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VICTOR ZASLAVSKY

Lo storico, russo di nascita ma da lungo tempo residente in Italia, è scomparso nel novembre scorso. Ha studiato a fondo la natura del sistema sovietico e indagato sui rapporti tra Unione Sovietica e Pci

Data: 2010-01-08

di Ugo Finetti, Critica Sociale, 12/2009,

Anche se da decenni nel nostro paese, Victor Zaslavsky non aveva però chiesto la cittadinanza italiana. Era russo e nato a San Pietroburgo, all'epoca Leningrado, il 26 settembre 1937 si era laureato lì in storia presso la Università Statale. Diventato docente, era però entrato nel mirino della censura accademica. Nel 1974 Zaslavsky venne così espulso quasi contemporaneamente ad Aleksandr Solzenicyn nel quadro del "giro di vite" che ebbe al centro la scoperta del manoscritto di "Arcipelago Gulag". Più che un'esplicita opposizione insospettiva la sua mancanza di zelante subordinazione. Ebbe a ricordare lui stesso: "Non avevo fatto niente di particolarmente eclatante per essere espulso. Non ero un dissidente, ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa. E anche questo era potenzialmente pericoloso per un regime come quello sovietico. Soprattutto nella città in cui vivevo dove esisteva un rigido controllo ideologico".
Da allora la "patria del socialismo" non poteva essere la sua vera patria, ma non aveva accettato altra cittadinanza. Ed il tema delle nazionalità è stato appunto centrale nella sua analisi degli elementi critici in seno all'impero sovietico prima e dopo la caduta del Muro di Berlino. In esilio è stato accolto nelle università di Berkeley e di Stanford e poi alla Memorial University del Canada dove acquisì lo status di "russo naturalizzato canadese", ma la sua seconda patria è stata l'Italia dove già da metà degli anni '70 collaborava a diverse riviste tra cui "Mondoperaio" che era all'epoca impegnata con Bobbio, Colletti e Salvadori nella contestazione dell'egemonia gramsciana. In Italia dopo aver insegnato nelle Università di Venezia e Firenze è stato in questi ultimi anni docente alla Luiss-Guido Carli di Roma. Il suo nome balzò alla ribalta infrangendo la frontiera degli esperti e degli studiosi, quando insieme alla moglie, Elena Aga-Rossi, trasse fuori dagli archivi dell'ex Urss la documentazione che dimostrava come la famosa "svolta di Salerno" (la proposta del Pci agli altri partiti antifascisti nel 1944 di entrare nel governo Badoglio) fino ad allora sventolata come la "prova" dell'autonomia di Togliatti dall'Urss era stata invece ideata personalmente da Stalin e da lui imposta ai comunisti italiani. Fu l'origine del saggio "Togliatti e Stalin" (1997) in cui Zaslavsky e Aga-Rossi ricostruirono sulla base della documentazione inedita la realtà del comunismo italiano.
Ma l'importanza di Zaslavsky non è quella di un autore di "scoop". Lo "scoop" è solo la punta dell'iceberg di una capacità di saper cercare, trovare, leggere e capire l'arcipelago del comunismo come dimostrano i suoi studi da "Il consenso organizzato" (1981) e "L'emigrazione ebraica e la fuga della nazionalità in Urss" (1985) a "Il massacro di Katyn" (1998) e "Storia del sistema sovietico" (2001).
Zaslavsky è stato uno dei protagonisti dell'abbattimento del Muro di Berlino nel campo storiografico infrangendo gli schemi della lettura classista del Novecento che è stata dominante soprattutto in Italia. Senza vincolarsi in modo schematico e ripetitivo alla categoria del totalitarismo ha indagato il carattere specifico della realtà sovietica da Lenin a Gorbacev in quanto "società militare-industriale". E' così che ha messo a fuoco il profilarsi dell'implosione proprio nella sottovalutazione da parte di Gorbacev del fattore nazionalistico.
Ma un ruolo fondamentale è stato svolto Victor Zaslavsky anche sulla storia del nostro paese non solo attraverso saggi e relazioni, ma anche come esperto della commissione parlamentare sulle stragi e di cui è testimonianza preziosa "Lo stalinismo e la sinistra italiana" dove ricostruisce il "doppio strato" che caratterizzò il Pci dai finanziamenti sovietici all'apparato paramilitare clandestino. In conclusione ebbe recentemente a osservare: "Il Pci, nel corso della sua storia, aveva avuto diverse possibilità di staccarsi dall'Unione sovietica. Per esempio nel 1956 dopo la rivolta in Ungheria o nel 1968 dopo la Primavera di Praga. Rivolte popolari contro i regimi comunisti entrambe soffocate con forza dall'Armata rossa. Tuttavia, in nessuna di queste occasioni il PCI ebbe la forza e la volontà di compiere un atto politicamente importantissimo:  rompere definitivamente il legame con l'Unione sovietica. Questo distacco, purtroppo, è avvenuto solo all'ultimo momento, dopo il crollo del muro di Berlino, quando, ormai, non c'era più niente da spezzare".
Dopo il dissolvimento dell'Urss non chiese la cittadinanza russa. Era un "vulnus" che doveva essere riparato per iniziativa di Mosca. Ma anche dopo la caduta del comunismo gli fu riservato il destino di morire come "cittadino naturalizzato".






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