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IL SUMMIT DI GINEVRA PER I DIRITTI UMANI, LA TOLLERANZA E LA DEMOCRAZIA

Dissidenti e attivisti rilanciano la lotta all'autoritarismo nel mondo

Data: 2010-03-10

Critica Sociale, 10 marzo 2010,

"Stiamo vivendo un momento difficile e il nostro obiettivo finale di liberazione non sembra prossimo. Ma dobbiamo continuare a lottare, contando sul sostegno della comunità internazionale e in particolare di paesi amici come l'Italia. In effetti, l'opinione pubblica italiana mostra un grande interesse per la nostra causa e per questo non possiamo che ringraziare."  Sono parole di Caspian Makan, attivista iraniano e fidanzato di Neda Agha-Soltan, la giovane simbolo della protesta dell'Onda Verde contro il regime uccisa nelle strade di Teheran lo scorso mese di giugno. Incontriamo Makan a Ginevra durante il Summit organizzato da una coalizione di Ong in coincidenza con la sessione annuale del Consiglio Onu per i diritti umani.

Scrittore, documentarista e fotografo fuggito dall'Iran in ottobre per evitare di essere processato dal regime, Makan è uno degli ospiti più attesi a Ginevra e nel nostro colloquio riconosce nell'Italia uno dei principali alleati nella lotta del movimento iraniano sorto dopo le contestate elezioni presidenziali dello scorso anno. "Molto probabilmente sarò in Italia nel mese di marzo a Roma e in aprile a Milano. C'è grande interesse per la mia storia (anche Makan ha conosciuto le carceri iraniane, ndr) e anche in Italia ribadirò l'appello che ho lanciato qui a Ginevra nella sessione dedicata all'Iran e alla trasparenza dei processi elettorali nel mondo: chiedo alle Nazioni Unite di impedire all'Iran l'accesso al Consiglio Onu per i diritti umani ". La sessione che ha visto protagonista il dissidente iraniano è stata preceduta da una serie di dibattiti relativi alle questioni più scottanti in agenda.

-LA CINA E I DIRITTI: "PECHINO TEME UNA CYBER-RIVOLUZIONE"
Introdotta dall'ambasciatore Alfred Moses, presidente di UN Watch, Rebiya Kadeer ha aperto i lavori della speciale sessione dedicata alla Cina lanciando un atto d'accusa alla comunità internazionale, poco attenta alle sofferenze dei più deboli. Donna d'affari di successo, Kadeer  ha deciso di dedicare la sua vita alla difesa dei diritti del suo popolo, gli uiguri, il cui territorio è entrato a far parte della Cina a partire dal 1949. Si tratta di venti milioni di persone che occupano un sesto della superficie del grande paese asiatico.  "Abbiamo una storia, una cultura, delle tradizioni e una lingua (che non a caso la dissidente utilizza per rivolgersi alla platea, ndr), ma al governo di Pechino tutto ciò non sembra interessare. Lo stesso nome della nostra terra, Xinjiang (in passato Turkestan), ci è stato imposto da chi non rispetta la nostra originalità." Eppure, quando i comunisti cinesi occuparono la regione garantirono agli uiguri la salvaguardia delle loro prerogative. Una promessa disattesa in diversi ambiti, dalla libertà di culto a quella di intrapresa economica.

"Mi sono costruita una posizione, sono diventata una persona importante e rispettata in Cina", prosegue Kadeer,  "ma non appena ho osato oppormi allo stato delle cose ho conosciuto il carcere e la mia  famiglia è diventata oggetto di persecuzione. Anche i miei figli sono stati incarcerati, a testimonianza della determinazione del governo cinese nel rifiutare qualsiasi forma di dialogo."  E i fatti più recenti non autorizzano di certo l'ottimismo per il futuro. Lo scorso mese di luglio le truppe governative hanno duramente represso una manifestazione uigura convocata per fini pacifici. Arresti, detenzioni e persino torture ed esecuzioni hanno fatto seguito al tentativo di una minoranza di dar voce democraticamente al proprio disagio.
E' un atteggiamento accettabile da parte di un paese che aspira ad assumere un ruolo egemone negli affari globali per il prossimo futuro? Difficilmente. La Cina, pur avendo aderito alla Convenzione contro la Tortura del 1984, continua a ignorare sprezzantemente i moniti della comunità internazionale, celando le proprie responsabilità dietro il paravento della sovranità nazionale, il diritto di uno Stato di occuparsi senza interferenze esterne delle proprie vicende domestiche.

