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MARIO PANNUNZIO E IL SUO MONDO

Il profilo e l’attività dell’intellettuale liberale scritto dal presidente del Centro intestato al grande giornalista

Data: 2010-01-08

di Pier Franco Quaglieni, Critica Sociale, 12/2009,

È tradizione, quando una persona viene a mancare, lodarla e scoprirle virtù mai sospettate: infatti, come disse Tolstoj, "tutti i mortisono belli" ed è facile lasciarsi prendere dall'enfasi commemorativa più o meno sincera. Questa tendenza temiamo molto che finirà di prevalere anche per il centenario della nascita di Pannunzio del 2010, perché ci sembra di individuarla in modo chiaro in alcuni tentativi neppure tanto scoperti di appropriarsi della figura di Pannunzio. In passato in questa operazione si era distinto Eugenio Scalfari e quelli che Pierluigi Battista definì gli epigoni abusivi di Pannunzio. Oggi stanno emergendo degli epigoni ancora più abusivi ed arbitrari che renderanno difficile una ricostruzione storica della figura di Pannunzio ed un autentico tentativo di andare oltre l'icona laica (un vero e proprio ossimoro) costruita da giornalisti che non possono essere confusi con gli storici, come diceva Adolfo Omodeo, parlando di Oriani. L'0rianiesimo semplificatorio e semplificante attorno a Pannunzio temiamo che avrà ancora prevalenza rispetto ad un centenario che dovrebbe essere caratterizzato dal distacco e dal rigore critico e non dalla gara, davvero poco edificante, di appropriarsi dell'eredita contesa di Pannunzio. Quando mi capita di leggere i nomi dei presunti nuovi eredi che si affacciano sul versante del centenario mi viene viene un po' di nostalgia per Eugenio Scalfari di cui non condivido quasi nulla, ma di cui riconosco la statura di giornalista.
Anche per "Il Mondo" è successo qualcosa di simile e, quando nel '66 cessò le pubblicazioni, tutti improvvisamente si accorsero diquanto era importante e di quanto era prezioso. Lo piansero, con ipocrite lacrime di coccodrillo, soprattutto coloro che lo avevano lasciato morire e che, in cuor loro, più s'erano augurati che il settimanale di Mario Pannunzio cessasse di dire, monotono, implacabile, verità spesso tanto scomode.
Negli anni successivi, ben lungi dal tentare un bilancio critico più meditato, sono stati invece in molti coloro che scrissero de "Il Mondo" fraintendendone in modo fazioso la portata culturale e politica, spinti dall'opprimente conformismo degli Anni Settanta. All'altra esperienza giornalistica di Pannunzio - il quotidiano "Risorgimento Liberale" - venne riservata un'assoluta indifferenza in quanto dalle pagine del giornale emergeva un Pannunzio incompatibile con una certa vulgata.
L'avventura de "Il Mondo" cominciò il 19 febbraio 1949; gli stessi collaboratori pensavano che sarebbe durata poco: si svolse, invece, lungo un arco di quasi diciotto anni.
La sede del giornale era costituita da poche stanze, a Roma, fravia Campo Marzio e via dei Prefetti. Fra una Democrazia Cristiana parzialmente arroccata su posizioni conservatrici e integraliste ed un Fronte Popolare aggressivo ed estraneo ai valori della democrazia occidentale, povero di idee e mancante di chiare scelte sia strategiche che politiche, le forze di estrazione laica e liberaldemocrati cacercavano uno spazio ed un ruolo che permettesse loro di offrire un'alternativa valida, un programma fatto di cose e di rigore morale senza compromessi, in linea con le grandi scelte occidentali.
Pannunzio, chiamando attorno a sé un gruppo di "eretici" del liberalismo e dando vita a "Il Mondo", volle offrire a tali forze un punto di riferimento, una palestra di discussione e di elaborazione teorica ma anche una specie di "cassa di risonanza" per proposte e problemi. In breve, infatti, "Il Mondo" divenne la coscienza critica dei partiti democratici, il cruccio e il tormento degli ignoranti, deidisonesti, degli improvvisatori e di tutti gli estremisti, com'è stato scritto con accenti lapidari e forse anche un po' retorici.
Uomini politici di tutto lo schieramento laico e democratico, dai liberali ai repubblicani, ai socialisti democratici (ricordiamo, fra glialtri, Nicolò Carandini, Ugo La Malfa, Franco Libonati, MarioFerrara, Leone Cattani, Giuseppe Saragat, Leo Valiani...), giornalisti (Ernesto Rossi, Alberto Ronchey, Paolo Pavolini, AntonioCederna, Vittorio Gorresio, Alfredo Todisco, Nicola Adelfi e mille altri), storici e filosofi (Carlo Antoni, Vittoriode Caprariis, Enzo Tagliacozzo, Giovanni Spadolini, Aldo Garosci, Giuseppe Galasso), letterati (Mario Soldati, Vitaliano Brancati, Giovanni Comisso, Corrado Alvaro, Mario Tobino, Ignazio Silone, Ennio Flaiano...) salirono per anni le scale che portavano a "Il Mondo", prima a Campo Marzio, poi, dopo alcuni anni, in via della Colonna Antonina, dando vita, inconsapevolmente, ad un circolo, l'unico - come è stato scritto e riscritto tante volte da Giovanni Russo - vero grande circolo di idee di vita politica e letteraria che abbia avuto l'Italia in quegli anni.


