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LA CRISI FINANZIARIA PUO' RAFFORZARE L'EUROPA E IL SUO RUOLO NEL MONDO POST-GLOBALE

Intervista al professor Paniccia: necessari un direttorio europeo e un G14

Data: 0000-00-00

A cura di Francesca Morandi, 31 ottobre 2008

«La crisi finanziaria può segnare l'inizio di una maggiore integrazione dell'Unione europea che sarebbe rafforzata da un'alleanza più stretta tra Italia e Germania». Ne è convinto Arduino Paniccia, docente di Strategia ed Economia Internazionale presso l'Università di Trieste e consulente delle Nazioni Unite, secondo il quale «tra i tanti effetti nefasti della crisi finanziaria, che, come ormai è noto, si trasformerà in una recessione economica, ci sono state alcune conseguenze positive, tra le quali la rapidità e la determinazione con la quale il direttorio europeo, ovvero i governi di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia, hanno risposto alle minacce e si sono coordinati. Stiamo muovendo i primi passi verso un impegno più attivo dei governi europei, soprattutto quelli della zona euro, per una politica comune volta a contrastare la crisi ed effettuare politiche di sostegno alla crescita. Siamo agli albori di un effettivo governo europeo dell'economia». «È l'inizio di un grande cambiamento che non avrebbe potuto realizzarsi se non avessimo creato il G4 europeo – spiega il professore –  Dobbiamo quindi prendere atto che l'Europa ha bisogno di assumere decisioni rapide e incisive all'interno di un gruppo ristretto di Paesi, che sono quelli storici, riuniti nel G4. Il fatto che gli altri Paesi dell'Ue abbiamo lasciato lavorare in silenzio il direttorio nella risposta alla crisi, prova che questa strada è giusta. A convincere tutti gli Stati europei ad abbandonare l'assemblearismo ha certamente contribuito l'attuale crisi che crea incertezze e segna l'inizio di una transizione globale. Sarebbe inoltre auspicabile che un rappresentante del G4 sostituisse i singoli Stati all'interno del G8 e diventasse una rappresentanza a turno europea all'interno degli organismi internazionali».

Per contrastare la crisi l'Europa ha messo a punto un “piano di salvataggio” che prevede un'iniezione di liquidità alle istituzioni finanziarie, garanzie sui prestiti interbancari, la ricapitalizzazione dei banche vicine al collasso da parte dei governi, lo scambio di informazioni tra governi europei, … Una volta approvata l'azione europea, gli Stati Uniti hanno deciso, in aggiunta al piano Paulson,  di attuare un intervento finanziario (di 700 miliardi di euro) simile a quello dell'Ue. Questa volta è l'Europa a dare l'esempio agli Usa?

«Inizialmente il piano americano divergeva da quello europeo, ma quando il G4 ha iniziato a tracciare le linee del proprio intervento, gli Stati Uniti hanno aggiustato il tiro. Per una volta il modello non è venuto dagli Usa ma dall'Europa. Questa è un'altra conseguenza molto importante legata alla rapidità e alla decisione comune dei singoli Stati Ue. L'Europa ha puntato su un aiuto finanziario diretto alle banche, seguendo la strada di un'azione più statalista, mentre l'intervento statunitense si basava sull'acquisto dei titoli. Il piano europeo ha portato a un ripensamento degli americani, che si sono resi conto che acquistare i titoli e congelarli non era sufficiente a fermare la crisi. Questo ripensamento è un fattore che attribuisce grande rilievo all'Europa».

Con i piani di salvataggio approvati in Usa e Ue, somme enormi di denaro vengono sottratte alle casse pubbliche. Quale sarà l'impatto sull'aumento del debito pubblico degli Stati e in generale sulle economie europee e americane?