E così Pechino, contando sul fatto che nessuno metterebbe a rischio i propri rapporti con L'Impero di Mezzo per tutelare una minoranza debole e irrilevante, continua nella sua politica di autentico genocidio culturale, secondo la definizione della dissidente uigura. "Stiamo diventando minoranza a casa nostra", avverte, mentre le autorità cinesi fanno di tutto favorire la migrazione di concittadini di etnia han in quello che un tempo era il Turkestan. "Mi auguro che non solo i popoli che vivono discriminati in Cina, ma anche quelli soggetti ai governi autoritari che Pechino sostiene in giro per il mondo rafforzino la propria collaborazione a livello transnazionale per far luce sui soprusi che tutti siamo costretti a subire."

"La vicenda umana di Yang Jianli dovrebbe costituire un ammonimento per le menti più accorte dell'establishment cinese: l'oppressione come metodo per conservare il potere non può durare in eterno", ha ripreso il moderatore Amos Moses, che in quanto cittadino americano si è sentito debitore di una precisazione: "Spesso il mondo occidentale in generale e gli Stati Uniti in particolare vengono accusati di ergersi a paladini dei diritti umani nel mondo senza tuttavia rispettarli pienamente nella loro azione politica. Vorrei ricordare che la forza delle democrazie sta nella volontà di identificare i responsabili delle eventuali violazioni e di procedere a sanzionarli in virtù delle leggi che proteggono i diritti umani nei loro ordinamenti. Possono accadere degli incidenti o degli episodi negativi e gravi anche negli Stati Uniti, e non sono capitati, ma non è possibile effettuare un parallelismo con quei regimi dove la repressione politica rappresenta un modus operandi quotidiano e sistematico." Del resto, solo in un sistema democratico sarebbero consentite le veementi discussioni che hanno fatto seguito alla decisione dell'amministrazione Bush di introdurre  forti restrizioni ai diritti civili dopo l'11 settembre o le polemiche relative agli abusi commessi contro i detenuti della base di Guantanamo.

Quasi a completare il ragionamento dell'ambasciatore Moses, lo studioso di origine cinese, reduce di piazza Tienanmen e tuttora impegnato per la democratizzazione  del suo paese d'origine,  ha preso le mosse dai fatti del 4 giugno 1989 per sviluppare il suo intervento al Geneva Summit. Ai suoi occhi Tienanmen ha sancito una rottura insanabile tra l'elite dominante e il resto della popolazione cinese, che da quel momento ha preso coscienza della reale natura del potere costituito.  Quel giorno ha rappresentato la fine delle illusioni, forse anche per qualcuno in Occidente. Quegli eventi contribuirono a spazzare via  ogni parvenza dell'ideologia comunista e collettivista nell'organizzazione economica. Il processo messo in moto da Deng Xiaoping nel 1978 subiva una violenta (in tutti i sensi) accelerazione. Il profitto, la ricchezza e lo sviluppo diventavano i nuovi orizzonti di gloria da perseguire ad ogni costo, sociale e umano. L'unica continuità con il regime maoista risiede oggi nell'ostinato rifiuto a dialogare con gli oppositori e a concedere qualsiasi margine di espressione democratica.

