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IRAQ ADDIO?

Gli Usa vogliono ritardare il ritiro per impedire l’ingerenza iraniana. L’ira di Teheran

Data: 2010-07-26

Critica Sociale, 26 luglio 2010,

Alla fine dell'estate l'amministrazione Obama si troverà a gestire un'altra delicata tessera del puzzle mediorientale e lo dovrà fare in un momento poco propizio per eventuali complicazioni. Infatti, mentre lo stallo israelo-palestinese prosegue senza soluzione di continuità, le conseguenze dell'incidente del Freedom Flottilla creano imbarazzi a Stati Uniti e Unione Europea, costretti ad assistere allo scambio d'accuse reciproco e al progressivo allontanamento dei due cardini mediorientali della Nato. La Turchia del premier Recep Tayyip Erdogan sembra decisa a sganciarsi da Israele e a giocare con ambizione le sue carte di potenza regionale. E' presto per dire dove questo nuovo corso porterà Ankara, ma alcune pericolose convergenze con iraniani e siriani preoccupano gli alleati di antica data, Stati Uniti in testa. In questa situazione, il presidente Obama si prepara entro il primo di settembre a dar corso alla promessa e programmata riduzione delle truppe Usa stanziate in Iraq. In quali condizioni?

L'Iraq del luglio 2010 è un paese attanagliato dalla paura. Un terrore giustificato da un passato caratterizzato dal dominio autoritario e cruento di Saddam Hussein, ma anche da un presente insanguinato dalla guerra, dalle lotte tra fazioni e dagli attentati di massa. Joost Hiltermann, esperto di affari mediorientali all'International Crisi Group, propone dalle colonne della New York Review of Books una doppia chiave di lettura. Gli iracheni paventano due scenari da incubo; da un lato, la rinascita del partito baathista che ha determinato nel bene (ma soprattutto nel male) i destini del Paese dal 1968 al 2003 e dall'altro l'intromissione iraniana negli affari nazionali. Nel primo caso, si ripeterebbe la dominazione della minoranza sunnita, nel secondo il governo della maggioranza sciita condurrebbe l'Iraq nelle braccia degli ayatollah.

Date simili premesse, sarebbe nella responsabilità politica delle formazioni uscite vincitrici dalle elezioni dello scorso marzo tentare di costituire un governo saldo e unito, in grado di spazzare via i timori dell'opinione pubblica e degli osservatori internazionali. Al di là dei buoni propositi, le cose non stanno andando proprio così. Il premier uscente Nouri al-Maliki e i suoi sostenitori sciiti guardano con sospetto alle manovre dei sunniti iracheni e denunciano i loro legami con alcune potenze straniere, innanzitutto la Siria, che potrebbero condurre alla ricostituzione di un forte partito baathista in Iraq. Il suo principale rivale, Iyad Allawi, uno sciita "laico" sostenuto principalmente dai sunniti, mette in guardia sulla capacità di pressione di Teheran nei confronti degli ambienti sciiti interni. Insomma, le forze politiche irachene sono consapevoli della necessità di pervenire in tempi rapidi a un accordo per la formazione di un esecutivo che garantisca un minimo di stabilità al Paese, ma le diffidenze reciproche impediscono le mosse decisive in tal senso.

Davanti a quella che Hiltermann definisce una vera e propria impasse, l'amministrazione Obama, nonostante il suo evidente interesse alla normalizzazione dell'Iraq, si muove con cautela, che potrebbe essere scambiata per inerzia. Gli americani parteggiano per Allawi, già scelto da Bush come primo ministro nel biennio 2004-05, ma non lo ammettono in pubblico, probabilmente perché a Washington ci si rende conto di quanto sia complicato il raggiungimento di una maggioranza stabile in parlamento senza un accordo più ampio. Per questo il vice-presidente Usa, Joe Biden, sprona con regolarità Allawi, al-Maliki e gli altri leader dei principali partiti a operare per la formazione di un'ampia coalizione di governo. Un obbiettivo che a Washington vorrebbero si raggiungesse prima della fine di agosto, quando è prevista la riduzione delle truppe americane dal Paese.

