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"LA CINA SALVERA' L'ECONOMIA AMERICANA"

L’esperto Mezzetti: tra Russia e Usa tensioni dietro la maschera. Intanto l’Europa regge ai contrasti interni

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Intervista a cura di Francesca Morandi

«La Cina finanzierà gli interventi di Obama per salvare l'economia americana dalla crisi». Fernando Mezzetti, giornalista e già corrispondente in Cina, Russia e Giappone per il quotidiano Il Giornale, analizza la crisi attuale dal punto di vista dei due grandi “motori” dell'economia mondiale, gli Stati Uniti e la Cina, oggi legati da forti vincoli finanziari e commerciali che obbligano i due Paesi a una strategia comune, dettata da interessi economici interdipendenti. «I piani di aiuti statali, per centinaia di miliardi di dollari di cui necessita l'economia statunitense possono essere fatti in due modi: stampando dollari oppure emettendo Buoni del Tesoro – spiega Mezzetti –. Considerando la scarsità di capitali in circolazione è la Cina il Paese che, per primo, è  in grado di acquistare Buoni del tesoro americani. Il “Gigante asiatico” possiede riserve pregiate per oltre 2mila miliardi di dollari, metà dei quali sono investiti in Buoni del Tesoro americani. La Cina è stata e continuerà a essere il maggiore acquirente di bond americani». «Usa e Cina sono legati indissolubilmente da legami di natura finanziaria e economica – sottolinea il giornalista e saggista –. Non so se questo sia il risultato di una strategia lucida oppure di eventi, più o meno casuali, che si sono succeduti. È certo invece che gli interventi avviati dall'amministrazione di Barack Obama per affrontare la crisi economica americana verranno pagati dai cinesi».
 
Con quale contropartita? Quali sono gli interessi della Cina nei confronti gli Usa?

«Negli ultimi 15 anni gli americani hanno accumulato in Cina debiti per un valore di mille miliardi di dollari e oggi Pechino è il maggiore creditore di Washington. Dal canto suo, la Cina ha bisogno che l'economia americana si riprenda, perché gli Stati Uniti hanno assorbito oltre un quarto del totale delle esportazioni cinesi. La Cina che ha chiuso il 2008 con un tasso di sviluppo dell'8%, una cifra ottima, rispetto alla media mondiale, ma ben lontana dal trionfale 13% raggiunto nel 2007. Anche quest'anno la crescita cinese si attesterà probabilmente attorno all'8% ma il Paese asiatico inizia oggi a fare i conti con una crescente disoccupazione e un calo significativo dell'export. Pechino troverà i mezzi per uscire dalla crisi, ad esempio, stimolando il consumo interno, ma non potrà prescindere dal commercio estero e dagli Stati Uniti. Allo stesso modo gli Usa non possono fare a meno della Cina e questo spiega come mai il Segretario di Stato Hillary Clinton, nel suo recente viaggio in Cina, abbia dichiarato che non ci dovrebbero essere interferenze tra diritti umani e politica economica internazionale, facendo infuriare gli attivisti dei diritti umanitari. Quella della Clinton è realpolitik: in un momento in cui gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina da un punto di vista finanziario e la Cina è legata economicamente agli Stati Uniti, Washington non poteva cercare elementi di frizione con Pechino. Le tensioni sono emerse successivamente, in seguito alla pubblicazione del rapporto annuale del Dipartimento di Stato americano sullo stato dei diritti nel mondo, in cui il governo di Pechino veniva attaccato duramente dagli americani. Negli incontri con i vertici di Stato cinesi, la Clinton non ha tuttavia sollevato il problema».

Questo atteggiamento da parte degli Usa significa che, nel rapporto di vincoli economici tra di due Stati, è la Cina ad avere più forza di ricatto?

«No. La Cina è interessata alla sicurezza globale. Se Pechino provocasse una crisi politico-militare nell'area asiatica, ad esempio con Taiwan, metterebbe a rischio tutti i crediti che ha verso gli Stati Uniti. Nel caso in cui, per ripicca verso gli Usa, la Cina agisse sul piano economico-finanziario mettendo sul mercato la “montagna” di Buoni del Tesoro Usa, farebbe del male a se stessa poiché i bond americani si deprezzerebbero. Nel panorama dell'economia globale latitano compratori provvisti di ingenti capitali. Per la Cina è vantaggioso assumere un comportamento che eviti crisi».

Come l'amministrazione del presidente americano Barack Obama si sta rapportando alla Cina?


«Quella di Obama è la prima amministrazione statunitense che debutta con un serio impegno verso la Cina. Non è un caso che il primo viaggio del Segretario di Stato Hillary Clinton sia avvenuto in estremo Oriente, mentre i suoi predecessori erano soliti recarsi in Europa. La Clinton ha avviato la politica estera americana visitando il Giappone, la Corea del Sud, la Cina e l'Indonesia. L'obiettivo primario del tour diplomatico del Segretario di Stato Usa era tuttavia Pechino. Il fatto che la prima tappa del viaggio sia stata Tokyo è da intendersi come una mossa da parte di Washington volta a rassicurare gli alleati giapponesi».

