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LE TRE LINEE DELLA RIFORMA FISCALE. UN LIBRO BIANCO PER LE SCELTE CONDIVISE

Dalle persone alle cose, dal complesso al semplice, dal centro alla periferia

Data: 2010-05-19

di Giulio Tremonti, Critica Sociale n.2/3

Pubblichiamo di seguito l'intervento del ministro dell' Economia, Giulio Tremonti, alla conferenza promossa a Parma dal Centro Studi Confindustria sul tema "Libertà e benessere: l'Italia al futuro". Alla due giorni, organizzata in occasione anche dei 100 anni della Confederazione, hanno preso parte ospiti illusti, quali Joaquìn Almunia, Commissario Europeo alla Concorrenza, il presidente della Bce, Jean Claude Trichet, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi.

i. Cento anni.
Non sono stati anni tutti anni uguali.
Il tempo non è isotropo, non è omogeneo.
Il tempo è funzione della velocità.
I primi 90 anni, pur anni marcati dal pacifico passaggio dall'agricoltura all'industria e dal tragico frangente di due guerre, sono comunque stati "Italia su Italia", anche se alla fine hanno visto l'Italia entrare in Europa. Ma è negli ultimi 10 anni che c'è stato qualcosa in più: è il mondo che è entrato in Italia!
In un tempo minimo, è stato massimo il cambio, tanto di paradigma quanto di marcia.
In positivo ed in negativo, perché tutto è relativo, sono cambiate la struttura e la velocità del mondo e, nel mondo, dell'Italia.
Caduto il muro di Berlino, unificato con il WTO il mondo in un'unica nuova geografia ed ideologia mercantile, in questa nuova latitudine il vettore della storia ha compiuto un movimento rivoluzionario, passando dall'Atlantico al Pacifico.
La scoperta economica dell'Asia ha prodotto effetti rivoluzionari uguali a quelli prodotti dalla scoperta geografica dell'America.
Solo che per questi ci sono voluti 2 secoli. Per la globalizzazione sono bastati 2 decenni.
Non è stato un processo sviluppato sulla dimensione storica della longue durée, ma compresso in un tempo brevissimo.
Non il moto lento, da una generazione all'altra, ma un tempo minimo, incluso nella vita individuale e personale di ciascuno di noi.
La crisi che viviamo non è stata e non è dunque una "congiuntura", ma appunto una rottura di paradigma.
E' stato, è come passare di colpo dal calcetto al calcio.
La complessità non cresce sempre in maniera lineare. Se ad un reparto che fa evoluzioni sul campo con composizione 10x10 si aggiunge anche solo 1 fila, la complessità non cresce del 10% ma su scala esponenziale.
Più o meno 3 miliardi di uomini sono improvvisamente apparsi sulla scena e direttamente ed indirettamente, in forma reale o virtuale o parametrica, sono entrati nella nostra vita, come lavoratori e come consumatori, con i loro interessi e con le loro speranze umane, con la loro cultura e con il loro potere politico.
Sul campo sono rimasti i confini politici, ma sono stati e sono via via rimossi gli altri confini: il mondo è stato unificato dalle opportunità ma anche dai rischi.
E la crisi lo rende sempre più evidente: nel rischio di controparte; nella confusione tra bilanci privati e bilanci pubblici.
Gli squilibri economici, sociali, giuridici da cui è fatta, e con cui è stata fatta, la globalizzazione sono diventati parte della nostra vita, prima nell'euforia, poi nella paura portata dalla crisi, ora nella speranza di un nuovo possibile equilibrio.
La più lunga e forte ideologia del '900, il comunismo, era l'ideologia del dominio della politica sull'economia.
Alla fine del '900, è venuta l'effimera ideologia opposta, il mercatismo: l'idea che fosse l'economia a dominare sulla politica. Anzi a prescindere.
La crisi ha segnato il ritorno "salvifico" e/o "provvidenziale" degli Stati, dei Governi, della politica.
I Governi possono fare molto male o molto bene.
Dipende da come sono usati. Dipende da come li usiamo.
Il rischio non è finito. E' come in un videogame... La crisi è mutata. Non è stata gestita come nel new deal, non con "chapter 11".
Il passaggio è stato dal debito privato a quello pubblico. Ogni 8 secondi si emette 1 milione di euro di titoli pubblico.
Il problema non è emetterli. E' collocarli.
I debiti pubblici sono certo basati su poteri sovrani ed hanno un profilo temporale più lungo.
Ma il debito pubblico o privato è sempre debito.
Ed il debito è sempre pericoloso.
Lo schema in movimento nel mondo è triplice: o crescita, o stabilità, o caos.
Non dipende solo da noi, ma certo anche da noi.