Il risultato di tutto ciò? Tassi di crescita eccezionali (Il 7, l'8, il 9% su base annua), ma anche uno spaventoso squilibrio nella distribuzione del  benessere, con il 70% della ricchezza nazionale nelle mani del 4% della popolazione. Un paese che si avvia a sfidare gli Stati Uniti per la leadership mondiale si permette di lasciare masse sterminate di individui preda della povertà e della fame e senza la benché minima protezione sociale. E' altresì disdicevole che Pechino si stia nei fatti atteggiando a protettore dei più repressivi regimi della terra con cui intrattiene alleanze strategiche e fruttuose relazioni economiche, dall'Iran al Sudan, dalla Corea del Nord al Myanmar.
Molti si chiedono come sia possibile ricomporre le due Cine, attualmente così distanti, senza dar luogo a ulteriori traumi.

"Rule of Law e rispetto per le differenze culturali che esistono nel paese. Questa è la mia risposta", afferma Yang.  "Sono dei presupposti ineludibili, che oggi non trovano alcuna applicazione." La buona volontà nella società civile non manca, anche se le attività che sorgono in questo ambito non hanno grande risonanza. Si sono costituite negli anni diverse reti civiche, che vedono l'impegno di attivisti convinti che con il dialogo si possano ottenere progressi nell'allargamento delle libertà civili. Purtroppo la risposta delle autorità è stata sin qui negativa, traducendosi in arresti e condanne per attività sovversive.  Come noto, anche internet si è attirato l'ostilità del governo, che lo teme in quanto fonte di informazioni e veicolo per la rapida comunicazione di idee. La polizia cinese si è di conseguenza dedicata a una severa e sistematica opera di censura informatica. Sembra che a Pechino non si tema tanto  una sollevazione violenta o una rivoluzione di velluto, quanto piuttosto una cyber-rivoluzione.

Forse, ha concluso Yang, come l'Europa ha dovuto guardare agli Usa per liberarsi dall'incubo nazi-fascista oltre sessant'anni fa, così la società civile cinese dovrà rivolgersi al resto del mondo perché la aiuti a  emanciparsi in virtù di una pacifica ma intransigente pressione politica sul governo di Pechino. In un simile processo la società civile globale dovrà avere un ruolo centrale, perché l'obiettivo non può e non deve essere l'isolamento della Cina, ma la sua contaminazione con i principi libertari e di tolleranza che dovrebbero costituire il bagaglio politico e culturale di un paese di tale rilevanza.

Oltre alle analisi dello studioso cinese, la sessione ha dato spazio alla toccante esperienza personale della monaca tibetana Phuntsok Nyidron, che dopo aver ringraziato la comunità internazionale per il supporto offerto alla sua causa, ha ripercorso i lunghi anni di detenzione nelle prigioni cinesi per avere partecipato a una manifestazione di protesta. Significativo il fatto che la sua condanna sia stata appesantita per la "colpa" di aver registrato in carcere canzoni inneggianti alla libertà.

Al dramma di una gioventù vissuta intermente in prigione, si sono aggiunti negli anni i traumi delle punizioni corporali e delle violenze psicologiche inferte dai suoi aguzzini, che hanno tra l'altro portato alla morte di molti compagni di protesta, pacifica e non violenta. A posteriori suona beffarda la circostanza per la quale tra i capi di accusa formulati contro Nyidron vi fosse la contiguità con il Dalai Lama (che a Pechino viene considerato un pericoloso sovversivo), quando in realtà la monaca non aveva avuto occasione di incontrare l'autorità spirituale prima dell'inizio del suo calvario. Una volta rilasciata, la dissidente tibetana ha trovato ospitalità negli Stati Uniti, dove è rimasta a lungo in cura per rimettersi dallo stato di prostrazione psico-fisica conseguenza della sua prigionia.

