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DOSSIER MEDIO ORIENTE/4 PETROLIO, IL PEGGIOR NEMICO DEI DEMOCRATICI MEDIORIENTALI

Negli ultimi 35 anni i governi mediorientali hanno ritenuto di poter fare a meno di politiche di sviluppo economico alternative al mercato energetico. Ma hanno sbagliato

Data: 0000-00-00

Simona Bonfante

“Il mio sospetto è che gli effetti più devastanti della crisi finanziaria internazionale ricadranno sul Medio Oriente, ed i paesi arabi in particolare.”
Rami G. Khouri, analista geo-economico del quotidiano libanese Daily Star, argomenta questa allarmante previsione elencando i fattori “strutturali” della vulnerabilità delle petro-economie mediorientali. Innanzitutto, il fatto che dal boom del petrolio dei primi Anni 70, nessun paese arabo abbia preso la via della “governance responsabile”, ovvero dello sviluppo di “politiche economiche basate sulla produttività del tessuto industriale.”

Negli ultimi 35 anni – con il pressoché costante aumento del prezzo del greggio - sono arrivati nelle mani delle élites al potere nei paesi produttori della regione sempre più soldi. Questi soldi non sono stati re-investiti nello sviluppo dei settori economici “extra-petroliferi” – industria, servizi, ricerca, infrastrutture - poiché, nella certezza che il mare di oro nero avrebbe continuato ab aeternum a fornire l'alibi per cristallizzare lo status quo) un sistema chiuso, illiberale, settario ed elitario), i governi mediorientali hanno ritenuto di poter fare a meno di politiche di sviluppo economico alternative al mercato energetico. Ma hanno sbagliato. Perché, oggi più che mai, le economie mediorientali dipendono dal resto dal mondo. Da quel resto del mondo che sembra esser divenuto vittima di quella economia globale da lui stesso inventata.

Il crollo dei mercati finanziari non ha lasciato immuni i paesi ricchi del Golfo che in poco più di una settimana – dopo le manovre pubbliche di salvataggio adottate negli Usa e in Europa – hanno visto bruciare oltre 50 miliardi di capitalizzazione delle imprese quotate nelle sette piazze finanziarie dell'area. Nonostante le dichiarazioni rassicuranti del Presidente della Federazione delle Banche Arabe, Adnan Ahmed Youssif, “i mercati finanziari arabi sono presi dal panico”, come conferma alla AFP l'economista kuwaitiano, Hajjaj Bukhdur. Mentre, infatti, i sistemi economici occidentale ed asiatico hanno costruito asset di sviluppo – industria, ricerca, stabilità istituzionale - sui quali poggiare le fondamenta della rinascita, le economie mediorientali in mano hanno solo gas e petrolio. Il valore dei quali non è stabilito in natura, ma fluttua sulla base di meccanismi che – in tempi rapidissimi – possono depotenziare il capitale “teorico” di una economia unidimensionale, come sostanzialmente è il sistema mediorientale. Il 90% della popolazione araba era già povera pure prima della crisi; era povera anche quando il barile raggiungeva i record storici del 2008. E la ragione di questa povertà strutturale è che a beneficiare di quella enorme ricchezza affluita con il petrolio (o gli aiuti) non siano state le popolazioni ma i regimi – e quella nicchia di super-ricchi che, trivellando qui e lì (o monopolizzando le risorse straniere), hanno consolidato un  potere “irresponsabile”, oscuro, che lascia poco margine alla popolazione per capire che uso venga fatto delle risorse nazionali. Ebbene, il Failed State Index – di cui Tranparency International ha appena pubblicato l'edizione 2008 – mostra chiaramente quale sia, in questa area del mondo, la relazione tra sistema di governance e realtà socio-economica. In pratica, più forte è la devianza antidemocratica del regime più forte è il rischio di implosione « socio-economica ».