Pannunzio direttore

Il filo che univa il lavoro degli amici de "Il Mondo" era costituito da un uomo, Mario Pannunzio, che ne guidò la battaglia dalla fondazione fino all'ultimo numero del giornale. Giulio De Benedetti, che gli fu amico, così lo descrisse: "Mario Pannunzio era un signore garbato, gentile, talvolta quasi frivolo, ma questa sorridente apparenza nascondeva il freddo coraggio del moralista laico". A 39 anni era già austero; di raffinata cultura, era uomo di gusti semplici. Persone più anziane e rinomate di lui gli chiedevano un parere, giovani aspiranti al giornalismo gli si affidavano per imparare il "mestiere". Arrigo Benedetti lo ha definito "un laico direttore di coscienze, con la virtù di valersi della categoria estetica per giungere anche a una valutazione etica e infine a un pacato giudizio storico". Pannunzio dava a tutti la sua lezione di semplicità e di chiarezza, invitava a sfrondare, ad "andare al sodo", a rifuggire dalla retorica (in quell'Italia parolaia, la sobria eleganza de "Il Mondo" fu giudicata "sofisticata" e la sua concretezza fu presa per moralismo). Pannunzio, in quegli anni, insegnò a scrivere a tanti, che poi presero le vie più diverse, indicando loro non soltanto "come" scrivere, ma anche, soprattutto, "cosa" scrivere. Pannunzio scrisse pochissimo, ma in certo modo fu una sorta di Socrate rispetto a Platone, anzi a tanti Platoni che scrivevano ispirati dalle idee di Pannunzio.
In un paese in cui imperversavano già allora le raccomandazioni, e spesso i loschi traffici, Mario Pannunzio non scese mai a compromessi. Per essere più libero e per non essere influenzato da alcuna considerazione "materiale", fin dall'inizio, volle essere tenuto all'oscuro della tiratura e delle vendite del giornale.
Fu un fatto eccezionale dovuto alla straordinaria sensibilità soprattutto di due editori de "Il Mondo", Nicolò Carandini ed Arrigo Olivetti, che dimostrarono una disponibilità che non avrà eguali in tutta la storia del giornalismo italiano e che consentì a Pannunziouna situazione di obiettivo privilegio.
Il merito di Pannunzio fu essenzialmente quello di stimolare e riunire in modo continuativo il contributo di filosofi, scrittori, politici, artisti, giornalisti e storici, attorno al suo giornale. Fece parlare una lingua nuova in un'Italia ancora provinciale, bigotta, adulatrice dei potenti, attenta alle strizzatine d'occhio, superficiale e goffa.
Mario Pannunzio era nato a Lucca il 5 marzo 1910, ma si trasferì ancora ragazzo a Roma, seguendo il padre, un avvocato abruzzese, costretto dai fascisti ad abbandonare la città toscana. "Il padre di Pannunzio - scrisse Leone Cattani - era comunista. Era in relazione con i capi della Rivoluzione bolscevica, ma proprio in Russia subì il carcere della polizia sovietica e salvò la vita a stento". L'esperienza di Lucca e quella di suo padre in Russia resteranno ben vive in Pannunzio che combatté costantemente contro ogni forma totalitaria ed autoritaria.
A Roma nel 1933 si laureò in legge, ma fin dagli anni giovanili si interessò all'attività giornalistica e culturale. Lo stesso anno fondò con Antonio Delfini la rivista "Caratteri" che uscirà fino al 1935.
Pannunzio collaborò anche alla sceneggiatura di alcuni film e si dedicò anche alla pittura, esponendo alla I quadriennale di Roma.
Con Arrigo Benedetti fu redattore del primo rotocalco italiano, ilsettimanale "Omnibus", fondato e diretto da Leo Longanesi. Anche questo giornale (su cui tenne dal 1937 al 1939 la rubrica di critica cinematografica) fu costretto dalla censura a cessare le pubblicazioni. Di particolare significato ed importanza fu il sodalizio con Longanesi, maestro incontrastato di un'intera generazione di giornalisti.
Nel 1939 Pannunzio, insieme a Benedetti, creò il secondo settimanale a rotocalco del giornalismo italiano, "Oggi", che venne soppresso dal regime nel 1942, poiché aveva raccolto attorno a sé l'ambiente più vivo e dissidente della cultura italiana.
Sui rapporti futuri tra Pannunzio e Longanesi va ricordato che quest'ultimo, quando vide il primo numero del "Mondo" nel febbraio 1949, definì così il nuovo settimanale: "È meno che niente: un ‘Omnibus' del Guf liberale. Ben pettinato, vestito alla marinara e senza sugo". In effetti, al di là del fatto che i rapporti tra Longanesi e Pannunzio rimasero pessimi per molti anni questo giornale si fondarono le accuse di filo-fascismo sostenute contro di lui da Ernesto Rossi nel 1962 all'atto della rottura con Pannunzio. Nel 1942 scrisse il suo principale saggio Le passioni di Tocqueville, una sorta di riflessione autobiografica nella quale le idee di Tocqueville diventano le idee di Pannunzio. Su questo saggio non si è riflettuto abbastanza e solo in tempi recenti esso ha avuto l'attenzione che merita perché in Tocqueville Pannunzio vide uno dei padri del Liberalismo. Durante la Resistenza fu tra i fondatori del Partito liberale con Nicolò Carandini, Franco Libonati, Leone Cattani, Manlio Brosio ed altri. Insieme ad essi diede vita al quotidiano "RisorgimentoLiberale" che diresse per tutto il periodo clandestino. Nel dicembre1943 fu arrestato e rinchiuso nel carcere romano di Regina Coeli da cui uscì nel febbraio dell'anno successivo. Tornò subito al suo posto di lavoro curando, fino alla liberazione di Roma, l'uscita del giornale e l'organizzazione del movimento liberale. Il quotidiano diretto da Pannunzio non solo fu, come venne osservato, il