-L'AUTORITARISMO E' ANCORA FORTE NEL MONDO
Moussada Jalal
è una delle figure più ricercate e rispettate al summit di Ginevra, per il suo coraggioso impegno a favore dell'emancipazione della donna in Afghanistan. Intervenendo nella sessione dedicata alle diseguaglianze di genere, la prima candidata donna alla presidenza nella storia del tormentato paese ricorda i mesi successivi alla cacciata dei taliban da Kabul come un momento ricco di speranze e promesse. In seguito a quegli avvenimenti maturò la decisione della clamorosa candidatura, nel 2004. Un gesto rivoluzionario, animato dalla volontà di abbattere le barriere che avevano sino ad allora ostacolato qualsiasi impegno politico e sociale delle donne afghane. La sconfitta, inevitabile, non ha scalfito il valore di quell'esperienza: "Non conoscevo i meccanismi della politica e non potevo appoggiarmi su alcuna struttura di potere preesistente, ma sono cionondimeno riuscita tramite il dialogo a farmi apprezzare dalla gente e ad allargare la mia rete di sostenitori in maniera impensabile."

A chi evidenzia come la posizione delle donne nella società afghana rimanga ancora problematica e subalterna alla figura maschile, Jalal ribatte ricordando i sostanziali progressi compiuti rispetto all'età oscura segnata dal dominio talebano: ora le donne hanno la possibilità di entrare nelle moschee, hanno il diritto formale di votare e di essere elette. Tuttavia, le difficoltà permangono, sia di natura materiale che culturale. Il paese resta poverissimo e molte donne faticano ancora a liberarsi dai retaggi del passato: "Molte di noi portano ancora il burqa, che percepiscono come una sorta di protezione. Un problema a cui rispondere con un rafforzamento dei programmi educativi. L'istruzione è in effetti una nota dolente quando si intreccia alle questioni di genere; molte ragazze non hanno accesso alla scolarizzazione, altre abbandonano i percorsi scolastici non appena si sposano, cosa che spesso avviene molto presto nella vita di una afghana."

Grazie all'opportunità di ricoprire la carica di ministro dal 2004 al 2009, Jalal si è resa conto di quanto sia importante il sostegno della comunità internazionale alla sua battaglia culturale. Un supporto che ella vorrebbe più convinto proprio sul cruciale tema dell'istruzione, benché consapevole della priorità accordata dai donor internazionali alle questioni relative alla sicurezza e alla ricostruzione del paese.  D'altro canto, ha concluse Jalal, se si desidera realmente contribuire alla stabilizzazione dell'Afghanistan, bisogna comprendere che la crescita civile di una nazione non può realizzarsi senza il contributo essenziale di una parte essenziale della popolazione. E' tempo che alle donne vengano forniti gli strumenti per sviluppare pienamente la propria personalità e le proprie potenzialità.

"La morte di Orlando Zapata Tamayo e l'impedimento di Nestor Rodriguez Lobaina, che non può essere con noi oggi perché trattenuto dalle autorità di L'Avana, ci ricordano la drammaticità della situazione dei diritti umani a Cuba." Esordisce così Matteo Mecacci, moderatore della sessione dedicata ad autoritarismo e dissenso nel ventunesimo secolo. Il parlamentare italiano, Rapporteur for Rights and Democracy presso l'Osce, passa poi in rassegna i relatori, presentando ad esempio Donghyuk Shin, uno dei pochi prigionieri politici riusciti a fuggire dai terribili campi di prigionia che ancora esistono in Corea del Nord.  "Oggi abbiamo con noi un gruppo di persone che per provenienza geografica rappresentano il mondo intero, conferma indiretta della diffusione globale delle tirannia. Le loro testimonianze rammentano a noi, cittadini di stati liberi e democratici, come la nostra inerzia di fronte alle violazioni dei diritti fondamentali non sia solo una grave mancanza nei confronti di chi soffre, ma rappresenti anche un danno per la sopravvivenza nella nostre società di quegli stessi valori che noi vorremmo, a parole, universali. E' bene ricordarci di quanto sia sbagliato considerare definitivamente acquisite le conquiste democratiche di cui giustamente ci vantiamo. Molte democrazie nel mondo (pensiamo al Venezuela) vengono svuotate quotidianamente dall'interno dall'azione dei poteri governativi. Questo è un rischio sul quale persino i sistemi partecipativi più consolidati dovrebbero sempre vigilare."