Dietro la fretta statunitense il timore che un disimpegno militare in condizioni di incertezza politica finisca per aprire la strada a infiltrazioni esterne sgradite. Ci si riferisce all'Iran? Sì, ma non solo. L'Iraq confina a nord ovest con la Siria, un paese a cui è legato dalla comune e longeva esperienza di governo baathista, fondata su compatte e determinate minoranze politico-religiose raccolte intorno ai clan di Saddam Hussein e degli Assad. A nord vi è la frontiera con la Turchia, da sempre interessata, sia a livello strategico che economico, alle complicate vicende irachene. A sud le monarchie del Golfo, guidate dall'Arabia Saudita, ricollegano alla spregiudicatezza dell'Iraq di Saddam (vedasi l'invasione del Kuwait nell'agosto del 1990) i momenti più agitati della propria storia. In generale, non solo il temuto Iran ma anche gli altri vicini di Bagdad guardano con interesse misto a preoccupazione al destino del Paese. A parole, tutti concordano sulla necessità di preservarne l'unità territoriale, ma nei fatti nutrono aspettative poco chiare e tra loro inconciliabili sul futuro dell'Iraq. Le manovre dei vicini dell'Iraq assumono maggior rilevanza in una fase di incertezza da parte americana, che vede l'amministrazione Obama impigliata nella gestione dell'instabile economia globale e delle urgenti (e politicamente sensibili) crisi interne.

L'attivismo iraniano in Iraq include l'invio di armi lungo il confine, l'addestramento di alcuni gruppi sciiti dissidenti e il sostegno economico ad attività politiche eversive, ma anche, almeno se si presta fede alle dichiarazioni ufficiali, una certa moderazione diplomatica. L'ambasciatore iraniano in Iraq, Hassan Kazemi Qomi, ritiene infatti che nessuna singola formazione politica abbia la possibilità di formare un governo a Bagdad e per questo sollecita mediazioni e accordi di coalizione. Una posizione formalmente non diversa da quella degli occidentali e degli Stati arabi, che testimonia come gli iraniani stiano assumendo una posizione d'attesa, consci della difficoltà di muoversi nel difficile Grande Gioco iracheno che potrebbe aprirsi con il parziale ritiro americano di fine agosto. Del resto, notano gli analisti più attenti, se l'Iran avesse già un peso così rilevante nelle dinamiche irachene, non avrebbe difficoltà a imporre l'unificazione delle forze sciite per la formazione di un solido esecutivo di maggioranza religiosa. E' importante ricordare che in Iraq la componente sciita oscilla tra il 60 e il 65% della popolazione. Evidentemente, sia la storia (otto anni di sanguinoso conflitto armato negli anni ottanta) sia l'eredità etnica (gli iraniani sono persiani e non arabi) concorrono a mantenere distinzioni e resistenze reciproche tra gli sciiti lungo le sponde dello Shatt al Arab, il fiume che delimita l'estremo confine meridionale tra Iran e Iraq.

La baldanzosa Turchia di Erdogan, inaugurato un nuovo corso anti-israeliano e non certo filo-occidentale, non può certo permettersi di trascurare il quadrante sud-orientale del Grande Medio Oriente. Negli anni passati, il governo di Ankara ha effettuato diversi movimenti di truppe lungo il confine iracheno, minacciando la comunità internazionale di intervenire militarmente qualora i fragili governi al potere a Bagdad dopo il 2003 e il contingente a guida americana non fossero riusciti a impedire che i militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori curdi della Turchia, utilizzassero il Kurdistan iracheno come transito per penetrare nel territorio turco.

Inoltre, nonostante un avvicinamento con Teheran sia senz'altro in atto, i leader turchi non possono certo gradire in prospettiva un'eccesiva espansione dell'influenza iraniana nella regione. Se l'Iran riuscisse a breve giro di posta a dotarsi dell'arma nucleare e ad affermare la sua egemonia sull'Iraq, acquisirebbe un vantaggio competitivo difficile da colmare per qualsiasi altra potenza regionale. La Turchia non vuole essere seconda a nessuno in Medio Oriente, come dimostra la fiera durezza con cui sta tenendo testa a Israele, e sta agendo di conseguenza. Insieme al Brasile, Ankara ha concluso nel mese di maggio un accordo con Teheran per la gestione dell'uranio iraniano. Un tentativo, non apprezzato da tutta la comunità internazionale, di dare un contributo alla risoluzione del dossier nucleare. D'altro canto, i turchi si sono mossi per interdire il dominio sciita-iraniano sull'Iraq, snodo importante per gli interessi nazionali, sia per la gestione dei curdi sia per l'accesso a petrolio e gas, risorse di cui Ankara ha impellente bisogno.

