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IL LABOUR A UNA SVOLTA.
UN NUOVO DISCORSO RIFORMISTA PER L’EUROPA

Intervista a Olaf Cramme, direttore di Policy Network

Data: 2010-11-03

Critica Sociale, novembre 2010,

Il Labour Party volta pagina. L’uscita di scena di Gordon Brown dopo la sconfitta elettorale del maggio scorso e la fine di un’esperienza governativa di 13 anni hanno caricato di grandi aspettative di rinnovamento la Conference annuale del Partito, che si è tenuta a Manchester nel mese di settembre e che ha designato il nuovo leader. La vittoria piuttosto sorprendente di Ed Miliband segna in effetti un passaggio generazionale, ma sarà in grado la next generation laburista di ricucire le ferite interne al Labour e rilanciarne il profilo riformista? Obiettivo dichiarato della nuova leadership è riconquistare il centro dell’elettorato, freddo verso il Labour e incuriosito dalle proposte di David Cameron. In questa fase di delicata transizione, ci siamo confrontati con Olaf Cramme, autorevole studioso e opinionista, direttore del prestigioso think tank britannico, Policy Network. Il board del centro studi è di primissimo livello, annoverando Peter Mandelson come presidente onorario e Roger Liddle, ex consigliere di Tony Blair per le politiche europee, come chair. Il legame culturale tra Policy Network e la stagione del New Labour appare evidente e assume pertanto rilievo l’opinione di Cramme in merito agli sviluppo futuri del riformismo britannico ed europeo.

Mr Cramme, crede sia possibile per il Labour recuperare prontamente il sostegno del centro dell’elettorato britannico, così come si è proposto di fare Ed Miliband nelle sue prime dichiarazioni da leader del Partito?


Il Labour si trova in una situazione difficile dopo aver governato per tre mandati pieni. Lo smarrimento e l’indecisione sono comprensibili. Indecisione su come presentarsi all’opinione pubblica, su quali valori di riferimento difendere, su quale piattaforma programmatica seguire. Indubbiamente, la corsa per la conquista della leadership si è conclusa in maniera poco felice; non tanto perché abbia prevalso Ed Miliband, ma per le modalità che hanno consentito la sua elezione ai danni del fratello David. Il frazionamento del voto e il fatto che David abbia prevalso tra gli iscritti e i rappresentanti parlamentari per poi vedersi sorpassato a causa del voto dei sindacati hanno lasciato dei malumori.
Tuttavia, questo non deve costituire un fardello per l’azione del nuovo segretario. Ed Miliband ha la possibilità di conquistare il centro e di recuperare i consensi perduti. Non stiamo parlando di un estremista o di un massimalista intenzionato a spostare il Labour “troppo a sinistra”, come qualcuno sostiene con malizia. Tutt’altro. E’ altrettanto vero che egli dovrà lavorare parecchio per accreditarsi anche al di fuori degli ambienti laburisti, poiché,  rispetto al fratello, gode di una reputazione meno consolidata e di un profilo riformista meno riconosciuto a livello di opinione pubblica nazionale.

David Miliband, da anni considerato l’uomo nuovo del Labour, sembrava destinato alla leadership. Ora che futuro si immagina per l’ex ministro degli Esteri?


Non penso di esagerare nel dire che David stia vivendo un momento drammatico, quasi tragico. Egli voleva fortemente quella carica e per ottenerla a rinunciato un anno fa a diventare ministro degli Esteri dell’Unione Europea. Ha dovuto invece patire una sconfitta bruciante, difficile da accettare e da assorbire. In un Paese come la Gran Bretagna è complicato immaginare che nei prossimi anni egli possa ritornare in lizza per una posizione di tale rilevanza. Dato il prestigio acquisito, potrà forse optare per una prestigiosa carriera negli organismi internazionali e non è escluso che finisca per abbandonare definitivamente la politica attiva. Sarebbe senz’altro un peccato. David è giovane e competente e avrebbe molto da dare sia al Partito che al Paese, ma per lui ogni prospettiva di livello nella vita politica nazionale sembra preclusa. Almeno nel futuro prevedibile.