Grazie al sacrificio di Tamayo, che si è lasciato morire perché pretendeva vanamente di essere considerato e trattato come un prigioniero politico, è caduta un'altra illusione sulla realtà del castrismo. "Da cinquantuno anni chiunque si opponga pacificamente al governo cubano finisce in carcere e il caso di Tamayo potrebbe non essere l'ultimo", ammonisce un altro dissidente cubano presente a Ginevra, Ramon Castillo, che ha ricordato gli altri detenuti che attualmente praticano lo sciopero della fame per protestare contro le condizioni di detenzione, durissime anche per chi soffre di infermità, e a favore della libertà di espressione su internet.

Nel paese caraibico qualcosa si sta muovendo, con diversi movimenti e reti civiche che operano con cautela e gradualismo per il cambiamento, che pare ormai inevitabile. Castillo chiede sostegno agli attori internazionali, rilevando come molti governi non abbiano la forza per condannare con decisione le violazioni commesse da L'Avana a causa dell'opposizione interna di movimenti politici e gruppi di pressione. Questi ultimi percepiscono un'affinità politica con Cuba e credono che essa rappresenti ancora qualcosa per il terzomondismo e il progressismo. "Ma io vorrei chiedere", ha insistito Castillo "come possono coesistere quegli ideali con la feroce repressione dei reati di opinione?"

Breve, ma significativo, l'audio-messaggio di Lobaina, un altro dissidente cubano che avrebbe dovuto intervenire a Ginevra ma che è stato bloccato dalle autorità dell'Avana prima della sua partenza: "Cari amici, è probabile che mentre ascoltate questa mia testimonianza (datata 1 marzo 2010), io sia già stato arrestato, come del resto mi è capitato ben duecento volte negli ultimi venti anni...Persino in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II nel gennaio 1998 fui fermato e incarcerato senza alcuna motivazione: il regime non gradiva la mia semplice partecipazione a quella grande manifestazione...In questa sede, aldilà del mio dramma personale, mi preme denunciare la discriminazione che vige a Cuba nel campo dell'istruzione, poiché secondo Fidel Castro soltanto i rivoluzionari possono accedere all'Università. Spero che il mondo intero prenda coscienza di questa grave violazione e ne tenga conto nelle sue relazioni con un regime che si ostina a non mostrare reali segnali di cambiamento."

Spesso tuttavia si arriva a negare diritti ancora più elementari, la cui fruizione appare pacifica e scontata agli occhi di un osservatore occidentale. Meno a chi ha vissuto i primi ventiquattro anni della sua esistenza in un campo di prigionia. "Quando sono fuggito il sogno che avevo era mangiare qualcosa e dormire un po'", ammette con semplicità Shin, ventottenne nordcoreano che ha visto la luce in un centro di detenzione. Quando la forza della disperazione lo ha indotto alla pericolosissima fuga dalle atrocità, egli immaginava che la vita nel resto del paese fosse ben diversa rispetto ai reclusi del campo, costretti a lavorare fino allo sfinimento, all'obbedienza assoluta e al totale annientamento della propria individualità. "In oltre vent'anni non ho mai parlato con un recluso che osasse lamentarsi delle nostre condizioni di detenzione." L'aspetto più inquietante della vicenda, ha ricordato Shin, è stato scoprire, una volta trovato rifugio in Corea del Sud, come le condizioni di vita nel resto del Nord comunista non si differenziassero granché da quelle intollerabili del campo. Il regime di Kim Jong-Il, incapace di garantire alla popolazione standard esistenziali accettabili e capace soltanto di sussulti bellicosi verso i paesi confinanti, appare proprio così: uno spaventoso universo concentrazionario che vive nella menzogna propagandata dal regime e dal quale ai più fortunati non resta che fuggire.