2. Veniamo dunque ad oggi ed a noi. Italia, Parma, 9 aprile.
Abbiamo alle spalle 23 mesi di governo. Abbiamo davanti 3 anni di governo.
E' stato, è credo ancora saggio pensare globalmente, agire localmente.
Non è stata e non è ancora saggio vedere il globale, senza il locale.
Non è saggio e non è ancora vedere il locale, senza il globale.
Io non c'ero, ai tempi della "Grande depressione".
C'ero invece ai tempi della crisi degli anni '70.
Nel 1976 la crisi arriva gravissima sull'Italia.
Nel primo semestre del 1975 il volume del commercio mondiale cade di oltre il 10%. Il PIL italiano cade del 6%.
La scelta di reazione fu basata su politiche espansive, politiche insieme e simmetricamente di ordine monetario e fiscale.
Detto in italiano, la scelta fu quella di scambiare il presente con il futuro, di divorare il futuro creando debito pubblico.
E' la scelta politica che oggi hanno fatto e stanno facendo tanti altri Paesi, nel mondo, in Europa.
Non la scelta dell'Italia.
Perché non si poteva, perché non si voleva, perché non si vuole.
Governare facendo debito pubblico è più facile che governare avendo debito pubblico. Ma non è più saggio.
La storia insegna che il debito nazionale non fa lo sviluppo, ma divora lo sviluppo.
Non fa la fortuna, ma la sfortuna degli Stati.
E' difficile essere i primi sul PIL se si è i primi sul debito.
Per conto nostro, ma non solo per merito nostro - per merito della società italiana nel suo insieme e dunque anche per merito vostro - abbiamo invertito la tendenza sul debito pubblico.
Per la prima volta la velocità di crescita del deficit e del debito pubblico italiani è inferiore alla media europea.

3. Abbiamo agito dentro un quadrante
fatto insieme da forze e da debolezze (caduta dell'export; debito; resilienza sociale strutturale; manifattura).
Abbiamo puntato su 2 obiettivi fondamentali:
a) sul bilancio pubblico. Il bilancio pubblico non contiene più solo i "vizi e virtù" di un popolo,ma anche le sorti di una nazione.
b) e poi sulla tenuta sociale: dagli ammortizzatori alla sanità alla sicurezza.

4. I risultati, gli effetti si vedono nel nostro posizionamento strategico.
Qui vi parlerò di Grecia!!
Nella tradizione ellenica...gli elementi fondamentali sono 4: fuoco, terra, aria e acqua.
Semplifichiamo a tre, che simbolicamente si prestano forse più ad una metafora del nostro quotidiano.

- FUOCO (cioè oggi il pericolo): FIRE (Finance, Insurance Real Estate). Sono i Paesi in grave crisi, dalla mezzaluna occidentale europea (Islanda, Irlanda, Regno Unito, Portogallo, Spagna) alla mezzaluna orientale, sempre europea (Baltici verso Balcani e Grecia)
- TERRA (cioè i Paesi che hanno già scampato il pericolo e hanno "toccato terra"): EARTH (Export, Average growth, Rate of exchange, Trade, High investment attractiveness). Sono le grandi economie emergenti: Cina, India, Brasile, ma anche Australia.
- ACQUA (cioè i Paesi che sono ancora in navigazione verso terra: WATER (Welfare, Trade ma in quota mondiale più ridotta, Education, Research, ma non abbastanza per aver trovato il nuovo driver di rilancio delle proprie economie). Sono i paesi della "core-europe", Italia, Francia e Germania.
La crescita italiana è oggi per la prima volta da tanti anni nella media europea: 0,8% è un numero piccolo, ma non è un numero avverso.
E comunque sempre per chiudere con la Grecia...Platone diceva: una buona decisione si basa sulla conoscenza, non solo sui numeri!
La speranza oggi è che alcuni Paesi grandi dimostrino di essere anche grandi Paesi. Anche nel loro interesse, perché nessuno può illudersi di salvarsi solo perché ha in tasca il biglietto di prima classe!