più bel quotidiano di partito in quell'Italia in cui scarseggiava persino la carta per stampare i giornali. Se si vuole intendere il "liberalismo puro e duro", come lo definì Francesco Compagna, che caratterizzò Pannunzio, bisogna riandare necessariamente al "RisorgimentoLiberale" che solo un recente libro di Mirella Serri ha consentito di conoscere in modo adeguato. Nei suoi editoriali e negli articoli da lui pubblicati emerge un fortissimo impegno anticomunista, volto a superare il clima politico espresso dai governi del Cln, soprattutto dal Governo Parri, ripristinando la legalità al Nord del Paese dopo il 25 aprile 1945; il giornale di Pannunzio denunciò il dramma vissuto dalle genti istriane e dalmate che conobbero la pulizia etnica delle foibe e furono costrette all'esodo dalle loro terre; scrisse degli oltre 60.000 prigionieri italiani in Russia, dei quali solo 10.000 fecero ritorno in Italia.
Pannunzio continuò a dirigere il quotidiano liberale fino al 1947, quando uscì dal partito - allora egemonizzato da monarchici e qualunquisti - per rientrare nel 1951 dopo il convegno di "riunificazione liberale" tenutosi a Torino alla fine dell'anno precedente per iniziativa di Bruno Villabruna e sotto gli auspici di Benedetto Croce, che pure si rifiutò sempre di parlare di "riunificazione" perché ritenne un errore la fuoriuscita di Pannunzio e dei suoi "molto stimati colleghi" dal PLI nel 1947. Semmai sarebbe più esatto parlare di ritorno del gruppo nel partito dopo che il segretario Roberto Lucifero, di aperte simpatie monarchiche, aveva lasciato il partito e "l'Uomo Qualunque" di Giannini si era dissolto. Nel 1948 collaborò a "L'Europeo" di Arrigo Benedetti e nel febbraio 1949 fondò "Il Mondo".
Pannunzio fu nel 1955 tra i fondatori del Partito radicale che sorse dalla scissione liberale in seguito all'avvento di Giovanni Malagodi alla guida del PLI. Nel 1962 Pannunzio ed i suoi più stretti collaboratori, a causa di una frattura determinata dal "caso Piccardi" (Renzo De Felice documentò la partecipazione dell'esponente radicale Leopoldo Piccardi a convegni antisemiti dopo l'introduzione delle leggi razziali in Italia e Pannunzio condannò con assoluta fermezza tale comportamento, che trovò invece un inaspettato difensore in Ernesto Rossi), uscirono anche dal Partito radicale che da allora assunse una linea politica profondamente diversa da quella pannunziana. Sarebbe infatti in assoluta malafede chi cercasse - come è accaduto - di omologare Pannunzio ai "nuovi radicali" capeggiati da Marco Pannella, che rappresentano una storia completamente diversa da quella pannunziana.
Il "caso Piccardi" e la fine del primo Partito radicale rivelarono peraltro l'inconciliabilità sul piano politico tra la posizione liberale di Pannunzio e quella "azionista", se eccettuiamo pochi singoli casi come quelli di Leo Valiani ed Aldo Garosci, il cui impegno politico fu sempre lontano dall'"azionismo" caratterizzato dal "pregiudizio favorevole" verso il PCI. Anzi Valiani e Garosci furono nettamente e coraggiosamente sempre anticomunisti.
Norberto Bobbio non collaborò mai a "Il Mondo", malgrado gli inviti di Pannunzio, perché si sentiva abbastanza estraneo a quell'esperienza. Alessandro Galante Garrone ebbe rapporti epistolari con Pannunzio, ma si considerò appartenente ad un'altra storia politica. Lo stesso Guido Calogero, che fu collaboratore assiduo del settimanale di Pannunzio, con il suo giacobinismo, non si può considerare a pieno titolo espressione della comunità del "Mondo". Per altri versi, va detto che la stessa "sinistra liberale" non fu una costola della sinistra, ma una corrente del PLI, da non confondere con il gobettismo che finì di porsi al servizio del PCI. Valerio Zanone che si considera un liberale di sinistra ha riconosciuto più volte che la sinistra è profondamente illiberale, anche se poi ad essa è finito per uniformarsi, facendo prevalere su tutto il suo antiberlusconismo.
Chiuso "Il Mondo" nel 1966, Pannunzio si ritirò in disparte, pur continuando a frequentare gli amici di sempre. Nel 1967 la guerra araboisraeliana vide un Pannunzio nettamente schierato a favore di Israele ed in forte polemica con "L'Espresso" per la sua posizione filo araba.
Quest'episodio determinò la fine di qualsiasi rapporto con Eugenio Scalfari, direttore del settimanale. Questo rapporto si era già fortemente incrinato nella vicenda che portò alla fine del primo Partito radicale in seguito al già citato "caso Piccardi".
Alla fine di gennaio del 1968 Pannunzio venne improvvisamente ricoverato in una clinica romana e morì il 10 febbraio. Volle come ultimo viatico nella bara I Promessi Sposi e c'è stato chi ha sostenuto che quella scelta avesse anche un significato religioso e nonsolo letterario. Chi scrive ebbe una confidenza importante al riguardo dalla moglie di Pannunzio, Mary, ma il vincolo del segreto a cui mi impegnai mi impedisce di scriverne. Questa confidenza la ebbi a casa di Pannunzio in via Lucrezio Caro nel 1988, quando per caso buttai l'occhio su un'immaginetta di Papa Giovanni XXIII su un vetro della biblioteca di Pannunzio. Mary spiegò che a porla in quel posto fu lo stesso Pannunzio che aveva una grande simpatia per il Papa succeduto a Pio XII.
Certo, quella scelta nei confronti di un grande classico, nell'anno della contestazione giovanile che avrebbe messo al rogo tutta la cultura tradizionale, assume sicuramente un forte significato.