Siamo davvero giunti al termine dell’annoso dissidio tra cosiddetti Blairiani e Browniani?


Inutile negarlo, lo stile dei due personaggi è stato molto differente. Qualcuno, semplificando molto, ha parlato di “forma contro sostanza”. Ma non credo sia questo il modo di impostare un discorso serio. Tony Blair e Gordon Brown sono due personalità che hanno caratterizzato un’epoca, ma ora credo che la tanto pubblicizzata contrapposizione tra le correnti che ai due si richiamerebbero sia davvero sul punto di esaurirsi. Sarebbe davvero bizzarro continuare ad accapigliarsi sulle diverse concezioni di due uomini politici che hanno lasciato definitivamente la guida del Partito. Costituirebbe un’ipoteca difficile da accettare.
All’interno di una forza politica matura è normale che vi siano vivaci scambi di idee e che esistano visioni differenti su come affrontare i problemi. E’ giusto che sia così, altrimenti il dibattito si inaridirebbe e la democrazia interna risulterebbe danneggiata. Motivo per cui invito tutti a non strumentalizzare le fisiologiche controversie che si verificheranno e a non ricondurre ogni accenno di discussione interna al Labour alla presunta frattura tra Brownites e Blairites. Come si può pretendere che una partito di grandi dimensioni e tradizioni segua sempre all’unanimità il gruppo dirigente senza che venga avanzata la benché minima riserva? Non è necessario essere sempre e compattamente d’accordo con la leadership (notevole fu l’opposizione interna alle riforme intraprese da Blair negli anni novanta, ndr). Quel che conta realmente è condividere gli obiettivi di fondo dell’azioni politica, i valori cardine.
Ritengo perciò che l’abbandono definitivo dei due personaggi che hanno caratterizzato  l’opera di governo laburista possa rendere ancora più libero il dibattito interno. L’auspicio è che d’ora in poi ognuno possa esprimere opinioni divergenti senza correre il rischio di venir artificiosamente arruolato o etichettato. Anche se viviamo un’epoca di personalizzazione della politica, e questo avviene anche nel resto d’Europa, la preservazione della dialettica interna ai partiti è assolutamente imprescindibile.

I risultati delle elezioni generali della scorsa primavera hanno fotografato un’opinione pubblica britannica divisa e reso impossibile la formazione di un governo monocolore. E’ una situazione quasi inedita per la Gran Bretagna, che ha costretto Tories e Lib-Dem a formare una coalizione di governo. Dall’andamento del voto sembra che il Paese, in controtendenza rispetto al resto di Europa, conservi peraltro un orientamento di fondo riformista e progressista. Crede sia possibile una futura convergenza Lib-Lab, anche come modello per il resto d’Europa?


Numeri alla mano sembrerebbe che vi sia una maggioranza progressista in Gran Bretagna; il punto è che nel nostro Paese, come altrove in Europa, è sempre più difficile stabilire chi sia davvero progressista e distinguere i riformisti dai conservatori. Persino i Tories si definiscono oggi dei progressisti! David Cameron ha in un certo senso rotto con l’eredità di Margaret Thatcher, presentando una proposta politica meno tradizionalista e più aperta rispetto ai mutamenti e alle esigenze di una società in rapida transizione. E ha avuto un buon successo. Un elemento che invita alla cautela prima di esprimere giudizi netti sulle tendenze dell’elettorato britannico. Di sicuro né i Tories né il Labour possono oggi accreditarsi come i rappresentanti della maggioranza dell’opinione pubblica e questo induce alcune riflessioni sulla natura stessa del sistema politico.
Ciò premesso, un’alleanza tra laburisti e liberaldemocratici rimane sempre possibile e costituirebbe un interessante esperimento di collaborazione tra due culture politiche che hanno tratti comuni e complementari. Convergenze di questo genere si renderanno sempre più necessarie considerando le tendenze che si stanno manifestando in tutto il Vecchio Continente. Assistiamo oggi a una crescente polarizzazione politica che va a danneggiare i partiti tradizionalmente più forti a vantaggio delle ali estreme degli schieramenti, sia di destra che di sinistra. Un fenomeno che spinge, e spingerà sempre più, le formazioni maggiori (nel nostro caso, Tories e Labour) a cercare accordi di coalizione per governare. E’ successo con l’inattesa alleanza tra Cameron e Clegg è preventivabile che possa verificarsi in futuro nel quadro di un riavvicinamento tra laburisti e Lib-Dem.