5. In questi termini la crisi non impedisce le riforme.
Per le riforme la crisi non è né un alibi per non farle, né di per sé solo una spinta a farle (futurismo, avventurismo costruttivista) .
Per l'Italia le riforme sono in assoluto una necessità storica. Una necessità che avremmo, anche senza crisi.
Il tempo è strategico ed è venuto il tempo delle riforme.
Per inciso: oggi siamo l'unico Paese europeo che pianifica riforme strutturali.
Nel quadrante dell'economia, la riforma delle riforme è la riforma fiscale.
Nel 1994, con Silvio Berlusconi, eravamo forse un po' avanti sul nostro tempo.
Ora siamo stati raggiunti dal nostro tempo e non possiamo sfuggire all'appuntamento.
Le direttrici di movimento della riforma erano allora e sono ancora 3:
A) dalle persone alle cose;
B) dal complesso al semplice;
C) dal centro alla periferia.
Lanceremo prima di tutto i lavori per un Libro bianco, aperto per avere l'inventario responsabile e trasparente delle varie opzioni possibili.
Nel 1933 Luigi Einaudi, nella "Riforma Tributaria e il ritorno alle tradizioni" descriveva il processo riformatore usando l'immagine dei lavori su di un edificio, una volta al principio razionale nella sua lineare classicità, ma poi rovinato da progressivi interventi.
Il sistema fiscale italiano è stato disegnato 50 anni fa, negli anni '60, messo in legge negli anni ‘70 e poi continuamente rattoppato.
Da allora il mondo è cambiato ed il fisco non può restare lo stesso.
Sono cambiati i modelli economico (grande fabbrica), competitivo (MEC), sociale, ambientale, istituzionale.
Il primo pensiero politico organizzato è stato espresso da Platone nella Repubblica.
La politica è "tèchne". E' anzi la forma superiore della "tèchne": è "politikè tèchne".
L'immagine usata per la politica da Platone è quella del timone come strumento di governo della nave.
Una tecnica, la politica, che è la più complicata perché devi insieme conoscere la nave e l'equipaggio, la superficie del mare, i fondali, le stelle.
Voi le conoscete più di noi.
Insieme potremo condurre in porto la flotta dei provvedimenti.
In ogni caso la nostra riforma fiscale non sarà una riforma platonica.
Sarà una riforma ad alta intensità politica.
Non sarà facile.
Ma è necessaria.

6. L'interesse generale
non è fatto dalla somma aritmetica degli interessi particolari, non è fatto dalla somma degli egoismi individuali e dei blocchi corporativi opposti gli uni agli altri. L'interesse generale è qualcosa di diverso, è insieme la sintesi ed il superamento di tutto questo. Agire nella logica dell'interesse generale è il dovere di un governo che governa, che prima ascolta, ma che poi decide cosa è giusto.
Cosa è giusto in generale, non per i singoli presi ad uno ad uno, ma nell'insieme per tutti. Restando da soli, ognuno per sé, guidatori compresi, non andiamo da nessuna parte, anzi rischiamo di andare indietro.
All'opposto, insieme possiamo fare prevalere le virtù sui vizi, volgere il pessimismo in ottimismo, la sfiducia in fiducia, riprendere un cammino tracciato nella speranza verso il futuro.
Per questo chiediamo a tanti di fare un piccolo passo indietro, per fare tutti insieme un passo avanti nella stessa comune direzione.
Ciò è tanto più necessario nel tempo presente, perché non possiamo affrontare le crescenti sfide esterne con una permanente anarchia interna.
Gli italiani ci hanno dato e ci danno fiducia e noi agli italiani dobbiamo restituire certezza.
La certezza che deve e può garantire il Governo è tanto la sicurezza dell'ordine pubblico nella legalità, quanto la sicurezza nell'ordine e nella forza dei fattori sociali ed economici, privati e pubblici che compongono il Paese. Senza fiducia e senza certezza non c'è sviluppo e senza sviluppo non c'è futuro.
Lasciare le cose come stanno, lasciarle andare per loro conto affidandosi al caso è certo più facile. Ma non è quello che chiedono gli italiani e non è quello che serve all'Italia.
Sappiamo che governare non è facile. Ma sappiamo anche che è necessario e che non ci sono alternative. In questo momento straordinario ciò che è necessario è possibile e ciò che è possibile è necessario.
In ogni caso non si può più andare avanti con un sistema in cui crescono più le liti del prodotto interno lordo.
Una volta De Gasperi ha scritto: i politici pensano alle prossime elezioni, gli statisti alle future generazioni.


-La riforma fiscale cambia lo Stato

-Accelerare la ripresa. Le due mosse necessarie






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