Sul fronte delle ricche monarchie del Golfo, la posizione saudita è la più emblematica. Il timore di Riyad rispetto al futuro dell'Iraq è duplice. Da un lato, l'Iraq è il potente vicino che nella seconda parte del novecento si è impegnato a fondo (seguendo l'esempio dell'Egitto di Nasser) nel tentativo di modificare l'ordine dinastico e conservatore imperante in Medio Oriente; ordine incarnato appunto dalla famiglia reale saudita. Una minaccia concretizzatasi con l'invasione del Kuwait nel 1990 e poi sventata dall'intervento internazionale. D'altro canto, Teheran rappresenta l'incubo rivoluzionario sciita, legato alla presa del potere degli ayatollah nel 1979 e alla violenta retorica anti-saudita che caratterizzò i primi anni del regime teocratico iraniano. Proprio l'approccio saudita sembra il più in linea con le titubanza americane. In effetti, la comune percezione del rischio di uno sfondamento iraniano in Iraq e della definitiva affermazione di Teheran come potenza regionale rappresenta il collante più saldo dell'alleanza tra gli Stati Uniti, le monarchie del Golfo e gli altri Stati arabi "moderati".

A Washington si sta pertanto riflettendo sull'ipotesi di apportare alcune modifiche al piano di ritiro da Bagdad. Una scelta che per certo non renderebbe felice Teheran, che già pregustava un successo tattico considerevole; il ritiro degli americani dall'Iraq senza la previa formazione di un governo in quel paese. Secondo fonti riservate di intelligence, l'amministrazione Obama starebbe valutando la possibilità di mantenere un certo numero di truppe in Iraq con la qualifica di peacekeeper delle Nazioni Unite. Allo scopo emissari americani terrebbero da giorni consultazioni con il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon. Attualmente, nel paese sono stanziati 74.000 militari Usa, che, secondo il piano di Obama, dovrebbe essere ridotti a 50.000 per la fine di agosto e a zero entro la fine del 2011, con il passaggio definitivo delle consegne all'esercito iracheno. Tuttavia, se le ultime indiscrezioni venissero avvalorate dai fatti, la riduzione di 24.000 unità prevista per la fine dell'estate non verrà completata integralmente. Uno scenario avvalorato indirettamente dal generale Ray Odierno, comandante delle truppe americane in Iraq, che nelle ultime settimane ha messo più volte in stato di allerta le truppe Usa, minacciate dal rinnovato attivismo di alcune milizie sciite che si sospetta legate all'Iran.

Un cambiamento di prospettiva sgradito all'Iran, particolarmente contrariato dall'eventualità che parte delle truppe americane agiscano in qualità di peacekeeper a partire dal primo settembre. Innanzi tutto, il governo di Teheran teme che i peacekeeper statunitensi si adoperino per favorire l'applicazione nella regione del Golfo Persico del nuovo round di sanzioni anti-iraniane. In secondo luogo, nel caso si addivenisse a una rottura definitiva sul dossier nucleare, il permanere nell'area di un cospicuo contingente americano potrebbe agevolare un attacco preventivo alle istallazioni iraniane. Infine, la decisione di rallentare il ritiro potrebbe essere un segnale della rinnovata determinazione di Obama e Biden a favorire un accordo stabile tra Maliki e Allawi per la formazione di un esecutivo che tagliasse fuori le componenti sciite più vicine all'Iran.

Sviluppi che determinerebbero la frustrazione degli obbiettivi strategici che Teheran sta coltivando da tempo sul suo vicino e che, dopo la cacciata di Saddam Hussein, sembrano sempre più plausibili. Sotto quest'ottica, la probabile decisione americana di ritardare il ritiro dall'Iraq dovrebbe essere valutata non solo come una prudente presa d'atto dell'instabilità che tormenta ancora Bagdad, ma anche come una prima manifestazione della virata di Obama dall'apertura alla durezza nei confronti di Ahmadinejad. (Fabio Lucchini)







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