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L’ITALIA SI DEVE “RI-ORIENTARE”,
MA E’ IN RITARDO SULL’EUROPA

La "nuova frontiera" della Nato e' l'Islam. L’euro in crisi "politica" tenta l’isolamento tedesco

Data: 2010-11-24

Gianni De Michelis


La nuova Nato post-guerra fredda si
riorienta verso il mondo islamico; la crisi dell'euro ha origine nella crisi politica della Ue; le sole vie di uscita sono due e ruotano attorno alle scelte tedesche: quella dell'Europa germanica (o piccola Europa) e quella della Germania europea, con un ruolo nel Mediterraneo, area che torna centrale rispetto all'Atlantico, sia per gli europei che per gli Stati Uniti, impegnati sul Pacifico. Nella seconda ipotesi, l'Italia avrebbe lo spazio di una posizione strategica nella nuova fase che incorona la diplomazia regina delle relazioni internazionali al posto della guerra.
Gianni De Michelis fa il punto sulla situazione internazionale e sulla collocazione della politica italiana all'indomani del vertice Nato di Lisbona. E, nel pieno della crisi dell'euro, ritiene che le sue implicazioni (detto dal ministro degli Esteri che ha preparato e firmato il patto di Maastricht della cui applicazione si dichiara insoddisfatto) sembrano essere colte nel nostro Paese dal solo Tremonti. Quindi accusa: " Gli italiani sono in ritardo affannoso e stentano a trovare un ruolo nella nuova struttura politica europea che si sta definendo dopo il fallimento dell'ipotesi, troppo a lungo vagheggiata, della Federazione".

Il recente vertice della NATO offre diversi spunti di riflessione: le preoccupazioni espresse alla vigilia dal Segretario generale Rasmussen sul terrorismo internazionale e l'Afghanistan, le proposte della Turchia che ha chiesto di escludere l'Iran dalla lista dei paesi pericolosi per l'Occidente e, più in generale, i rapporti tra la Russia e la nuova NATO e il ruolo dell'Italia.