Croce, Salvemini, Einaudi

Tema di fondo de "Il Mondo", che sotto la guida di Pannunzio tenne sempre fede alla sua linea, fu innanzi tutto la compresenza nelle sue pagine, e si trattò di una presenza né casuale né di poca importanza, di Croce, Salvemini ed Einaudi.
"Il Mondo" nacque crociano e morì crociano. Croce iniziò la sua collaborazione a "Il Mondo" nel quarto numero del 1949. L'articolo si intitolava L'uomo vive nella verità ed era un rifiuto radicale dell'esistenzialismo. Il filosofo continuò a scrivere assiduamente sul settimanale pannunziano quasi fino alla sua morte avvenuta nel 1952.
Al crocianesimo si ispiravano numerosi collaboratori e molte rubriche come "Il tempo e le idee", redatta da Carlo Antoni, e "Ceneri e faville", che Vittorio De Caprariis firmava con lo pseudonimo di "Turcaret". Si muovevano in un ambito crociano Giovanni Cassandro, Fausto Nicolini, che nel primo anniversario della morte di Croce pubblicò una serie di articoli sull'attività del filosofo come Ministro della pubblica istruzione nell'ultimo Governo Giolitti, Alfredo Parente, Giovanni Spadolini, Raffaello Franchini, Francesco Flora, Vittorio Enzo Alfieri ed altri. Il crocianesimo de "Il Mondo" non fu, si badi, pedissequo e dottrinario: la sua, più che la scelta di un sistema, fu una scelta di ordine culturale e metodologico. In modo crocianamente liberale gli uomini de "Il Mondo" affrontarono la vita ed i suoi problemi fino all'ultimo numero, che significativamente recava una fotografia di Croce in prima pagina.
Gaetano Salvemini portò ne "Il Mondo", accanto e contro al liberalismo dei crociani, la voce di un radicalismo democratico che aveva le sue radici lontane in Carlo Cattaneo. Il suo contributo fu quello di un grande polemista che coglie concretamente i problemi, li analizza lucidamente e propone soluzioni adeguate. Ma va anche detto che Salvemini fu tenacemente anticomunista in sintonia totale col gruppo de "Il Mondo".
La presenza di Luigi Einaudi, che fu vicinissimo a Pannunzio anche durante il settennato presidenziale, è meno evidente, ma altrettanto significativa perché egli non fu solo un lettore attento ed esigente de "Il Mondo", ma ne fu collaboratore autorevole ed ispiratore ascoltato.


In nome della libertà

Contro tutti i conformismi, gli attentati alle libertà civili, le prevaricazioni di certi gruppi economici privilegiati, il totalitarismo di ogni colore, si schierò sempre "Il Mondo" in nome della libertà e della laicità. La laicità di cui si fece portavoce "Il Mondo", pur condizionato dal fatto che il Tevere "non era abbastanza largo", per dirla parafrasando Spadolini, non si ridusse ad un semplice atteggiamento critico nei confronti della Chiesa di Pio XII: essa fu, diversamente da quella ottocentesca, un atteggiamento culturale di fondo. Non un anticlericalismo statalista, in fondo autoritario e storicamente non meno anacronistico del temporalismo clericale, ma una scelta per alcuni punti fondamentali: nessuna idea è dogmaticamente indiscutibile, nessun valore è assoluto, le attività umane non si collocano in un sistema gerarchico, ma in una circolarità di momenti autonomi, per cui, ad esempio, è illecito subordinare la politica alla religione, come fanno le ideologie confessionali, o l'arte alla politica, come fanno le ideologie totalitarie.
È per una vissuta e consapevole "scelta di campo" che "Il Mondo" fu fermamente antifascista, attraverso il contributo di Calamandrei, Rossi, Saragat, Calosso e La Malfa e le sia pur diverse motivazioni ideologiche di Croce e di Salvemini. Di Salvemini uscirono su "Il Mondo" la Storia dei fuorusciti e il diario degli anni'22-'23. Altiero Spinelli pubblicò le Memorie di un confinato politico (1960). Nel 1962 apparve la Scuola dei dittatori di Ignazio Silone e nel 1963 fu la volta di Alberto Acquarone col Duce visto dai collaboratori. Un caso di grande importanza è quello di Angelo Tasca, ex comunista vilipeso e scomunicato dalle gerarchie del PCI che trovò solo nel "Mondo" la possibilità di scrivere.
Ma la lotta de "Il Mondo" non fu diretta soltanto contro i fascisti in camicia nera, contro il "ventennio" e i suoi nostalgici; "Il Mondo" seppe sempre battersi, con fermezza, contro l'altra immensa tragedia del Novecento: il totalitarismo marxista che in Italia si presentava allora con il doppiopetto legalitario di Togliatti. Mentre troppi intellettuali giustificarono una dittatura, limitandosi a criticare l'altra, "Il Mondo" difese ad oltranza i valori della libertà contro tutti i pericoli e contro tutte le distorsioni, comprendendo che sia la dittatura di destra che quella di sinistra erano e rimangono oppressive dei valori umani, al di là delle rispettive matrici e motivazioni ideologiche.
Nei suoi editoriali, nelle sue rubriche, nei suoi articoli, nelle sue memorabili inchieste, "Il Mondo" preannunciò i temi di molte lotte per una società più democratica e più "aperta", per usare un'espressione di Karl Popper, filosofo allora sconosciuto e bandito in Italia, temi che emergeranno nel dibattito culturale e politico con parecchi anni di ritardo nel nostro Paese.
Antonio Cederna guidò la battaglia contro il saccheggio urbanistico. Cederna dal 1949 al 1966 scrisse polemici interventi per difendere il paesaggio ed i centri storici dal caos che imperversava nell'edilizia sull'onda della speculazione più selvaggia. Sul tema del malgoverno del patrimonio artistico nazionale, ricordiamo poi Carlo Ludovico Ragghianti con la sua inchiesta condotta nel 1962.
Ernesto Rossi - il più grande polemista della famiglia pannunziana - ci dava le sue clamorose inchieste. Ricordiamo quelle sui "trust" economici, sul cinema, sul funzionamento della Rai-TV. Achille Battaglia indagava sul funzionamento della giustizia; Gino Bellavitasvelava i segreti delle "cinque polizie". Guido Calogero, invece, metteva mano nella già allora dolorosa piaga della scuola. Francesco Compagna (che continuò la battaglia sulla rivista "Nord e Sud") fu, oltre a Salvemini, un altro acuto indagatore dei problemi del Sud.
La battaglia meridionalista liberale fu fatta propria da "Il Mondo" fin dal 1949 e da "Il Mondo", appunto, trasse i contributi più originali.
Mario Pannunzio, chiamando a collaborare gli esperti della questione meridionale, inserì il meridionalismo in una tradizione di grande ed intelligente giornalismo politico di respiro europeo.
In un primo tempo si trattò, anche qui, di combattere il pericolo più immediato, vale a dire lo schieramento di una destra non democratica e nostalgica che si era riorganizzato nel Mezzogiorno, raccogliendo cospicui suffragi ed il conseguente pericolo di aperture o cedimenti della DC nelle amministrazioni provinciali e comunali, nei confronti di monarchici e missini. Superate quelle che Francesco Compagna chiamò "penose manifestazioni di infantilismo politico e malformazione civile", "Il Mondo" pose il problema del rinnovamento dei quadri, della nuova classe dirigente da sostituire allo "schieramento dei fossili", se si voleva veramente promuovere lo sviluppo economico e civile del Meridione. Altro tasto fu l'industrializzazione, filo conduttore del meridionalismo liberale e degli interventi meridionalisti de "Il Mondo".
È del '60, infatti, la discussione, poi raccolta in volume dalle edizioni di Comunità (Il Mezzogiorno davanti agli Anni Sessanta), sull'industrializzazione del Mezzogiorno, cui parteciparono studiosicome Bruno Caizzi, Paolo Sylos Labini, Augusto Graziani, Giovanni Cervigni, Franco Libonati, Gino Luzzatto.
Le molte migliaia di articoli usciti in quasi diciotto anni su "Il Mondo" costituiscono un materiale enorme di studio e di testimonianza su cui solo di recente si è incominciato a indagare con rigore storico.
Potremmo ricordare, ancora, le indagini sui ministeri di Paolo Pavolini, quelle sui partiti di Giacomo Perticone, le inchieste diGiorgio Galli sui sindacati, di Bruno Caizzi sull'industria, di Ignazio Weiss sulla stampa. La politica estera era rappresentata ne "Il Mondo" dagli articoli di Carlo Sforza, Altiero Spinelli, Augusto Guerriero, Antonio Calvi, Nicolò Carandini, Aldo Garosci ed altri. Ma la linea di politica estera de "Il Mondo" fu costantemente stabilita dagli articoli di Nicolò Carandini, ambasciatore d'Italia a Londra che De Gasperi avrebbe voluto suo ministro per gli Esteri.