«Vedremo gli effetti dei piani nei prossimi mesi. Non abbiamo molti precedenti per capire quello che accadrà ma sappiamo che probabilmente siamo di fronte a una Grande Recessione che però non sarà una Grande Depressione. Siamo consapevoli che l'intervento nel quale l'Europa si è mossa con rapidità è stato necessario ma siamo altrettanto coscienti del fatto che se continuiamo a iniettare liquidità nei mercati è probabile che ci sarà una ripresa dell'inflazione. Si prevede inoltre un aumento della disoccupazione: non esiste infatti crisi prolungata che non porti inevitabilmente a tagli dei posti di lavoro. Inevitabili saranno anche le frizioni tra potenze come la Russia e gli Stati Uniti.  Il tentativo dei Paesi occidentali di non essere troppo coinvolti nella crisi, che comunque viene imputata agli Stati Uniti, porterà inoltre un neo-protezionismo, a un tentativo di alzare delle barriere. Questo è il quadro del mondo post-globale».

Cosa intende per mondo post-globale?

«La situazione attuale presenta aspetti simili a quelli della grande crisi del sistema finanziario internazionale del '71-'73 nella quale si sommarono problemi valutari, energetici e legati dollaro. La globalizzazione si è aperta con lo sganciamento del dollaro dall'oro nel '71 con la fine degli accordi di Bretton Woods. Oggi, dopo una fase trentennale, siamo di fronte alla fine della deregulation come l'abbiamo intesa negli anni ruggenti della globalizzazione».

È la fine del liberismo sfrenato?

«Non finisce la deregulation in sé ma la deregulation come mezzo per sostenere la crescita economica. All'inizio degli anni Ottanta il presidente americano Ronald Reagan sviluppò la dottrina della deregolamentazione insieme a Margaret Thatcher, al fine di rilanciare il mondo capitalistico e industriale che aveva subito un duro colpo con la sconfitta militare in Vietnam e la prima grande crisi energetica. Questa ricetta ha terminato i suoi effetti e oggi dobbiamo trovare nuove ricette».

Consisteranno in un maggiore intervento statale?

«Si baseranno su un ridimensionamento della deregulation e quindi su un nuovo intervento statale di cui andranno definite le modalità».

Nel suo libro, “La Pace Armata”, descrive lo scenario di un mondo futuro dove l'umanità dovrà affrontare problematiche drammatiche come la sovrappopolazione mondiale, la riduzione delle risorse energetiche, la penuria d'acqua, i flussi migratori e il degrado ambientale. Nel suo scritto prevede inoltre una netta frattura tra le aree del benessere e quelle dell'emarginazione, il continuo ricorso alle armi come strumento politico di risoluzione delle controversie, il declino delle Nazioni Unite e il graduale spostamento del potere mondiale, prima economico e poi militare, da Occidente a Oriente. La crisi attuale concretizza questo scenario oppure si parla di un futuro lontano?

«Innanzitutto la crisi che stiamo vivendo è l'occasione per  fare riflessioni che non stavamo facendo prima, quando eravamo tutti concentrati nel trovare un modo per far reggere la bolla speculativa. Un primo ragionamento che oggi facciamo è la  constatazione del fallimento della scienza economica.  Il ruolo degli economisti è stato nullo nella previsione della crisi.  Penso anche a tutti quei soloni che da anni,  dalle pagine del Corriere della Sera, lanciavano appelli a difesa del liberismo sfrenato e dispensavano le loro ricette che in concreto non sono servite a nulla. Non si accorgevano che andavamo verso l'abisso. È stata una grande sconfitta per la scienza economica: se la scienza economica non riesce a prevedere nulla, significa che non è in crisi soltanto la politica ma altri strumenti, tra i quali l'economia, che ci sono necessari per affrontare il futuro. A fronte del collasso del sistema finanziario internazionale abbiamo inoltre cominciato a riflettere su che cosa è l'Europa e, da questo punto di vista, la crisi è stata salutare poiché spingerà verso la fine del predominio delle decisioni basate sugli interessi nazionali per favorire un interesse europeo.  Si tratta di un cambiamento che dobbiamo portare avanti se, noi europei, non vogliamo diventare marginali. In previsione dello scenario di crisi descritto nel mio libro, l'Europa non potrà più far carico agli americani della difesa del proprio interesse, dei propri confini e della propria sicurezza.  Se non seguirà una strada di indipendenza, l'Europa non conterà più nulla nel futuro. Il mondo post-globale non è più un mondo unilaterale ma fatto di grandi aggregazioni regionali nelle quali l'Europa e l'America avranno un ruolo importante, però non esclusivo. Non saremo solo noi occidentali a dettare l'agenda, nella determinazione della quale dovranno intervenire  necessariamente le potenze emergenti e bisognerà tenere in considerazione le esigenze della nuova crescita asiatica. Europa e Stati Uniti potranno ipotizzare soluzioni e strategie ma  queste dovranno essere messe sul tavolo e confrontate con i russi e con i cinesi. I russi non hanno più nessuna intenzione di accettare qualsiasi cosa venga loro  imposta come avveniva dopo la caduta del muro di Berlino, e la crescita economica della Cina è un fatto di rilievo mondiale.  Nel mondo post-globale si torna a trattare ai tavoli e a concertare l'agenda internazionale».

