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BANDIERA ARANCIONE LA TRIONFERA'

La democrazia ucraina vive una fase di involuzione dopo il crollo parlamentare del fronte filo-occidentale. Il voto anticipato potrebbe riportare Kiev nella sfera di influenza del Cremlino. In attesa dell'esito delle elezioni del 7 dicembre, proponiamo un estratto del libro di Andrea Riscassi "Bandiera arancione la trionferà", dedicato alle rivoluzioni dell'est europeo oggi minacciate dalle spaccature interne e dalle manovre russe

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Tratto da Bandiera arancione la trionferà. Le rivoluzioni liberali nell'est europeo, Andrea Riscassi, Melampo Editore, 2007

Camminare nella massa
Sabato 20 novembre 2004 sulla Maidan si tiene l'ultima gran­de manifestazione della rivoluzione arancione. L'albergo dove alloggio dista circa cinquecento metri dalla piazza e dal pulmino (russo!) del circuito intemazionale grazie al quale centinaia di inviati di tutto il mondo riversano immagini e servizi per i network del circo globale. Ho un appuntamento fissato per le 18.30 ora locale: non posso arrivare in ritardo perché ogni testata televisiva ha diritto di riversare per dieci minuti, non un secondo di più.La mia abituale ansia mi spinge fuori dall'albergo con ampio anticipo. E questa volta l'ansia mi porta bene. Per percorrere quei cinquecento metri di strada impiego più di un'ora. E non perché il furgone con la parabola sia posto un po' in collina, alle spalle della grande statua femminile che domina Kiev. E nemme­no per la neve tornata a scendere abbondantemente. Ma per la massa pazzesca di gente che riempie ogni centimetro quadrato della piazza. Ottocentomila persone dicono, forse un milione.A Kiev c'è la metropolitana e in centro, lungo il Kresatik (il corso principale' della citta) un reticolo di sottopassaggi che sal­vano i pedoni dagli spericolati autisti ucraini. Durante la rivolu­zione non c'erano automobili e quindi nessun rischio di inciden­te. Si optava per il sottopassaggio nella speranza, vana, di evita­re la massa che si assiepava davanti al palco dove si alternavano comizi e concerti.Scendere nelle gallerie del Kresatik era complicato. Ma per risalire occorreva il doppio del tempo dato che la gente era tal­mente tanta che non riusciva più a defluire. Un posto sconsiglia­to ai claustrotbbici.

Da rivolta a rivoluzione
Ciò che differenzia la rivoluzione arancione da una semplice manifestazione di protesta è che il presidio è durato non uno ma dieci giornate. Per dieci giorni, ventiquattro ore su ventiquattro, centinaia di migliaia di persone provenienti da quello che una volta era il granaio dell'Urss sono rimaste in piazza a gridare, a sentire comizi, ad applaudire gli spettacoli folcloristici e i can­tanti rock. Migliala di persone hanno dormito in un accampa­mento di tende lungo un chilometro, con una temperatura che non superava mai lo zero e che spesso arrivava a meno diciotto gradi.Ogni palazzo del potere in quei giorni era assediato da un cor­done umano. Il Parlamento, il palazzo del Governo, il palazzo presidenziale (al tempo ufficio di Leonid Kucma), la Banca cen­trale. Julija Timosenko, una delle leader della rivolta, lo aveva chiesto espressamente ai manifestanti: «Presidiate i palazzi in modo che gli esponenti del regime possano uscire e mai più rien­trare». Iniziò parallelamente uno sciopero generale politico, pro­prio come suggerito nei libri di Gene Sharp.Una piazza comunque civile, composta e soprattutto pacifica. Basti pensare che i cortei dei sostenitori dell'avversario di Viktor Juscenko (il filorusso Viktor Janukovic) che passavano a pochi metri dalla marea arancione erano al massimo oggetto di sfottò.Persino alla stazione di Kiev, dove arrivavano militanti di entrambe le parti, il clima era sereno. Nessun poliziotto presen­te, ma sostenitori bianco blu da una parte, arancioni dall'altra. In Italia, solo per una partita di pallone, sarebbe scorso del sangue.Dieci giorni in piazza. Fino alla vittoria, gridavano. E così è stato. L'assedio arancione è cessato quando la verità è venuta a galla. Quando anche le autorità (dapprima il Parlamento, poi la Corte suprema) hanno ammesso i brogli (prò Janukoviè, al tempo primo ministro) nel turno di ballottaggio. Dopo dieci gior­ni di proteste, la commissione elettorale ha invalidato il voto e deciso di richiamare il Paese alle urne.Inutili le proteste di Mosca che si era affrettata (insieme ai governi di Cina e Kazakistan) a complimentarsi con Janukoviè, presidente per pochi giorni.Fatto inedito nella storiar delle democrazie mondiali: ci si appella agli elettori per una terza votazione, per un secondo bal­lottaggio, sorta di tempi supplementari per decidere a coi asse­gnare la guida del Paese.La Russia definirà la decisione della Corte suprema ucraina (che valuta il voto del 21 novembre "inconsiderabile", quindi nullo) usa “decisione illegale". Solo leggendo queste parole si possono capire quelle, opposte, del vincitore, Juscenko: «Ce l'abbiamo fatta: ci sono voluti centinaia di anni per arrivare a questo punto, ma adesso siamo liberi».Quando, il 3 dicembre 2004, la notizia della vittoria arriva nella piazza il boato di approvazione fa paura. Ascoltarlo dal ventesimo piano di un albergo da una sensazione di vertigine che non è dovuta solo ali'altezza: l'urlo «Juscenko» fa tremare il ter­razzo, come per un terremoto.