Lo specchio dell'Italia di allora

Un originale esempio di impegno intellettuale e culturale è offerto dalle diverse rubriche de "Il Mondo", testimonianza di una lotta continua al fanatismo, alla faciloneria, al misoneismo, al cattivo gusto.
Ciò è dovuto al fatto che i curatori delle varie rubriche, alcuni dei quali restarono al proprio posto dal primo all'ultimo numero, cercarono sempre di andare al di là della particolarità e contingenza dell'argomento trattato e si riservarono sempre un più vasto campo diindagine e di giudizio.
Giulia Massari, nella sua celebre rubrica "L'Invitato", tracciavaun malizioso e realistico ritratto di una certa società romana e delle sue frivolezze.
In "Ventesimo secolo" Augusto Guerriero parlava di politica estera. In "Scandalusia" Ernesto Rossi lanciava il suo "j'accuse" contro "i padroni del vapore".
Guido Calogero scriveva il "Quaderno", Carlo Laurenzi "Usi & Costumi", Ennio Flaiano il "Diario notturno", Rodolfo Wilcock il "Panopticum".
Le "Cronache della sera" erano le pagine dedicate allo spettacolo. Dal primo all'ultimo numero Giorgio Vigolo scrisse di musica. Ilteatro fu seguito prima da G. B. Angioletti, poi da Nicola Chiaromonte. Di cinema scrissero Ennio Flaiano, Corrado Alvaro e, dall'inizio del 1953, Attilio Riccio.
Gli specialisti per le arti erano Alfredo Mezio, Lionello Venturi (1951-1955) ed Eugenio Battisti (dal 1954 in poi).
Arnaldo Bocelli, che univa la preparazione tecnica all'attenzione per i nuovi scrittori, ci diede nelle sue recensioni il più aggiornatorepertorio della letteratura italiana contemporanea.
Per le letterature anglosassoni abbiamo, invece, le recensioni di Gabriele Baldini e di Alberto Arbasino; Nino Franck curò le recensioni sulla letteratura francese e Gustavo Herling quelle sulla letteratura russa. Ricordiamo, ancora, le rubriche di Giuseppe Raimondi, "Dare e avere" (dal 1951 al 1954) e la "Valigia delle Indie" (dal 1955 al 1956), e di Alessandro Bonsanti, il "Portolano".
Lo stile de "Il Mondo", fin nei minimi particolari, si rivelava attraverso la sua scrupolosa attenzione per ogni mezzo espressivo e la sua costante "scelta di qualità".
Le stesse fotografie "volevano essere - scrisse Mario Pannunzio - a volta a volta un commento visivo di particolari aspetti della vita politica italiana e straniera e un ritratto del costume, degli atteggiamenti, delle tendenze della nostra società. Ogni fotografia aveva lo scopo di cogliere in movimento un istante della vita reale, vista con occhio penetrante e spregiudicato". Le fotografie le sceglieva, dal mucchio, sempre Pannunzio con colpo sicuro e il risultato era spesso eccellente per l'ironica finezza con cui l'immagine scopriva intenzioni allusive nei vari soggetti. Le fotografie costituivano, assieme agli articoli e alle vivaci rubriche, un animato ritratto dell'Italia di quel periodo, i cui limiti venivano svelati e messi alla berlina con gusto ed ironia.
Facevano loro compagnia le vignette di Amerigo Bartoli (suo, fral'altro, era il disegno della testata de "Il Mondo") e quelle di Mino Maccari. Lo stile di Bartoli era più "pastoso" e plastico, quello di Maccari più secco e schematico. La battuta di Bartoli si distendeva inun cachinno beffardo, il riso di Maccari era invece più scettico e amaro.
Le vignette de "Il Mondo" s'inserivano benissimo nel piano di battaglia del giornale, di cui costituivano il necessario ed efficace completamento "visivo". Questa capacità di sintesi tra linguaggio scritto e visivo era stata sicuramente sollecitata e rafforzata in Pannunzio dall'indubbio magistero estetico e grafico esercitato da Longanesi.
Il bilancio de "Il Mondo" comprende anche una buona parte della narrativa italiana di quegli anni. Gli scrittori che Mario Pannunzio chiamò al giornale non rifiutavano un rapporto fra letteratura e società; attraverso l'arma dell'ironia, dell'acuta critica di costume odella rappresentazione delle più drammatiche piaghe sociali evidenziavano anche i problemi della società italiana e quanto permaneva in essa di illiberale, di "medioevale", di retorico.
Vitaliano Brancati pubblicò su "Il Mondo", nei primi quindici numeri del 1949, il suo Bell'Antonio. Decine di altri scrittori collaborarono a "Il Mondo", vi fecero conoscere le proprie opere o ne ebbero il battesimo della notorietà. Ugo Facco de Lagarda pubblicò Il borgo addormentato e Le nozze di Carla, Tommaso Landolfi Ottavio l'impostore, Anna Maria Ortese L'iguana, Giovanni Comisso La donna del lago, Camillo Sbarbaro gli Scampoli. Scrissero su "Il Mondo" Moravia, Soldati, Alvaro, Maraini, Bacchelli, Pasolini, Cassola, Morante, Silone e, ancora, Angioletti, Cancogni, Baldini, Flaiano, Quarantotti-Gambini, Tacchi, Tobino, Arpino, Calvino, Arbasino, Wilcock.
Di autori stranieri, comparvero su "Il Mondo" L'Inganno di Thomas Mann, 1984 di Orwell, Il caro estinto di Waugh.
1984 fu l'occasione per una polemica contro il totalitarismo e l'esaltazione del potere per se stesso. Croce scrisse allora un articolo intitolato La città del dio ateo.