Tra i segnali di questa destabilizzazione, la crescita del fattore demografico, della disoccupazione – soprattutto tra la gioventù meglio istruita - e del numero dei rifugiati.
 Secondo due economisti della University of Texas, William Cooper and Piyu Yue, l'economia mediorientale è seduta su una polveriera. La povertà e la crescita demografica sono la miccia pronta a farla saltare. Da qui la diffidenza dei mercati per i petro-regimi, perché sono loro che hanno acceso il cerino.

In Challenges of the Muslim World, Present, Future, and Past, i due ricercatori sostengono, infatti, che “il mondo musulmano si dimostra incapace di garantire un miglioramento del tenore di vita della maggioranza della popolazione anche con l'enorme ricchezza generata dalle preziose risorse energetiche.”

Demo-petro-crazia
Le élite arabo-musulmane al potere hanno un problema atavico con il sistema democratico. Così, tuttavia, sembrerebbe non essere per le popolazioni della regione mediorientale, le quali in stra-grande maggioranza si mostrano favorevoli all'instaurazione della democrazia. Lo rivela una ricerca condotta dall'Arab Barometer della Carnegie Endowement su un campione rappresentativo della popolazione araba di sette paesi - Algeria, Giordania, Kuwait, Libano, Marocco, Palestina e Yemen – che, in oltre il 70% dei casi, dichiara di ritenere la Democrazia “la migliore forma di governo possibile”.Le società arabe, insomma, hanno verificato sulla propria pelle gli effetti della “malattia olandese” di cui  Non stupisce allora che le pur povere e ideologicamente soggiogate società civili mediorientali abbiano fame di democrazia.

Dall'11 settembre, gli Usa hanno capito che appoggiare un regime -  qualunque sia l'opportunità tattica dell'iniziativa – non è una strategia pagante. E che, al contrario, l'obbiettivo della stabilità in Medio Oriente – dunque della sua prosperità socio-economica – sia meglio perseguito attraverso la “democratizzazione” dell'area. Insomma: appoggiare il dissenso e sostenere i riformisti nelle società mediorientali. 

“Un segno evidente di questa tendenza - osservano i ricercatori dell'AIE – è l'Egitto, dove si è registrata una repressione sistematica della società civile da parte del regime di Hosni Mubarak, una volta considerato il trampolino per il successo delle riforme democratiche sponsorizzate dagli Usa nella regione.”
Nel 2007, Mubarak ha fatto approvare 34 emendamenti costituzionali che, tra l'altro aprono la strada ad una successione ereditaria alla presidenza. Il rivale di Mubarak alle presidenziali 2005, Ayman Nour, fondatore e leader del partito liberale al-Ghad (“Domani”) langue in galera con l'accusa di frode, e la Comunità internazionale non può far nulla per convincere Mubarak a liberarlo, dal momento che Nour libero rappresenta una minaccia all'erede designato alla successione, ovvero il figlio dell'attuale presidente.

In Egitto, insomma, è accaduto qualcosa di simile a quanto si era verificato cinque anni prima in Siria, con la “primavera di Damasco” soffiata, tra il 2000 e il 2001, alla morte dell'allora presidente Hafez al-Assad, padre del leader attuale, Bashar. La successione al vecchio despota aveva fatto sperare in un'apertura del regime, in una spinta verso l'indipendenza della magistratura e la riforma del sistema politico, ovvero il superamento del regime mono-partitico sul quale si regge il sistema baathista siriano.  Ci risiamo: democrazia ed economia tornano ad incontrarsi. Sono loro le due gambe sulle quali marcia la normalizzazione del Medio Oriente. E si che è possibile quella normalizzazione. Si veda il “miracolo” Jenin, un tempo enclave del terrorismo palestinese, oggi – sotto l'autorità del governatore Kadoura Moussa, uno dei leader di Fatah – restituita al controllo dell'autorità militare, se non della legge. Tony Blair
nel suo ruolo di Inviato Speciale del Quartetto per il Medio Oriente.

Gli aiuti della comunità internazionale hanno innescato il processo, ma è la governance responsabile del potere locale che ha permesso di implementarlo. 






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