Se la società nordcoreana appare completamente assoggettata e inerme di fronte agli abusi del potere, lo stesso non può essere affermato rileggendo le amare pagine della storia recente di una altro paese asiatico, la Birmania, oggi Myanmar. Bo Kyi era uno studente universitario e come molti suoi coetanei ambiva all'instaurazione della democrazia nel paese e per questo sostenne con forza la candidatura di Aung San Suu Kyi alle elezioni del 1990, che la videro trionfare. La reazione del regime militare fu spietata e respinse le istanze di rinnovamento che provenivano dal voto liberamente espresso dalla società civile. Da allora iniziò il calvario, tuttora in corso, della leader birmana, Premio Nobel per la Pace nel 1991, che ha vissuto in carcere o agli arresti domiciliari la gran parte degli ultimi vent'anni della sua vita. Quasi sicuramente, il regime di Yangon le impedirà di partecipare alla prossima tornata elettorale dell'ottobre 2010 per timore di una sua affermazione.

Una sorte condivisa da centinaia di attivisti come Kyi, arrestato, condannato e incarcerato più volte e per diversi anni, come racconta egli stesso a Ginevra: "In questi lunghi anni il mio impegno personale è stato resistere alle torture e alle umiliazioni che ho subito in carcere per evitare che venisse intaccata la mia lucidità intellettuale, come avrebbero voluto i militari. Il regime mira proprio all'assopimento delle menti, all'acquiescenza, come dimostra l'ossessivo controllo dei mezzi di comunicazione per timore che tramite il loro utilizzo vengano diffuse idee eversive rispetto all'ordine costituito." Infatti, l'utilizzo di internet viene monitorato attentamente, sotto la minaccia di un'immediata reclusione nelle terribile carceri birmane. Rischia la medesima sorte chiunque osi diffondere volantini o video dal contenuto non autorizzato o arbitrariamente considerato illegale da un sistema giudiziario completamente asservito al governo, come dimostra la pretestuosa sentenza che lo scorso anno ha prolungato la detenzione di Aung San Suu Kyi per impedirle di partecipare alle elezioni dell'autunno 2010. Un processo elettorale già in partenza non credibile, che finirà con il riprodurre i meccanismi di controllo che impediscono la transizione democratica che la gente del Myanmar desidererebbe.
Lo sdegno della comunità internazionale (accompagnato per la verità da poche azioni concrete) nei confronti della giunta birmana e pressoché totale, con la rilevante eccezione della Cina. Diversa è la situazione del Venezuela, dove i giudizi sul presidente Hugo Chavez, che gode di ampio consenso popolare e ha ottenuto un mandato democratico per governare, appaiono variegati nello stesso mondo occidentale. Un utile contributo alla riflessione viene fornito dall'intervento di Tamara Suju, avvocatessa per la difesa dei diritti umani nell'ambito dell'organizzazione Nueva Conciencia National, che denuncia senza requie quella che definisce "la intrusione totalitaria" del governo di Caracas nel sistema giudiziario nazionale.

"In Venezuela il diritto penale viene utilizzato per colpire i nemici e favorire gli amici. Una circostanza che determina una grave situazione di incertezza, che fa sì che il Venezuela sia il paese più insicuro dell'intero Continente americano." La giurista accusa il suo governo di combattere una guerra senza quartiere contro l'opposizione, l'associazionismo indipendente e il movimento studentesco, particolarmente attivo nel paese; un paese dove appare evidente lo scostamento tra diritto di voto e democrazia reale: "Personalmente, ho dovuto andarmene per sfuggire alla persecuzione politica, giudiziaria e mediatica (tramite la tv di Stato) ai danni miei e della mia famiglia. Vengo ormai considerata una traditrice della patria solo per aver compiuto il mio dovere, ossia aver difeso degli studenti messi sotto accusa per aver contestato il governo. Del resto, contro coloro che vengono considerati avversari le autorità attivano tutte le risorse a disposizione, screditando, calunniando e negando ogni garanzia giudiziaria, diritto alla difesa incluso."