Eterodiretti
Quel grido, in grado di far vibrare la terra, mi è venuto in mente successivamente, ogni volta che ho letto sui giornali e siti internet italiani che la rivoluzione arancione è stata manovrata dall'estero, che è stata null'altro che una messa in scena organiz­zata dagli yankee.Parlando coi commercianti di Kiev (ma persino nella occidentalissima Milano con studenti laureati e che frequentavano corsi specialistici di politica estera) ho sentito ripetere che i mili­tanti arancioni erano tutti pagati dall'amministrazione Bush. Un conto salato, vista renonne quantità di manifestanti. Se il riferi­mento, anziché ai dollari, è alla propaganda statunitense si deve credere che il popolo sceso in quei giorni in piazza fosse assolu­tamente incapace di intendere.Gli aiuti degli Stati Uniti ci sono stati. Alla rivoluzione hanno collaborato, come abbiamo visto, fondazioni, associazioni ed enti, ma anche società di pubbliche relazioni americane. Che hanno in parte compensato il fatto che quasi tutti i mass inedia fossero in mano al regime uscente. È bastato poco per far scop­piare l'incendio, un piccolo soffio su enormi braci.Giornali e telegiornali sotto il regime di Kucma e Janukovic si vedevano ogni giorno recapitare i cosiddetti femnyk, quello che qui in Italia chiamiamo veline. I temnyk erano un po' più vin­colanti, provenendo dal ministero dell'Informazione: segnala­vano quali notizie dare e in che ordine.I temnyk arrivavano naturalmente nelle redazioni anche durante la rivoluzione democratica. Un esempio spiega quanto fosse esteso il dissenso arancione. Nei giorni rivoluzionari di Kiev, l'edizione del telegiornale dedicata ai cittadini sordomuti ha un fuori programma; al giornalista che parla dei manifestanti come quattro esagitati pagati dagli americani, la ragazza che tra­duce nel linguaggio dei sordi invita gli ascoltatori a non credere al conduttore filo-governativo. Scuote la testa e spiega: «E tutto falso, sono tutte menzogne».In quel periodo l'informazione sulla rivoluzione era data solo da una tv privata che (ironia della sorte) si chiamava Canale 5 ed era di proprietà dell'unico oligarca vicino a Juscenko, Petro Porosenko. A Kiev si vedono anche le tv russe e ai giovani aran­cioni ribolliva il sangue sentendo come li descrivevano i giorna­listi moscoviti.Anche per questo, che lo si voglia o no, per chi vi ha parteci­pato la piazza di Kiev è stato il principale evento rivoluzionario degli ultimi anni in Europa, secondo solo all'abbattimento del muro di Berlino nel 1989. La rivoluzione arancione è stata un tentativo di far crollare la cortina di ferro (ora invisibile) tra due mondi, tra un est ancora legato a Mosca e un ovest immaginato come un Eldorado.Il sogno (dal quale si sono parzialmente risvegliati, nel 2006, dopo il ritomo di Janukovic alla carica di primo ministro) era la cacciata dei russi dopo tanti anni di dominazione sovietica.«L'Ucraina del presidente uscente Kucma, scrive Nicola Dell'Arciprete su Caffibabel, per 14 anni è stato un Paese indi­pendente e corrotto. E quando un regime è corrotto non c'è biso­gno di un esercito o di un complotto internazionale per abbatter­lo, basta l'entusiasmo della gente e un minimo di sponde inter­nazionali. Eppure un esercito a Kiev c'era. Erano i 12.000 osser­vatori, coordinati dall'Osce (l'Organizzazione per la sicurezza e la coopcrazione in Europa) e da un network di Ong intemaziona­li: una specie di forza di interposizione tra un popolo m piazza alla ricerca di democrazia e una classe politica che aveva fatto della violazione della legalità uno strumento di lotta politica. È stata una ingerenza esterna bella e buona per aiutare chi lotta per la difesa di un diritto umano storicamente acquisito, quello alla democrazia nella legalità. Perché la corruzione e l'autoritarismo non sono una diversità culturale slava da rispettare e preservare.»2