Il recente vertice della Nato di Lisbona in qualche modo rappresenta il primo passo verso un ri-orientamento del ruolo dell'Occidente nel mondo. Tra gli aspetti salienti, l'offerta alla Russia di riavvicinarsi alla NATO. Naturalmente, il sottinteso di questa offerta è il riconoscimento alla NATO di un ruolo direttivo nella costruzione della sicurezza mondiale, non più fondata sulla dissuasione nucleare. Quindi, da un lato il disarmo nucleare in prospettiva e dall'altro un ruolo della NATO (compresa la Russia) come principale strumento della sicurezza del mondo. Una sicurezza non più basata sulla forza, ma su una governance positiva multilaterale e multipolare. Tra l'altro, questa è un'indicazione anche sulla direzione del superamento della crisi; la crisi figlia degli squilibri dovuti a un mondo globalizzato non sufficientemente governato, la fuoriuscita dalla crisi come l'avvio di procedure per governare, sia pure in modo multilaterale, questo mondo diventato multipolare. Quindi, governare gli squilibri riducendone l'impatto.
Il dossier della non proliferazione nucleare è fondamentale per raggiungere un compromesso tra i diversi interessi di un Occidente allargato. Un Occidente che comprenda persino la Russia, superando la precedente divisione, quella della guerra fredda, tra primo e secondo mondo. Un superamento parziale, perché la Cina rimarrebbe comunque esclusa.
Tuttavia, vi è da considerare un aspetto ancor più importante, che è la ragione vera che in qualche modo fa di questo vertice della NATO il primo dell'epoca post guerra fredda e, probabilmente, il primo del post crisi. Mi riferisco alla questione della Turchia. E' vero, la Turchia ha svolto un ruolo assertivo che è stato notato da tutti i commentatori, ottenendo che l'Iran non venisse citato come uno dei pericoli che hanno indotto la NATO ad attrezzarsi con un nuovo sistema anti-missilistico. Però, al tempo stesso, la Turchia ha accettato non solo di far parte di questo sistema anti-missilistico, ma addirittura di offrire il suo territorio come uno dei punti strategici decisivi per l'organizzazione del medesimo.
E' lampante lo scarto rispetto alla proposta di Bush, che immaginava di collocare il sistema anti-missilistico a protezione dell'Occidente e dell'Europa in Polonia e nella Repubblica Ceca. Lo spostamento verso la Turchia corrisponde all'inglobamento della Russia nella sfera di sicurezza "atlantica". Inoltre, si prevede un nuovo ruolo per la Turchia, che quindi non viene espulsa dalla NATO ma addirittura assecondata nelle condizioni che essa pone; ciò significa che vi è un'offerta genuina e importante di collaborazione del cosiddetto Occidente al mondo islamico.
Questi sviluppi sbrogliano in qualche modo i problemi nel rapporto della Turchia con l'Europa, anche se sarà il futuro a dirci se e come si risolveranno definitivamente.  La richiesta della Turchia di far parte dell'Europa risale ai tempi della guerra fredda. La prospettiva della membership europea della Turchia guadagnò consensi negli anni '60, quando Ankara era ritenuta una delle pedine essenziali per risolvere a favore dell'Occidente la contrapposizione con l'Oriente. Terminata la guerra fredda, l'interesse europeo occidentale all'ingresso turco è venuto meno e, quando l'America chiese che venisse mantenuto l'impegno di consentire alla Turchia di entrare nell'Ue, alcuni paesi dell'Europa, soprattutto Francia e Germania, opposero un rifiuto. Svanito l'interesse a tenere i turchi legati al nostro campo, molte capitali europee hanno dunque preso le distanze da Ankara, assumendo posizioni non dico anti-turche, ma comunque di maggior freddezza.
Oggi, a fronte della nuova logica della NATO, la Turchia riacquista un valore centrale e probabilmente questo avrà delle conseguenze anche rispetto agli assetti dell'Europa. E' infatti evidente che un maggiore coinvolgimento di Russia e Turchia, che parta dai temi della sicurezza per poi estendersi ai temi istituzionali e della cooperazione economica, presuppone con ogni probabilità una modificazione delle regole del gioco istituzionale europeo.
Probabilmente noi dovremo ripensare nel corso dei prossimi anni le regole istituzionali dell'Europa per accomodarle alla Russia, alla Turchia e in prospettiva agli altri paesi del Mediterraneo. Il fatto che francesi e tedeschi stiano cominciando ad accettare un simile processo induce a ritenere che, contrariamente a quello che molti osservatori hanno sottolineato, non è la Turchia che sceglie tra stare con l'Europa o contro l'Europa e con il mondo islamico. Piuttosto, ci troviamo di fronte a una Turchia che trova il modo, esattamente come la Russia, di avere un ruolo centrale sfruttando la duplice natura di essere europea e islamica.

Una prospettiva che potrebbe creare delle grandi difficoltà nei rapporti con Israele.

Non necessariamente. Ho sempre sostenuto la tesi che inevitabilmente l'interesse di Israele deve prendere atto dell'interesse europeo e occidentale, e soprattutto degli Stati Uniti d'America, di andare nella direzione del compromesso. Obiettivo dell'Occidente è la soluzione non conflittuale dei problemi del mondo e del Medio Oriente in particolare.
Non dobbiamo dimenticare che nel recente passato la Turchia ha mantenuto un ottimo rapporto con Israele, al punto tale che ai tempi del governo Olmert (solo due anni fa) la Turchia svolgeva addirittura il ruolo di intermediario tra Israele e Siria. L'interesse di Israele è di capire dove soffia il vento e riallacciare rapidamente i rapporti con la Turchia approfittando, come in un certo senso aveva fatto nel corso dei decenni precedenti, del ruolo particolare di quel paese, al tempo stesso membro NATO, e quindi occidentale, e paese islamico. Ankara è necessaria a Israele per negoziare un compromesso con il mondo islamico arabo, e in modo particolare con i palestinesi.

Quali impressioni sulle traversie dell'euro?