Affrontiamo ora i rapporti tra gli Stati Uniti e un'altra potenza globale: la Russia. Cosa ci può dire al riguardo?

«Dietro apparenti toni morbidi le relazioni tra Mosca e Washington continuano a essere segnate da forti contrasti, quali il sistema anti-missile americano - che dovrebbe essere installato in Polonia e nella Repubblica Ceca-, la questione nucleare iraniana, il nuovo trattato sugli armamenti nucleari e l'allargamento a Est della Nato. È indicativo che, dopo il cambio di amministrazione, il primo incontro ad alto livello, tra il Segretario di Stato Hillary Clinton e il ministro degli Esteri Sergei Lavrov il 6 marzo, sia stato stabilito in territorio neutrale, a Ginevra: nessuna delle due parti ha ritenuto opportuno invitare in casa propria per prima l'altra, per non dare segni di cedimenti. La lettera di Obama al suo omologo russo Medvedev, secondo la quale un impegno russo nell'unirsi agli Usa per fermare l'Iran verso il nucleare renderebbe non necessario il sistema antimissile, è un vero e proprio “vedo” a poker, un modo per smascherare il reale gioco di Mosca.  Il sistema del cosiddetto “scudo spaziale”, con i suoi dieci missili intercettori, non potrà, infatti, mai annientare l'arsenale russo, sia per l'entità di quest'ultimo sia perché i missili intercontinentali di Mosca fanno rotta sul Polo Nord (in direzione degli Stati Uniti), non sull'Europa centrale. In sostanza, l'installazione dello scudo non fermerebbe la capacità offensiva russa. Tuttavia, la sola idea di armamenti avanzati Usa sulla porta di casa fa infuriare il Cremlino, il quale, negando che essi siano in funzione di eventuali futuri lanci iraniani, ha minacciato l'installazione di propri missili a Kaliningrad, nel cuore della Nato. L'offerta di Obama a Mosca di cooperare per fermare il programma nucleare iraniano e sospendere il sistema antimissile, mette solo apparentemente all'angolo la Russia, e la sua politica del doppio binario: essa ha infatti finora intralciato fermezza internazionale verso Tehran, continuando a fornirle tecnologia nucleare che, benché a scopo civile, contribuisce comunque allo sviluppo di impianti potenzialmente convertibili in senso militare. Da una parte e dall'altra si gioca con le parole negando che si stia trattando uno scambio».

A cosa ambisce la Russia?

«Il Cremlino punta a un sistema di sicurezza dall'Atlantico a Vladivostok, che di fatto svuoterebbe la Nato. Senza respingere a priori la possibilità offerta da Obama, Mosca non si accontenterà: il sistema anti-missile è solo parte di un pacchetto negoziale al quale la Russia mira. Le sue possibilità di pressione sull'Iran, cioè aderire a stringenti sanzioni e negargli know-how nucleare, sono la sua carta principale per premere sugli altri temi. Mosca possiede inoltre lo strumento dell'apertura del suo territorio e di quello delle repubbliche asiatiche sotto la sua influenza, per consentire i rifornimenti, tramite ferrovia, necessari alla Nato in Afghanistan. Tali rifornimenti sono divenuti sempre più difficili via Pakistan a causa degli attacchi dei talebani».

Mosca non teme l'atomica iraniana?

«Anche per il Cremlino un Iran nucleare ai propri confini non è molto tranquillizzante: da una parte sa che la bomba iraniana non sarà mai puntata su Mosca, ma dall'altra non potrà mai avere gli ayatollah sotto il proprio pieno controllo, mentre l'intero Medio Oriente ne sarebbe destabilizzato. Per questo conduce un gioco rischioso. Tener vivo lo spettro della bomba degli ayatollah, domani magari su missili, è la sua maggior carta davanti agli Stati Uniti su tutto il resto. E non se ne priverà facilmente».  

Intanto l'Europa cerca di dare una risposta alla crisi tra divisioni interne e polemiche sul protezionismo … Ce ne vuole parlare?
 
