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CASO IRAN: SERVE UNA STRATEGIA GLOBALE

Colloquio con Arduino Paniccia, docente di Strategia ed Economia Internazionale presso l’Università di Trieste e consulente delle Nazioni Unite

Data: 2009-06-26

“Stiamo vivendo una fase di profondi cambiamenti in Medio Oriente e non è facile comprendere se i sommovimenti in atto, soprattutto in Iran, possano assumere un segno positivo o negativo”. Il Professor Arduino Paniccia trae spunto dai drammatici avvenimenti iraniani per sviluppare un'analisi degli scenari strategici che stanno prendendo forma nella regione.

Rispetto a pochi mesi fa, qualcosa è cambiato, esordisce Paniccia. Quello che appariva un saldissimo fronte sciita, pronto a sfidare l'Occidente e a minacciare non solo Israele ma anche i regimi arabo-sunniti, appare oggi in difficoltà o quantomeno lacerato al suo interno. In Libano, Hezbollah, sconfitto alle elezioni, rimane una forza condizionante ma deve registrare una battuta d'arresto significativa. In Iraq, la maggioranza sciita sembra finalmente disposta a dialogare e a scendere a patti con la componente sunnita e baathista. Ma è l'Iran, come noto, a rappresentare in queste settimane il fronte decisivo per le prospettive politiche dell'islamismo sciita.

E' importante inquadrare correttamente la delicata transizione post-elettorale iraniana. Certamente, una chiave di lettura significativa è legata al riproporsi nelle strade di Teheran dello scontro tra modernizzazione e tradizione, che agita da decenni la vita politica, culturale e religiosa del mondo islamico. Tuttavia, occorre non sottovalutare le implicazioni strategiche di questi avvenimenti, poiché la crisi interna potrebbe ridimensionare le ambizioni dell'Iran, che da anni punta ad un ruolo egemonico in Medio Oriente.
Lo scontro sulla regolarità del voto tra i giovani e la borghesia iraniana da una parte e gli elementi conservatori del clero dall'altra non esaurisce i termini della questione. Inoltre, l'insistenza  di molti osservatori nell'evidenziare la serrata lotta di potere interna all'establishment di Teheran finisce per semplificare i termini del problema. A rischio non vi è soltanto la legittimità del regime, ma anche la sua solidità economica. Esiste sempre una componente economica dietro ogni mobilitazione popolare contestataria e rivendicativa. Alle masse iraniane, costituite sempre più da giovani insoddisfatti ed irrequieti, risulta incomprensibile la disastrosa situazione finanziaria di un Paese ricco di risorse energetiche che potrebbe ambire a livelli di benessere elevati. E' importante denunciare l'esistenza di brogli elettorali e la repressione degli oppositori, ma anche estendere la riflessione per comprendere a pieno le dinamiche che sono in movimento e che potrebbero incidere sugli equilibri geopolitici nel prossimo futuro.

Paniccia invita a considerare con attenzione gli effetti del cambio di strategia a Washington. L'approccio duro di Bush è stato sostituito dalla “mano tesa” di Obama, accompagnata dal progressivo ritiro delle truppe americane dall'Iraq. Circostanze che stanno forse rendendo meno ostile l'immagine del “Grande Satana” americano in Medio Oriente e meno convincente la propaganda di chi (gli ayatollah) ha fatto dell'anti-americanismo una bandiera sotto la quale raccogliere vasti consensi.
Il nuovo presidente Usa proviene da una formazione giuridica ed accademica. E' stato avvocato e professore universitario e in quelle vesti professionali ha imparato le virtù della cautela, della riflessione e del dialogo. E' un uomo che preferisce l'azione ex post alle scelte preventive, tanto care al suo predecessore nel periodo di maggiore fortuna dei circoli neo-conservatori alla Casa Bianca. Il concetto di prevenzione, spesso legato alla deterrenza, è tutt'altro che disprezzabile dal punto di vista strategico, ma si presta ad interpretazioni istintive e rischiose, come dimostrano gli errori commessi durante la guerra dichiarata dall'amministrazione Bush contro il regime di Saddam Hussein. Obama ha preferito puntare sul confronto dialogante: un atteggiamento che gli ha creato problemi in patria e che ha scontentato gli alleati israeliani, ma che ha mosso qualcosa a livello di opinione pubblica nel mondo islamico. Quel che succede in Iran potrebbe esserne, per quanto parzialmente, un riflesso.

