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Le sfide che attendono Obama
3/ESERCITARE CON INTELLIGENZA IL POTERE

La nuova amministrazione ha il compito di ristabilire la leadership americana. Gli amici e gli alleati appaiono oggi più importanti che mai per ricercare comuni strategie per affrontare i problemi che interessano la comunità internazionale nel suo insieme: cambiamento climatico, povertà, pandemie, terrorismi ecc.

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Lael Brainard e Noam Unger

Lo spettacolare fallimento del sistema di regolazione finanziaria degli Usa è stato solo l'ultimo di una serie di rovesci che negli ultimi otto anni hanno ridimensionato il potere degli Stati Uniti davanti all'emergere di nuovi attori emergenti quali la Cina e l'India, la Russia e il Brasile. La nuova amministrazione ha il compito di ristabilire la leadership americana. Gli amici e gli alleati appaiono oggi più importanti che mai per ricercare comuni strategie per affrontare i problemi che interessano la comunità internazionale nel suo insieme: cambiamento climatico, povertà, pandemie, terrorismi ecc. Per riacquistare a pieno titolo il ruolo di faro di questo movimento globale, gli Usa dovranno presentare al mondo una faccia rinnovata nell'esercizio dell'enorme potere che ancora detengono, puntando meno sulla leva militare in favore di un maggiore coinvolgimento della società civile, del volontariato e del settore privato.

In un mondo dove ogni remota minaccia ha la capacità di tramutarsi repentinamente in emergenza, la lotta alla povertà è una missione da intraprendere senza ulteriori rinvii. Essa è collegata ad una molteplicità di questioni aperte, che costituiscono ormai imperativi irrinunciabili per una comunità internazionale che, in seguito alla Dichiarazione del Millennio del 2000, si è impegnata a liberare milioni di persone dal bisogno, garantendo loro un ambiente di vita sicuro e salubre. Sconfiggere l'Aids e le altre malattie mortali, rafforzare i sistemi di sanità pubblica, aumentare le scorte alimentari, garantire alle moltitudini l'accesso all'istruzione, intervenire massicciamente nella gestione dei conflitti e impegnarsi nella salvaguardia degli ambienti di vita: l'agenda è fitta di impegni.

LA SFIDA
Tutto ciò si è tradotto in una proliferazione di uffici ed in una continua sovrapposizione di competenze tra le varie agenzie. Dalla confusione emerge l'incapacità degli Usa di sfruttare al meglio le ingenti risorse messe sul piatto. Sebbene nessun altro Paese possa competere on Washington per dollari investiti nella cooperazione allo sviluppo e nelle emergenze umanitarie, la confusione che regna negli apparati deputati a mettere in atto i programmi di intervento e la carenza di personale civile altamente qualificato fanno sì che molti degli obbiettivi prefissati non vengano raggiunti.

Di conseguenza, rendere gli aiuti americani all'estero non solo più copiosi ma soprattutto più effettivi – grazie ad una migliore coordinazione, pianificazione ed amministrazione – dovrebbe essere uno degli obbiettivi prioritari per una presidenza che volesse realmente impegnarsi nella lotta alla povertà nel mondo.

Il prossimo presidente avrà l'opportunità di:
· Conferire all'assistenza allo sviluppo la stessa dignità che tradizionalmente viene assegnata alla difesa nazionale ed alle relazioni diplomatiche, impegnando le risorse in vista di obbiettivi chiaramente predeterminati. Prevedere uno spazio ad hoc per la cooperazione e l'assistenza umanitaria nella struttura di governo permetterà di mantenere desta l'attenzione sulla questione e di non subordinarla, come spesso accade oggi, a considerazioni politiche di breve termine. Ecco le parole d'ordine: accorpare agenzie, strategie e programmi, abbandonando la frammentazione e semplificando il più possibile. Le linee guida dell'agire dovranno essere chiare: combattere la povertà, supportare quei Paesi che si impegnino ad implementare contestualmente sviluppo umano e sicurezza ed intervenire tempestivamente ovunque si sviluppino focolai di insicurezza transnazionale od emergenze umanitarie. Dotarsi di una figura di coordinamento alla Casa Bianca e di task force capaci sul campo; questa è la strada per ridare credito all'impegno dell'America per lo sviluppo e la sicurezza dei popoli.
· Rafforzare le competenze del personale civile, e non solo militare, nella prevenzione dei conflitti, nella stabilizzazione delle aree di crisi e nella ricostruzione post-bellica.
· Raddoppiare il numero dei volontari americani all'estero entro il 2010. In primo luogo, sarebbe auspicabile rivitalizzare ed espandere i programmi già esistenti. In secondo luogo, il governo dovrebbe rafforzare la partnership con le università, gli enti religiosi, il privato ed privato sociale, tutti soggetti attivi nell'organizzazione e nella promozione di programmi di volontariato e di scambio cultural-religioso con Paesi esteri.
· Confrontarsi con i nuovi attori, filantropi, corporation illuminate, lobbisti, che stanno inesorabilmente modificando il panorama internazionale della cooperazione allo sviluppo, in nome di una benefica contaminazione di valori, pratiche e metodi, suscettibili di migliorare l'efficienza complessiva del sistema e di garantirne, grazie ad una serie di controlli incrociati, la trasparenza.
· Aiutare i Pvs ad intraprendere il cammino della sostenibilità ambientale, senza intaccare le loro prospettive di crescita e sviluppo. La nuova amministrazione dovrà concentrare i propri sforzi, in sede bilaterale e multilaterale, perché vengano previsti finanziamenti a favore dei Pvs impegnati in un percorso di sviluppo economico ed umano il più possibile sostenibile. Se si vuol dar corpo e sostanza a una politica ispirata ai principi dello sviluppo sostenibile nei Paesi poveri, il sottosviluppo deve essere contestualmente eradicato. La tensione tra lotta alla povertà e tutela ambientale può essere finalmente sciolta.






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