Un nuovo giornalismo

"Il Mondo" fu insomma un "fatto nuovo" nella stanca cultura italiana del tempo ed insegnò che il giornalista può e deve esercitare una funzione morale, culturale e politica senza mai deformare, interpretandola, la realtà dei fatti. Giornalismo nuovo, quello della famiglia pannunziana, di livello europeo, alla pari con l'inglese "Guardian", il parigino "Le Monde", la zurighese "Neue Zuercher Zeitung".
Nella sua lotta alla mezza cultura ed alla faziosità andò tanto al di là dei suoi obiettivi iniziali che "Il Mondo" divenne sinonimo ovunque di autorevolezza e di classe. Per i giovani di belle speranze scrivere su "Il Mondo" era come una patente di nobiltà, una "laurea" in giornalismo, conseguita "magna cum laude". La frase "scrive sulMondo", era sempre pronunciata con rispetto e sottintendeva un apprezzamento implicito. Scrivere su "Il Mondo" infatti, voleva dire avere per "colleghi" le migliori firme del giornalismo italiano, gli storici, i filosofi, i politici, i letterati più aperti ed impegnati, più serie rigorosi, più liberi e spregiudicati.
"Il Mondo", fedele alla sua volontà di tradurre in "costume" ed in scelte concrete, sorrette dalla luce della ragione, i valori della democrazia e della libertà, faceva giungere la sua voce ovunque, fin negli angoli più riposti dello Stivale, dove più dense erano le nebbie dell'arretratezza e i fumi del manicheismo rozzo e fanatico. In ogni edicola della provincia italiana "Il Mondo", grazie alla sua funzione di mediazione fra il centro e la periferia, costituiva una presenza preziosa ed insostituibile.
Pensiamo alla nostra provincia degli Anni Cinquanta: pettegola, codina, dall'orizzonte estremamente limitato, tutta presa daiproblemi locali, ma sorda agli interessi nazionali; pronta ad insorgere per una strada, un nuovo ponte, la locale squadra di calcio, iltrasferimento di un ufficio pubblico, ma indifferente di fronte aidrammi della provincia vicina, salvo poi a mobilitarsi, pericolosa eviolenta, contro ogni minima innovazione.
"Il Mondo" cercò, a poco a poco, di "educare" questa provinciae di portarla a sentire come sua ogni battaglia per un'Italia più civilee moderna, un'Italia più europea.
Specie i giovani si riconobbero immediatamente ne "Il Mondo" ene furono assidui, fedeli lettori, venendo quasi a formare una sortadi "partito" del settimanale pannunziano.
L'influenza de "Il Mondo" andò molto al di là dell'ambiente politico ad esso più vicino, costituito dallo schieramento liberaldemocratico. Anche alcuni giovani democristiani e giovani intellettuali comunisti non settari, sentirono in qualche modo la sua attrattiva. Si creò fra i giovani delle varie coloriture politiche un clima bendiverso da quello degli apparati dei partiti (ancora legati ad un modovecchio di far politica) che favoriva il dialogo, la comprensione e lacircolazione delle idee in un Paese in cui la "guerra fredda" avevainnalzato steccati insormontabili. All'Italia di Peppone e di Don Camillo si oppose l'Italia laica e liberal-democratica di MarioPannunzio e dei suoi amici.