Avendo vissuto e studiato la lunga esperienza di governo del Labour, quali sono a Suo avviso gli elementi che dovrebbero caratterizzare un partito dalle solide credenziali riformiste?


E’ una domanda difficile. Le forze riformiste dovrebbero essere in grado di parlare in maniera convincente alla maggioranza del corpo elettorale senza per questo snaturare la propria essenza. Ad esempio, a fronte delle enormi disuguaglianze che esistono ancora nelle nostre società, è giusto interrogarsi sugli squilibri reddituali. Tuttavia, focalizzarsi soltanto su tale aspetto del problema è riduttivo e oltre tutto impedisce di far breccia nei cuori e nelle menti di larghe fasce della pubblica opinione.
I veri riformisti dovrebbero innanzi tutto intervenire sulle cause della disuguaglianza nelle opportunità di vita tra le persone, all’origine delle evidenti differenze di risorse economiche e materiali che molti denunciano. E’ prioritario che il maggior numero possibile di individui abbia davvero la chance di costruirsi un’esistenza migliore e più appagante. E questo non in virtù della provenienza sociale ma delle proprie abilità e delle proprie competenze, il saper essere e il saper fare. Lavorare perché questo avvenga, grazie ad esempio al miglioramento del sistema educativo o a politiche di sostegno ai settori realmente disagiati della popolazione, dovrebbe essere in cima all’agenda di una forza politica si definisca a buon titolo riformista.
Un altro tema forte riguarda la libertà, argomento che spesso mette in imbarazzo le forze che si richiamano al centro-sinistra. In quegli ambienti si è spesso avvertita, una sensazione che in buona misura permane, una certa difficoltà culturale nel coniugare libertà personale ed eguaglianza formale tra gli individui. I due termini vengono spesso considerati antitetici e inconciliabili, quando invece l’eguaglianza sostanziale, soprattutto nelle opportunità e nelle condizioni di partenza, costituirebbe una precondizione fondamentale per la realizzazione di una più piena libertà personale.
Ancora, negli ultimi dieci-quindici anni il riformismo europeo si è impegnato in un serrato dibattito sul significato della solidarietà nel ventunesimo secolo. Molti, in modo piuttosto ideologico, si limitano a trincerarsi dietro le parole d’ordine classiche della redistribuzione e della difesa del welfare state. Io credo invece si debba fare uno sforzo ulteriore di analisi. Nell’attuale situazione di disorientamento e incertezza, è urgente ricostituire insieme le fondamenta (anche, ma non solo, economiche) sulle quali si sono rette sinora le nostre società. Mi riferisco al sentimento di appartenenza a una comunità, alla coesione sociale e alla condivisione di una identità forte. Tutto ciò si sta inesorabilmente perdendo e spesso il progressimo europeo ha ignorato o minimizzato il disagio di quanti si sentono privati di punti di riferimento stabili e di sicurezze fisiche e esistenziali. E’ tempo pertanto di riflettere e di impegnarsi a fondo per comprendere le mutate esigenze del corpo sociale in un mondo contemporaneo in rapida e insidiosa trasformazione. (A cura di Fabio Lucchini)






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