Il futuro rimane tuttavia incerto. E' presumibile che le contestazioni dell'opposizione iraniana indurranno il governo ad intensificare la repressione. E' possibile che dopo la violenza si apra una stagione di dibattito, di cooptazione e di aggiustamento nell'establishment, ma la struttura del regime non è destinata a subire scossoni significativi. Almeno nel breve periodo. Anche in merito al programma nucleare è bene non farsi illusioni. E forse su questo punto, nota il professore, è possibile rintracciare l'aspetto negativo della politica distensiva di Obama.

Se il risultato finale dell'approccio della “mano tesa” fosse l'acquisizione dell'arma atomica da parte degli ayatollah, le conseguenze sarebbero destabilizzanti. Molti attori sarebbero tentati di seguire lo stesso corso d'azione, con l'obbiettivo di entrare in possesso di un potente strumento negoziale a supporto delle proprie prerogative. La comunità internazionale lo ha già sperimentato con il caso-Corea del Nord, un Paese misero che utilizza da anni lo spauracchio nucleare per ottenere concessioni economiche dai ricchi vicini e dal mondo occidentale. L'Iran potrebbe fare altrettanto, con una sostanziale differenza: non stiamo parlando di un attore marginale come Pyongyang, ma di uno Stato ambizioso che mira all'egemonia regionale e che potrebbe utilizzare la deterrenza nucleare per perseguirla. In quel caso i rischi di emulazione da parte di altri sarebbero molto alti.

Come muoversi in questo delicato frangente? Nel brevissimo periodo, si è optato per la cautela. E' normale che Europa e Stati Uniti auspichino un'apertura ai riformisti di Mousavi, in modo da confrontarsi con un governo meno intransigente e provocatorio, ma forse il basso profilo critico adottato dai governi occidentali (Washington in primis) riflette una considerazione realistica: si vuole evitare che Khamenei ed Ahmadinejad possano agitare lo spettro dell'interferenza straniera per minare la credibilità degli oppositori e procedere a tappe forzate con la repressione.
Aldilà della drammatica contingenza attuale, nel medio termine la cooperazione economica rimane un'opzione apprezzabile ed efficace per ricostruire la fiducia e riannodare il dialogo con Teheran, anche se la crisi economica ha spuntato gli strumenti finanziari occidentali. Un altro aspetto importante, per quanto sottovalutato nella analisi correnti, rimanda al ritiro delle truppe americane dall'Iraq, una mossa dal valore altamente simbolico in grado di togliere una potente arma propagandistica al regime iraniano, da sempre pronto a denunciare l'imperialismo Usa in Medio Oriente. Inoltre, dalla complessa equazione che si intende risolvere non deve essere escluso Israele. E' tempo che lo Stato ebraico venga coinvolto organicamente nel processo negoziale tra Teheran e l'Occidente, in modo che la posizione di Gerusalemme cessi di essere strumentalizzata ed isolata.

L'orizzonte dei negoziati deve essere chiarito una volta per tutte. Nel volgere di mesi, probabilmente un paio d'anni, l'Iran avrà la concreta capacità di applicare la tecnologia nucleare agli armamenti. In questo lasso di tempo dovrà essere presa una decisione netta. Una scelta basata sulla considerazione che la “bomba iraniana” vibrerebbe un colpo mortale al regime di non proliferazione nucleare che si sta cercando faticosamente di preservare. Il governo di Teheran afferma da tempo di volersi dotare dell'energia atomica per sviluppare la propria economia ma se, come molti temono, stesse mentendo e puntasse alla costruzione di un arsenale non convenzionale, i rischi di scoperchiare il vaso di Pandora sarebbero intollerabili. I paesi arabo-sunniti, inquietati, difficilmente resisterebbero alla tentazione di fare altrettanto.

Un pericolo ben evidente a Washington, nota Paniccia avviandosi a concludere. Nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti hanno scientificamente evitato di imbarcarsi in guerre totali, preferendo impegnarsi in conflitti convenzionali e limitati (sebbene asimmetrici) in Corea, Vietnam ed Iraq. Dopo quanto successo ad Hiroshima nessuno avrebbe potuto tollerare i terribili costi umani e le disastrose conseguenze economiche dell'utilizzo militare dell'atomica. Tuttavia, se la crisi iraniana degenerasse, scatenando una nuova corsa al nucleare, potrebbe riaffacciarsi l'incubo del conflitto atomico. Per evitare un simile scenario è urgente che Europa e Stati Uniti recuperino una visione strategica d'insieme per affrontare le principali questioni globali. Una visione che, come dimostra la farraginosa gestione della crisi finanziaria e dell'affaire iraniano, sembra purtroppo mancare in questo delicato momento storico.

Intervista e sintesi a cura di Fabio Lucchini






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