Terza forza incompiuta

"Il Mondo", con la sua volontà di partecipare attivamente e concretamente alla vita della Nazione, non volle restare soltanto un "fatto" giornalistico, ma fu anche, nello stesso tempo, impegnopolitico. Il suo scopo fu quello di creare una "terza forza" capace diinserirsi come elemento alternativo rispetto alle chiese ideologiche.
All'inizio, gli uomini de "Il Mondo" ebbero come punto di riferimento il PLI, dopo una prima uscita dal partito che tuttavia venne superata dal "patto di unificazione" voluto da Bruno Villabruna e sanzionato da Croce nel 1951, come abbiamo già ricordato.
Nelle elezioni del 1953 il partito liberale sostenne la cosiddetta "legge truffa" così come la definirono i comunisti ed "Il Mondo" e lo stesso Salvemini furono fautori di una legge che avrebbe concesso alla coalizione che avesse raggiunto la maggioranza effettiva dei suffragi (e non solo più voti) un premio di maggioranza con lo scopo di garantire la governabilità. Non fece scattare il premio una listarella capeggiata dall'ex azionista Ferruccio Parri e dall'economista liberale Epicarmo Corbino per circa cinquecentomila voti. Va detto che non si trattava di una legge truffaldina e va evidenziato che quella legge era volta a creare in Italia una stabilità politica attorno alla DC ed ai partiti laici. "Il Mondo", attaccatto ferocemente per quella scelta dai comunisti, schierandosi a favore della legge, si eraposto - con grande anticipo - uno dei problemi che più travaglieranno la storia della democrazia parlamentare italiana, caratterizzata daun alternarsi continuo di governi, causa di un grave danno al Paesenel corso degli anni della Prima Repubblica. Nessuno dei candidati della "sinistra liberale" rientrata nel partito venne eletto. E certamente questo fatto non facilitò i rapporti interni al PLI e creò deiproblemi di convivenza politica dopo la sconfitta elettorale del '53che segnò anche la fine dell'età degasperiana.
Cadute le ultime illusioni, la situazione gradualmente si deteriorò nuovamente a causa della svolta politica imposta al partito da Giovanni Malagodi, nuovo segretario del PLI, succeduto a Villabruna. Il tentativo di cambiare la linea del partito si rivelò inutile. "Il nobile partito di Cavour, di Croce e di Einaudi era ormai stato affittato all'Assolombarda", scrisse sul giornale Nicolò Carandini, con intransigente severità. Si tratta di un giudizio polemico che storicamente va rivisto perché la figura di Malagodi e il giudizio su di lui appare oggi molto diverso da quello espresso da Carandini.
Nel dicembre del 1955 gli amici de "Il Mondo" vennero allora convocati a convegno da un comitato composto da Pannunzio, Carandini, Piccardi, Valiani e Villabruna: cominciava la generosa, sfortunata, utopistica avventura del Partito radicale.
Si sperava di realizzare la "terza forza" necessaria a un socialismo unificato sul piano democratico per superare le tentazioni frontiste e contribuire in modo determinante ad una politica di riforme e di trasformazione del Paese in senso liberale. Venne invece, bruciante, la sconfitta elettorale del '58, che fece scrivere a Paolo Pavolini: "Il nostro popolo vota per i preti che afferma di detestare, per i padroni che odia, per i fascisti che teme...".
Dopo la campagna elettorale del '63 "Il Mondo" dovette riconoscere che l'ipotesi politica liberaldemocratica era, almeno per ilmomento, impossibile e che i socialisti erano troppo esposti alle tentazioni del potere. "Il Mondo" per primo vide con decenni dianticipo i pericoli di Tangentopoli. Il centro-sinistra, insomma, non cambiava troppo le cose e "Il Mondo" dovette volgersi nuovamente al lavoro culturale di ricerca, di proposta e di critica.
Altra forma di impegno de "Il Mondo" fu costituita dai "Convegni". Furono in tutto dodici, il primo nel marzo del 1955 su "La lotta ai monopoli", l'ultimo nel marzo 1964 sulla politica dicentro-sinistra. Di convegno in convegno aumentarono l'interesse ela partecipazione del pubblico. L'importanza di questi convegni era data dall'attualità e dall'urgenza degli argomenti trattati, dalle precise soluzioni che essi esprimevano, dal metodo con cui venivano preparati. Alla mancanza di precise proposte politiche proprie di quegli anni, "Il Mondo" rispose con lo scrupoloso approfondimento e l'aderenza tecnica alle questioni sollevate nei suoi convegni, vera espressione di una politica colta, coerente, alternativa a quella di molti uomini di partito, ansiosa di tracciare nuove strade, misurandosi salveminianamente con i problemi concreti.
Ma va anche detto che i Convegni diedero anche spazio eccessivo a certo giacobinismo che si rivelò allora e si manifesta ora in termini di giudizio storico assolutamente inconciliabile con il liberalismo.
Continuatori sul terreno politico del "Mondo" furono non certo i "nuovi" radicali di Marco Pannella, ma i repubblicani Ugo La Malfa, Francesco Compagna e soprattutto Giovanni Spadolini che, divenuto Presidente del Consiglio, il primo laico della storia repubblicana, riuscì a portare anche elettoralmente la "terza forza" a traguardi mai raggiunti prima. In questo contesto va letto anche l'apporto sicuramente "pannunziano" del Partito liberale successivo alla segreteria di Malagodi. Non a caso, il Partito repubblicano e il Partito liberale, divisi da una diversa se non opposta valutazione del centro-sinistra, andarono al governo insieme nel pentapartito e raggiunsero anche intese comuni per l'elezione del Parlamento Europeo che fecero superare, in nome dei comuni valori liberal-democratici, le divergenze del passato. Così entrarono nel Parlamento Europeo uominicome Rosario Romeo, Enzo Bettiza, Jas Gawronski, Sergio Pininfarina, che rappresentarono a Strasburgo sia i repubblicani chei liberali. Ma sarebbe un gravissimo errore di valutazione storica e di faziosità politica non considerare come continuatrice anche quella corrente socialista laica, democratica e riformista che, da Saragat a Craxi, seppe affrancare il socialismo italiano dall'egemonia soffocante e soffocatrice del partito comunista.