Una testimonianza confortata dall'intervento di un giovane leader del movimento studentesco venezuelano che ha la preso la parola durante la speciale sessione dedicata alla nuova generazione di dissidenti e alle loro aspirazioni. Diego Scharifker ripercorre le tappe del confronto con le autorità. Nel 2007 il movimento studentesco venezuelano è stato in prima linea nella protesta contro la chiusura della tv dell'opposizione (Rctv), così come nella vincente campagna referendaria per impedire al presidente Chavez di potersi ricandidare all'infinito alla presidenza della Repubblica bolivariana (un nuovo referendum nel 2009 avrebbe tuttavia garantito al presidente tale possibilità, ndr). Il movimento universitario continua a impegnarsi non solo nella denuncia delle violazioni costituzionali poste in essere dall'esecutivo,  ma anche per far luce sugli squilibri socio-economici che colpiscono il paese, troppo dipendente dalle rendite legate all'esportazione del petrolio, un'efficace arma geopolitica suscettibile tuttavia di pregiudicare l'armonioso sviluppo dell'economia nazionale.

Le condizioni in cui opera il movimento non sono tra le più agevoli: "Negli ultimi mesi siamo testimoni di un deciso inasprimento dei metodi polizieschi, con intimidazioni e violenze ai danni degli studenti che manifestano pacificamente. Brutalità a cui partecipano anche gruppi di sostenitori di Chavez, mai identificati e perseguiti. A livello personale, al momento di partire alla volta di questo summit internazionale sono stato sottoposto a un minaccioso interrogatorio dalle autorità aeroportuali. Credo sia legittimo, aldilà dello svolgimento di regolari elezioni, domandarsi se i venezuelani stiano vivendo in un regime democratico o meno."
Il contributo di Dewa Mavhinga, giurista e ricercatore dello Zimbabwe, ha completato la panoramica sullo stato dei diritti umani nel mondo. La situazione nel paese è in lenta evoluzione, dopo che nel 2009 il presidente Robert Mugabe (al potere dal 1980) ha concesso al capo dell'opposizione, Morgan Tsvangirai, la carica di primo ministro, dopo le contestate elezioni presidenziali del 2008. Resta il fatto che il controllo esercitato dall'apparato poliziesco al servizio di Mugabe limita fortemente l'esercizio dei diritti civili e della libertà economica. In Zimbabwe le organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni i reati di cui si sarebbe macchiato Mugabe, quali la persecuzione e la tortura degli avversari politici, le violenze sistematiche, l'appropriazione degli aiuti internazionali destinati a una popolazione costretta a vivere nella miseria.
"Non vi è traccia delle riforme promesse in passato. L'unica ossessione delle èlite è la conservazione dei privilegi e appare quasi sfacciato il loro atteggiamento di completo disinteresse nei confronti delle masse diseredate. L'esercito, saldamente nelle mani del presidente, è sempre pronto a intervenire per schiacciare qualsiasi forma di protesta. In Zimbabwe aspettiamo da anni che la comunità internazionale non si limiti soltanto a criticare Mugabe, ma cominci a sostenere i deboli movimenti che si vanno costituendo nella società civile per scalfire il pieno controllo dello Zanupf, il partito del presidente, sulle leve del potere."

-LIBERTA' SU INTERNET: PROSPETTIVE E RISCHI
La libertà nell'utilizzo di internet ha rappresentato uno dei focus principali del summit, al punto da costituire l'oggetto della dichiarazione finale dei dissidenti e degli attivisti convenuti a Ginevra. Ne hanno discusso in una sessione dedicata due esperti come Alexander Ntoko, capo della Corporate Strategy Division dell'Itu, l'Unione internazionale per le telecomunicazioni, e Robert Boorstin, Director of Corporate and Policy Communications di Google.