«Nonostante i vertici europei di Berlino e di Bruxelles si siano svolti fra tensioni acutissime, l'Europa ha dimostrato di esserci. A Berlino si sono incontrati i quattro membri “big” del G20, Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, ai quali si sono aggiunti, per galateo istituzionale, la presidenza di turno ceca e all'ultimo minuto, sotto pressanti richieste, anche Spagna e Olanda. Da un punto di vista di risposta alla crisi economica al vertice di Berlino è stato raggiunto un accordo su una linea comune: gli Stati europei presenti hanno dato il via libera a una supervisione di tutti i prodotti finanziari, inclusi di hedge funds (fondi di investimento ad alto rischio), sanzioni contro i paradisi fiscali e un aumento delle risorse per il Fondo Monetario Internazionale. Si è deciso inoltre di sottoporre a obbligo di registrazione e supervisione le agenzie di rating. Sotto il profilo politico, l'incontro a Berlino si è svolto tra forti contrasti fra i diversi Stati, così come è accaduto successivamente al vertice di Bruxelles, la cui riunione plenaria è stata preceduta da un pre-vertice dei nove Paesi dell'Europa centrorientale. Il pre-vertice dei Paesi dell'Est è stato organizzato per trovare una linea comune rispetto agli altri Stati membri e a fronte dell'irritazione suscitata dall'incontro che si era svolto in precedenza a Berlino tra i sei Paesi europei. I nove Stati centrorientali, ma anche Finlandia e Svezia, erano molto irritati perché il vertice di Berlino era stato allargato a Paesi di “peso medio” come Spagna e Olanda, ignorando gli altri. Nell'ambito della riunione dei nove l'Ungheria è ricorsa a toni drammatici, a sostegno della richiesta di un piano di salvataggio comune per tutta l'area. Budapest ha dichiarato che si stava per creare una nuova “cortina di ferro” all'interno dell'Europa e ha chiesto aiuti per circa 180 miliardi di euro, una cifra del tutto sproporzionata. Il vertice plenario di Bruxelles ha respinto sia questa affermazione, sia il piano di salvataggio globale per l'Europa centrorientale. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha rifiutato con vigore la proposta di piano comune per tutta l'area dell'Est, dicendo che l'Europa non lascerà sola nessuno ma interverrà caso per caso. L'Ungheria è quindi rimasta isolata.  Anche la Polonia si è dissociata dalla richiesta ungherese di un piano globale per l'Europa centrorientale, così come le Repubbliche Baltiche».

Sull'Europa pesa una minaccia di protezionismo?

«Tutto è nato dalla decisione del presidente francese Nicolas Sarkozy di varare aiuti all'industria automobilistica francese, condizionandoli, in un primo momento, alla clausola che non fossero usati per le unità produttive che l'industria possiede all'estero. Il riferimento era soprattutto alla Repubblica Ceca, dove Peugeot possiede un grosso stabilimento. La Repubblica Ceca aveva protestato sia in qualità di presidente di turno dell'Ue, sia come Stato interessato direttamente dalla questione. In Francia sono esplose, di conseguenza, polemiche politico-giornalistiche, secondo le quali non era accettabile che i soldi dei contribuenti francesi fossero utilizzati per aiutare lavoratori di altri Paesi. Sarkozy ha poi attenuato la clausola criticata ottenendo da un lato il via libera dalla Commissione europea, dall'altro smorzando il protezionismo contenuto nelle condizioni. La crisi in atto è un severo test per l'Unione europea che finora è stata un'Unione più che altro economica. La strada per l'unione politica è ancora lontana. Ad ogni modo, l'Unione europea ha trovato per il momento una linea comune fugando i dubbi sul protezionismo e ribadendo, di conseguenza, la validità del mercato unico europeo e gli impegni ad aiutare i Paesi in difficoltà».   

Nei giorni scorsi Italia e Francia hanno siglato un accordo sul nucleare: l'intesa siglata da Enel e Edf prevede lo sviluppo congiunto in Francia di quattro reattori nucleari di nuova generazione. Successivamente saranno costruite anche nuove centrali nel nostro Paese. Che ne pensa?

«L'Italia torna al nucleare con un ritardo enorme. A 22 anni dal referendum che ha bloccato le centrali nel nostro Paese, le ricerche scientifiche si sono fermate e dunque risalgono alla fine degli anni Ottanta. Quanto alla politica energetica comunitaria l'Europa è molto divisa e non solo sulla questione del nucleare. In campo energetico, specialmente nei riguardi della Russia, è mancato un coordinamento europeo. Ogni Paese ha fatto da sé: la Germania, che già dipende ampiamente dalle forniture russe, ha siglato un accordo con Mosca per un gasdotto che passerà al di sotto del Mar Baltico, e giungerà dalla Russia alla Germania direttamente dalle coste baltiche bypassando i Paesi intermedi. L'intesa segna un accordo privilegiato tra Germania e Russia che ha tolto all'Europa un potere di condizionamento collettivo che Bruxelles avrebbe potuto esercitare su Mosca. Parte dell'Ue è stata invece lasciata completamente alla mercé russa. L'Italia non si è comportata diversamente dalla Germania: ha sottoscritto grossi accordi con il colosso russo dell'energia Gazprom, allo scopo partecipare allo sfruttamento di alcuni giacimenti di gas e, soprattutto, per essere coinvolta nelle “mappe” di alcuni gasdotti, come il Southstream.  Il progetto di gasdotto Nabucco, lanciato qualche anno fa dall'Europa, è stato lasciato cadere. Per quanto riguarda il gas l'Europa si è consegnata, dalla testa ai piedi, nelle mani della Russia».






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