Era evidente, e questo era scritto fin dall'inizio della storia dell'euro, cioè sin dal Trattato di Maastricht, che la moneta unica avrebbe potuto reggere nella misura in cui fosse proceduta l'integrazione politica dell'Europa. Ci si dimentica spesso che il Trattato di Maastricht fu il prodotto di due conferenze intergovernative parallele: la Conferenza per l'unione monetaria e  quella per l'unione politica. Sin d'allora appariva evidente che il percorso tracciato da Maastricht nel corso degli anni e dei decenni successivi si sarebbe dovuto sviluppare nella duplice direzione dell'integrazione monetaria, intesa come fase terminale dell'integrazione economica, e dell'avvio dell'integrazione politica. I due processi dovevano andare di pari passo. Per avere una moneta unica occorre infatti un potere politico centrale, coordinato o progressivamente capace di coordinarsi: una coerente politica fiscale, una capacità di prendere delle decisioni collettive per indirizzare la Banca Centrale Europea.
In una situazione di crisi e di squilibrio la Banca Centrale Cinese opera sulla base delle direttive del suo governo, la Federal Reserve si muove in concomitanza e in coordinamento con le direttive del governo degli Stati Uniti, mentre la Banca Centrale Europea non può prendere le decisioni perché agisce come un pilota automatico  in base alle direttive tracciate da Maastricht che non possono essere adattate alle situazioni concrete. Le difficoltà di questi giorni ci ricordano dei grandi passi avanti che avremmo dovuto fare e che dovremo comunque fare in direzione dell'unione politica.
Io lo sostengo da venti anni, lo dissi e lo scrissi mentre negoziavo il Trattato di Maastricht. Prima che esso venisse firmato, sostenni la necessità di un ri-orientamento anche dei meccanismi istituzionali di governo. Dal modello Europa e dal modello federale dovevamo passare al modello confederale, che tra l'altro era una intuizione soprattutto di Mitterrand in quegli anni. Il modello confederale è diverso dal modello federale: presuppone soprattutto una posizione uguale di ciascuno dei membri della confederazione e al tempo stesso può funzionare solo se qualcuno è considerato più uguale degli altri.
La confederazione che funzionò meglio nella storia d'Europa fu l'esperienza tedesca che condusse poi al secondo Reich, cioè all'unificazione formale della Germania. La confederazione funzionò perché era composta da un certo numero di membri, formalmente con il medesimo potere; tuttavia, ve n'era uno più  uguale degli altri, che era la Prussia.
Da tempo sostengo che in Europa non esiste un solo Stato che possa considerarsi più uguale degli altri, ma che occorre almeno un gruppo di Stati che sia l'avanguardia sufficiente a fare da baricentro per una integrazione confederale di 27-30-32 paesi; bisogna che si affermi un motore per l'Europa, costituito da tre, quattro, sei Stati. L'ipotesi "a tre" significa Gran Bretagna, Germania e Francia, quella "a quattro" include l'Italia, quella "a sei" prevede la partecipazione di Spagna e Polonia.
E' ovvio - ho visto la recente dichiarazione in questo senso di Frattini - che l'Italia, che ha interesse alla configurazione "a quattro" e "a sei", avrebbe dovuto operare in tutti questi anni nella direzione della trasformazione in senso confederale delle regole istituzionali delle istituzioni europee. Le dichiarazioni di Frattini in questa direzione, che hanno avuto una risposta quasi sprezzante da parte addirittura dei polacchi, la dicono lunga sul ritardo con cui l'Italia si è resa conto di quello che era il suo interesse nel quadro europeo.
In effetti, il no di Varsavia alla proposta italiana di un direttorio "a sei" dell'Unione merita una riflessione. I polacchi si sentono in qualche modo parte costitutiva del pilastro germanico dell'Europa e quindi seguono la linea della Germania per cercare un accordo con Parigi e Londra.  Roma avrebbe dovuto esserne consapevole da tempo e invece si sono sprecate occasioni su occasioni. Si è sprecata soprattutto l'occasione di far andare di pari passo il deepening (l'approfondimento) e il widening (l'ampliamento) dell'Unione. Lo scarto temporale fra il 2004 (quando è avvenuto l'allargamento) e il 2009 (quando è avvenuto l'approfondimento con il Trattato di Lisbona) è probabilmente una delle ragioni della crisi in cui ci dibattiamo oggi. Adesso dobbiamo recuperare in maniera un po' affannosa di fronte al rischio della disintegrazione dell'Europa e dell'euro. Una situazione figlia del colpevole torpore degli europei nel corso di questi venti anni, soprattutto di paesi come l'Italia, che più di altri avevano e hanno ancora bisogno dell'Europa.
Adesso probabilmente saremo costretti nel corso dei prossimi mesi, sia per salvare l'euro che per salvare il processo di integrazione europea, a fare addirittura un passo indietro rispetto all'ipotesi confederale e ad accettare un vero e proprio compromesso intergovernativo. In quest'ottica, inevitabilmente, saremo costretti ad accettare le regole del gioco e le condizioni poste dal paese più forte (cioè la Germania). Un'ipotesi comunque preferibile alla disintegrazione dell'Europa.