Secondo l'alto funzionario dell'Itu, Interent, nel bene e nel male, riflette a pieno la natura delle nostre società: può essere utilizzato per diffondere informazioni preziose e per coordinare più efficacemente gli sforzi davanti a un'emergenza come è successo recentemente ad Haiti, ma può anche servire a diffondere immagini o filmati a contenuto osceno e morboso.

E' interessante notare, ha proseguito, come alcuni governi sfruttino  pretestuosamente la descritta ambivalenza di internet per bloccare l'accesso alla rete, per filtrare i materiali scottanti o comunque sgraditi immessi nel web da attivisti e dissidenti. "La liberà di accesso alla rete e la possibilità di immettervi contenuti sta diventano una delle questioni prioritarie per l'Itu, che sta lavorando alla messa a punto di meccanismi che vincolino gli Stati membri all'osservanza delle regole di trasparenza e fruibilità che dovrebbero governare l'accesso a internet."

Certo, ha riconosciuto Ntoko, è importante considerare che, per quanto esista ormai una società globale interconnessa da internet, permangono delle differenze valoriali, culturali e religiose che il web non deve pretendere di cancellare o forzatamente omogeneizzare. E' infatti velleitario ritenere che ormai si sia affermato un cyber-linguaggio comune e che determinati contenuti possano essere tollerati ovunque nel mondo. Tuttavia, quando si tratta di tutelare i diritti individuali e collettivi simili distinzioni devono cadere e ferma deve essere l'opposizione della comunità internazionale e delle istituzioni che la rappresentano davanti all'azione di quei governi (tra i quali Cina, Myanmar, e Iran, ndr) che tentano di impedire o limitare l'accesso a internet, la più moderna manifestazione della liberta di espressione.

Robert Boorstin confessa di vivere un periodo agitato. La sua azienda è stata recentemente al centro di uno spinoso confronto diplomatico tra Cina e Stati Uniti. In questo momento Google sta discutendo con le autorità di Pechino i termini della sua eventuale permanenza sul mercato cinese dopo gli episodi di censura ed hackeraggio a cui il motore di ricerca americano è stato sottoposto. Una vicenda che ha visto l'intervento del governo Usa con conseguenti ripercussioni nei rapporti tra i due paesi, ultimamente non idilliaci. Come se non bastasse, il colosso americano è al centro di una controversa pronuncia giudiziaria di un tribunale italiano che ha condannato tre dirigenti di Google a 6 mesi, con la sospensione condizionale della pena, per violazione delle privacy. La corte si è riferita al caricamento sul motore di ricerca di un video realizzato da alcuni ragazzi, che mostrava i maltrattamenti subiti da un diversamente abile. Video immediatamente oscurato da Google.

Due episodi che suscitano più di un interrogativo rispetto all'utilizzo dei supporti tecnologici più avanzati. In particolare, secondo Boorstin la sentenza italiana stabilisce un precedente pericoloso suscettibile di limitare in futuro le possibilità di condivisione e diffusione di informazioni sul web. Un simile precedente rischia di fornire argomenti a chi ha tutto l'interesse a limitare le grandi capacità comunicative di internet, uno strumento user-friendly e relativamente economico, utile per aggirare censure e divieti arbitrari.

Prendendo invece spunto dalla controversia con il governo cinese, Boorstin ha abbozzato la sua proposta: "Le mia compagnia insieme ad altri colossi del settore, come Yahoo o Microsoft, deve coordinarsi con le Ong e gli attori internazionali attivi nella promozione dei diritti umani per stabilire un codice di condotta che garantisca il più possibile la circolazione delle informazioni nei paesi autoritari. In questo modo sarebbe più facile mantenere una posizione comune di ferma condanna qualora determinati governi tentassero di bloccare l'accesso a internet o di filtrare arbitrariamente i contenuti immessi. E' un tentativo che richiederà molto tempo, me ne rendo conto, ma vale la pena di tentare." (A cura di Fabio Lucchini)







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