viaggi di Vladimir
II presidente uscente Kucma e il suo delfino Janukoviè erano mal sopportati da tanti ucraini. Il primo per una gestione del potere considerata corrotta. Il secondo per essere il delfino di Kudna e in stretti rapporti con Mosca e con il suo leader, Vladimir Putin.Dinante le elezioni presidenziali del 2003 l'uomo del Cremlino è andato tré volte a Kiev a sostenere il candidato filo-russo. L'ultima comparsata il venerdì prima del ballottaggio. E poi si parla dell'ingerenza europea e americana negli affari inter­ni ucraini!I risultati delle visite putiniane sono stati comunque deluden­ti, dato che a quelle elezioni un quinto dei russofoni finirà per votare Juscenko, anziché il fido Janukovic.L'atteggiamento del presidente russo fu criticato in quei gior­ni, persino in patria, da Michail Marghelov, presidente della Commissione esteri della camera alta del parlamento russo. Marghelov, pur delfino di Putin, contesta l'atteggiamento di Mosca sulle elezioni in Ucraina, deplorando che la Russia abbia «cercato di influenzare le elezioni presidenziali ucraine, neppu­re si trattasse di un qualche voto locale di una provincia russa». E questo malgrado «lo sviluppo degli eventi fosse stato previsto con anticipo». Un approccio che «ci ha fatto perdere credibilità sia in Occidente, sia nello spazio ex sovietico». Marghelov da un contentino a Putin bollando la rivoluzione arancione come «uno scontro tra clan».Alla vigilia del terzo ballottaggio ucraino anche il leader del Cremlino vuole dire la sua sa quella che si rivelerà una sconfitta per le sae strategie. Lo fa al Consiglio supremo di Stato: «LaRussia non agisce e non agirà mai sottobanco per imporre svol­te politiche in altre repubbliche dell'ex L'rss a benefìcio dei pro-pri interessi nazionali, e ciò malgrado il fatto che i nostri partner (occidentali) usino questi metodi attivamente».Al Presidente russo i movimenti democratici non piacciono molto: «Abbiamo il dovere morale di non spingere un grande Paese europeo verso il disordine di massa. Uno scenario di rivo­luzioni permanenti, delle rose o di altro tipo, è il più pericoloso per lo spazio ex sovietico, dove tutti dovremmo imparare a vive­re secondo la legge e non secondo espedienti politici architettati altrove». Vivere secondo la legge, anche se, nella Russia di Pudn, si paria di dittatura della legge.

