran, in modo da impedire il lancio di missili dal Paese." Quando gli ho chiesto se egli credesse nell'opzione militare, mi ha risposto, "Perché dovrei dichiarare una cosa del genere?" Egli respinge l'idea di un'azione unilaterale, ritiene che Israele debba essere consapevole dei suoi limiti e, a differenza di molti altri nel Paese, crede che Obama, in un modo o nell'altro, troverà il modo di contrastare la minaccia iraniana, non a vantaggio di Israele (sebbene egli sia convinto che Obama si ergerebbe a difesa degli israeliani, se necessario), ma perché egli comprende che la sfida iraniana coinvolge anche gli interessi dell'America, dell'Occidente e degli Stati arabi alleati.

Mesi di interviste mi hanno convinto che l'amministrazione Usa si sia resa conto che Israele quasi certamente agirà contro l'Iran, e lo farà presto, a meno che nessun altro si prenda la responsabilità di fermarne il programma nucleare. Obama sa che un Iran in possesso dell'atomica rappresenterebbe una seria minaccia agli interessi americani e spegnerebbe il suo sogno di un mondo senza armi nucleari. Nei primi mesi di quest'anno, mi sono trovato d'accordo con coloro (israeliani, arabi e iraniani inclusi) che si dichiaravano convinti che Obama non avrebbe mai fatto ricorso alla forza contro Teheran e anche attualmente ritengo ci siano poche possibilità che questo accada nel prossimo futuro, se non altro per lo scarso entusiasmo del Pentagono in proposito. Ma Obama si sta occupando intensamente della questione. Comprendendo che la maniera migliore per evitare un attacco sia minacciare credibilmente l'Iran dell'intenzione di attaccare, la sua amministrazione sta considerando l'ipotesi.

Quando ho chiesto a Peres cosa pensasse degli sforzi di Netanyahu per condurre Obama verso la linea del governo israeliano, mi ha risposto con una parabola, che suggeriva come ogni Paese dovesse stare al suo posto e come fosse responsabilità del presidente americano, e solo sua, decidere come meglio salvaguardare il futuro dell'Occidente. Una risposta ispirata da un episodio legato al suo mentore, David Ben-Gurion: "Poco dopo l'elezione di John Fitzgerald Kennedy alla presidenza, Ben-Gurion lo incontrò al Waldorf-Astoria di New York. Dopo l'incontro Kennedy accompagnò Ben-Gurion all'ascensore e gli disse - Signor primo ministro, Le voglio dire che sono stato eletto grazie alla vostra gente, cosa posso fare per voi? Quello che può fare è essere un grande presidente degli Stati Uniti. Lei deve capire che avere un grande presidente degli Stati Uniti è un grande evento." Poi, Peres ha proseguito spiegandomi quale sia per lui il vero interesse nazionale di Israele: "Non vogliamo vincere alle spalle di questo presidente. Vogliamo vincere insieme a questo presidente." (Traduzione e sintesi a cura di Fabio Lucchini)


Jeffrey Goldberg è un giornalista americano di origine ebraica, specializzato in politica mediorientale. In passato ha scritto per il New Yorker

 







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