"Il Mondo" entra nella storia della cultura

La vicenda de "Il Mondo" si concluse 1'8 marzo 1966. Dopo 890 numeri, il settimanale di Pannunzio sospese le pubblicazioni. Il 10 febbraio di due anni dopo, Pannunzio moriva e le speranze di riprendere con nuovo vigore ma con l'antica intransigenza la battaglia interrotta venivano irrimediabilmente meno.
Sarebbe lungo analizzare i motivi complessi che portarono alla chiusura de "Il Mondo": si tratta comunque di ragioni che toccano da vicino il problema della libertà di stampa in Italia e della reale possibilità di vita di un giornale libero dal condizionamento di certi padroni e padrini politici. Ma il discorso ci porterebbe lontano. De "Il Mondo" resta un patrimonio di idee, un esempio, inimitabile, di giornale colto ed elegante, libero e coraggioso che non scade mai nel gusto per lo scandalismo.
Sta di fatto che l'esperienza di quasi diciotto anni ha lasciato una traccia nella nostra vita culturale e politica che per ragioni di faziosità interessata alcuni hanno cercato di svilire, senza tuttavia riuscire nell'intento.
Uno dei giudizi più lucidi su quell'esperienza è stato dato da uno storico non certo tenero nei confronti delle minoranze laiche, Nicola Tranfaglia. "Quel giornale - egli scrisse su "Rinascita" - esercitò un'influenza assai più larga delle cifre rappresentate dalla sua tiratura sia perché rappresentò un filone autenticamente liberale della cultura laica, quella più autenticamente antifascista e meno provinciale, sia perché promosse un'analisi più realistica e critica di quella offerta dai grandi giornali di partito e della stessa pubblicistica della sinistra".
Ce n'è abbastanza per dire che "Il Mondo" ha lasciato un vuoto incolmabile nella nostra cultura ed è entrato, a pieno titolo, nella nostra storia culturale: insieme alla "Voce" di Prezzolini e alla "Critica" di Croce, insieme alle riviste gobettiane e gramsciane, trova posto anche "Il Mondo" di Mario Pannunzio che ha impartitouna grande lezione, che ha contribuito in modo decisivo a far nascere in Italia una cultura laica e liberal-democratica in un senso completamente nuovo rispetto alle esperienze gobettiane ed amendoliane del primo dopoguerra.
Nei riguardi della cultura marxista e di quella cattolica ha esercitato una funzione critica di stimolo al dibattito e al progressivosuperamento delle pregiudiziali ideologiche degli Anni Cinquanta.
Se l'Italia è oggi complessivamente un po'più laica, una parte del merito va riconosciuto a "Il Mondo" che ha saputo anticipare itempi, andando controcorrente, senza cedimenti e senza incertezze, negli anni più difficili dello scontro frontale tra gli opposti dogmatismi. Il lavoro che resta da compiere è comunque immane perché, se è vero che oggi più o meno tutti si definiscono liberaldemocratici, è altrettanto vero che non esistono corsi accelerati di liberaldemocrazia che consentano di improvvisarsi una cultura politica che non si è mai avuta in precedenza.


La lezione de "Il Mondo" oggi

Alle pagine de "Il Mondo" oggi più che mai dovrebbero andare o ritornare coloro che - abbandonati a parole i dogmatismi di un tempo - pretendono di essere i protagonisti di "rivoluzioni liberali" confuse e contraddittorie. Le idee "chiare e distinte" del liberalismo italiano della seconda metà del Novecento si trovano, purtroppo, solo nell'esperienza de "Il Mondo" che troppi citano, senza averlo neppure letto, con una superficialità sorprendente ed ambigua.
All'inizio del XXI secolo bisogna rifare i conti con la nostracultura e in questo quadro non sarà più possibile non tenere nelladovuta considerazione le battaglie di una minoranza che ha indicatouna strada che, se l'Italia vuole uscire dalla sua crisi culturale, morale e politica, dovrà, presto o tardi, imboccare.
"Il Mondo" è stato espressione di una minoranza liberaldemocratica in un Paese sostanzialmente illiberale. Eppure quella minoranza ha lasciato una traccia ed ha fatto maturare la coscienza politicadi molti in senso meno illiberale.
La caduta del Muro di Berlino ha dimostrato che gli utopisti erano altri, quelli che definivano sprezzantemente Pannunzio e i suoi amici "visi pallidi". E si trattò di utopisti che, credendo, forsein buona fede, nella possibilità di portare il paradiso in terra, crearono e sostennero dei veri e propri inferni totalitari, per usareuna metafora popperiana.
Ma è possibile oggi parlare di una liberaldemocrazia condivisa e perciò di massa? Non dimentichiamo che Tocqueville, il maestro delpensiero liberaldemocratico (a cui Pannunzio dedicò il suo scrittopiù importante), già presentiva i pericoli per la libertà rappresentatida un processo di massificazione di cui vedeva la prima manifestazione nel giacobinismo rivoluzionario francese.
Per Tocqueville il liberalismo era l'unico antidoto alla soffocante massificazione dell'individuo. Ma può diventare un'idea di massa un filone di pensiero che vede con preoccupazione i pericoli dellamassificazione? Questo è oggi più che mai il nocciolo duro delproblema e forse questa è anche una nuova possibile chiave di lettura dell'esperienza de "Il Mondo".
I tempi sono cambiati, ma resta immutato il problema delle élite intellettuali il cui messaggio difficilmente può essere accolto alivello di massa senza semplificazioni schematiche e banalizzazioni confuse, che rischiano di cambiare la sostanza stessa del messaggio liberaldemocratico.
Per altri versi, un Paese come l'Italia, se non si ancora saldamente ai valori della liberaldemocrazia europea, rischia davvero di restare il fanalino di coda dell'Occidente.
Rileggere il "Risorgimento Liberale" e "Il Mondo" oggi può almeno aiutare a capire la complessità dei temi con cui si trova a confrontarsi chi vorrebbe contribuire a far crescere il Paese attraverso la cultura e l'impegno civile, la libertà e la democrazia.
È un discorso difficile, sempre ostacolato, spesso frainteso, a volte strumentalizzato. Così è accaduto a Pannunzio, così continua ad accadere a chi non pronuncia invano il termine "liberaldemocratico" come ci ha insegnato Nicola Matteucci che non collaborò al "Mondo", ma capì più di tanti altri quel messaggio così legato al suo amatissimo Tocqueville che fu anche, insieme a Croce, il riferimento ideale di Pannunzio.

Pier Franco Quaglieni - Presidente del Centro Pannunzio






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