Nel libro scritto con Maurizio Sacconi, "Dialogo a Nord Est", parli della necessità di un ri-orientamento della politica estera europea, e in particolare italiana, verso la terraferma, verso la Russia. Questo riorientamento, necessitato dalla crescita dei nuovi paesi asiatici, rimetterebbe in evidenza il ruolo geopolitico del Mediterraneo rispetto all'Atlantico. In questo non vedi i segni di un allentamento dei rapporti con gli Usa, bensì un rafforzamento attraverso una loro ridefinizione. Allora, se la crisi dell'euro è politica, come sostieni, quale direzione dovrebbe assumere lo sviluppo delle relazioni internazionali europee?

L'Europa è l'area a cui noi apparteniamo nel mondo post-bipolare e l'Europa è la parte di mondo che ha i problemi maggiori nell'affrontare questa transizione. Io sostengo che l'Europa potrebbe avere dei grandissimi vantaggi dalla crisi in atto. Penso che l'Europa abbia delle straordinarie possibilità di divenire il perno del mondo del dopo-crisi, se solo capisse come comportarsi. Noi abbiamo la possibilità di contribuire alla scelta che l'Europa ha di fronte, ossia quella di definire il modo di reagire a questa crisi, per il quale, a mio modo di vedere, vi sono due possibilità.
Una reazione è quella difensiva, quella di chiudersi a riccio. Opzione che nel libro "Dialogo a Nord Est", scritto col ministro Maurizio Sacconi, definiamo "rattrappimento baltico", che potrebbe essere seguita dalle economie più forti. La scelta è tra l'Europa germanica e la Germania europea. Europa germanica nel senso di piccola Europa con le virtù o comunque con le caratteristiche di stabilità e di solidità della Germania, un' Europa costituita dall'Austria, dall'Olanda, dalla Scandinavia e da altri, che ovviamente abbandona al loro destino i Paesi più in difficoltà. Tale strada non è impossibile.  In Italia non se ne accorge nessuno, tolto Tremonti. Quello che ho cercato di spiegare anche a Giulio è che bisogna avere chiaro che, se forziamo troppo la mano alla Germania, il rischio dell'Europa tedesca diventa molto forte. Vi è la possibilità che la Germania tuteli le proprie prerogative, che non voglia più farsi carico della stabilità europea.
L'altra strada non è certo l'Europa com'è oggi, l'altra strada è inevitabilmente un'Europa che scelga di scommettere e di accettare la sfida di un nuovo mondo post-bipolare. Un'Europa che si immerga nel mondo globalizzato, il mondo multipolare, il mondo in cui c'è non solo la Cina ma anche l'Asia dell'Est, non solo l'India ma anche l'Asia del Sud, non solo il Brasile ma anche l'America Latina. Un'Europa che decida di espandere il suo orizzonte di integrazione verso est e verso sud e accetti la sfida che io chiamo Euro-Mediterranea, ma che in realtà è Russo-Mediterranea. Un'Europa che acconsenta di farsi carico della Russia e di quello che resta dell'impero sovietico e di estendere la propria sfera di integrazione ai Paesi dell'Area Mediterranea. Allargata, cioè ai Paesi del Nord Africa, del Medio Oriente, del Golfo fino all'Iran, confrontandosi ovviamente con tutti i problemi connessi.
Questa è la scelta che sta di fronte al nostro Paese e naturalmente dal punto di vista italiano io non ho dubbi, e non dovrebbe averli nessuno, l'Europa baltica, l'Europa tedesca, esclude l'Italia. Esclude non solo il sud dell'Italia, ma esclude anche il nord dell'Italia.
Le imprese italiane vanno in Svizzera, in Slovenia e in Austria, ossia esattamente in quella direzione. Vi è insomma la sensazione delle imprese del Nord di non riuscire più a rimanere competitive nel mondo di oggi e di domani. E quindi per l'Italia non c'è alternativa.
Dobbiamo contribuire a convincere i tedeschi ad affidarsi a un modello più inclusivo di Europa, più utile all'Europa. Credo che ci siano buone possibilità di convincerli. Vedo dei segnali in questa direzione e penso che il nostro Paese debba avere almeno una parte dell'opinione pubblica e soprattutto della classe dirigente in grado di capire l'importanza di questa partita e di giocarsela al meglio.







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