A fronte di questo scenario, la proposta del Governo italiano, sostenuta
anche dal presidente francese Nicolas Sarkozy, di trasformare il G8 in un
G14, includendo Cina, India, Sud  Africa, Messico,  Brasile ed Egitto, potrebbe essere l'inizio di una governance dell'economia mondiale in grado di scongiurare i pericoli da lei evocati?

«Certamente. Si potrebbe chiamare la Bretton Woods III.  Dal '41 al ‘76 c'è stata la Bretton Woods I, poi  è seguita la Bretton Woods II, che oggi abbiamo dichiarato finita, ed ora ci si prospetta una Bretton Wood III, che dovrà basarsi su nuovi strumenti che passeranno attraverso un rimodellamento di quelli della II. Sarà necessario innanzitutto partire dal G4 europeo, con un direttorio europeo e la fine dell'assemblearismo, e dal G8 allargato al G14. È ormai impossibile affrontare  problemi globali come la povertà, le epidemie e l'energia,  senza mettersi a tavolino e non possono mancare i nuovi Stati emergenti. Questo è l'inizio, al quale seguiranno altri cambiamenti, come l'inevitabile riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che sarà, tra l'altro, una delle questioni che dovrà affrontare il nuovo presidente americano. Sarà inoltre inevitabile rivedere il ruolo della Nato nella quale entreranno nuovi Paesi e avrà come obiettivo prioritario quello di evitare lo scontro con i russi e i cinesi. Il processo sarà lungo e dovrà partire dall'allargamento del G8
».

Perché iniziare proprio dal G8?

«Perché è l'unica organizzazione internazionale, tra le 300 che esistono al mondo, che nasce come risposta dei Paesi industrializzati alla crisi militare e di potere dell'Occidente, in seguito alla prima grande crisi energetica ed alla sconfitta nella guerra in Vietnam che chiudeva il ciclo delle guerre coloniali. Di fronte alla disfatta a Saigon, che sembrava segnare l'inevitabile avanzata del comunismo, e la disoccupazione dilagante in quegli anni, la risposta fu il G5, successivamente diventato il G7. Oggi il G8 è ancora l'unica organizzazione internazionale che non ha uno statuto, non ha una struttura fissa, non ha un segretario generale e le decisioni vengono prese per semplice stretta di mano secondo la norma del “gentlemen agreement”. Il G8 è dunque una struttura estremamente flessibile e ancora molto moderna. Ritengo che vada aperto ai nuovi Stati e mantenga la sua flessibilità, così come credo che debba essere flessibile il G4 europeo».

Nel suo libro afferma la necessità di un'Europa unita e a tal fine sostiene un'alleanza più stretta tra Italia e Germania. Ce ne vuole parlare?

«Con questa mia tesi sono in controtendenza, rispetto all'opinione corrente che auspica una maggiore integrazione tra Paesi mediterranei dell'Ue. Vedo nell'alleanza tra Italia e Germania il necessario presupposto per un rafforzamento di un'altra alleanza, quella con la Russia.  Senza una coesione dal Mar del Nord al Mediterraneo, che si attuerebbe con l'alleanza italo-tedesca, l'Europa vivrebbe nel rischio perenne di spaccarsi tra Nord e Sud. L'alleanza fra Italia e Germania rafforzerebbe il direttorio europeo con vantaggi anche per gli altri Paesi dell'Ue. Rilevo inoltre profonde analogie tra le due macroregioni della Baviera e del Nord-Est che sono molto integrate economicamente. Italia e Germania sono unite anche da interessi economici nei Balcani, un'area che gli europei hanno interesse a mantenere pacifica».







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