Lo sport come elemento di propaganda
Tra quanti sostengono il regime fìlo-russo sono molti spor­tivi: Sergej Bubka, campione sovietico di salto con l'asta e Andrej Sevcenko, noto calciatore, si schierano con Kucma prima e con Janukovic poi. «Votiamo Janukovic per il bene dello Sport e dell'Ucraina», spiegano ai giornalisti.Sergej Bubka, tuttora detentorc del record mondiale (6 metri e 14) ai tempi di Kucma era ministro dello Sport e deputato alla Rada, il parlamento di Kiev. Ovvio che parli della rivoluzione arancione come di «una grande suggestione collettiva scatenata da una propaganda scorretta».Andrej Sevcenko poi passato al Chelsea di Abramovic, a Kiev giocava nella Dinamo il cui proprietario Grigorij Surkis è un oligarca molto legato a Kucma. Surkis, che ha buoni rappor­ti con Berlusconi. ha venduto al Milan sia Sevcenko che Kaladze. I colori della Dinamo di Kiev sono bianco e blu. I colo­ri del partito delle Regioni (quello che si opponeva agli arancio­ni) sono bianco e blu.Un altro sostenitore dei filo russi ucraini è un ex calciatore ucraino (più volte capocannoniere) che giocava nella nazionale sovietica, Oleg Blochin. Quest'ultimo, deputato del blocco vici no al presidente Kucma, era stato nominato - a cavallo tra lo scioglimento dell'Urss e la rivoluzione arancione— commissariotecnico dell'Ucraina e aveva mantenuto il doppio incarico. Dopo la rivoluzione, ha perso il posto alla Rada (il parlamento ucrai­no) ma viene "solo temporaneamente" allontanato anche dalla panchina della nazionale. La Corte suprema infatti l'ha reinte­grato nell'incarico sportivo. Blokhin che ha guidato l'Ucraina ai mondiali tedeschi del 2006 (eliminata dai futuri campioni del mondo ai quarti). E tuttora allenatore della nazionale.

Metà Paese è filo russo
U-krayna, significa al-confine. E l'Ucraina proprio questo è: un confine tra due mondi, tra due continenti. È il fiume Dnepr a fare da confine immaginario tra questi due mondi. Le regioni nordoccidentali sono filo occidentali e vicine culturalmente e religiosamente alla Polonia (alla quale, un tempo, apparteneva­no). Quelle sudorientali sono invece sempre state il centro eco­nomico e politico del Paese. Quest'area (Donbass) produce il 25% del Pii ucraino e il 75% dell'introito di valuta estera. Era la patria di Aleksej Stakhanov.Quando dopo le elezioni si ventila la spaccatura in due dell'Ucraina, gli economisti immaginano per il Paese un danno incalcolabile. Alcuni, a Kiev ma soprattutto a Mosca e a Bruxelles, sostengono che sarebbe comunque meglio avere due Ucraine (usa filo russa e una filo-europea) che una sola politica­mente ed etnicamente divisa in due.Nelle otto province russoione vivono undici milioni di perso­ne socialmente abbastanza compatte: la maggior parte delle famiglie qui si mantiene grazie alle industrie belliche (che rifor­niscono anche l'esercito russo), le grandi fabbriche metallurgiche e soprattutto le miniere.Durante la rivoluzione arancione parlando con i ragazzi venu­ti dal sud-est del Paese si sentiva sempre ripetere ritornelli quasi padani: «Quelli del nord-ovest sanno solo parlare, manifestare e far casino. Se non ci fossimo noi, l'Ucraina andrebbe a rotoli». O ancora «Noi senza loro sopravviviamo, loco senza noi no».«Noi produciamo, voi consumate», si leggeva su loro cartelli.Le miniere di carbone nelle quali questi ragazzi lavorano per poco più di 100 euro al mese, sono da anni in passivo ma otten­gono forti aiuti statali. Votano Kucma o Janukovic perché temo­no di perdere il lavoro, in caso di apertura del mercato verso l'Europa, a favore delle miniere polacche.Proprio nella capitale dell'Ucraina russofona, Donetsk, la città di Janukovic, vive uno degli oligarchi tornati m auge dopo la vittoria dei filo-russi alle politiche del 2006.: RinatAkhmetov. Quello che viene definito il Berlusconi ucraino è l'uomo più ricco del Paese, proprietario della squadra di calcio del Donetsk Shaktar ("il minatore"), della prima industria metallurgica del Paese, di alberghi e della principale rete di distribuzione di ben­zina della regione. Ahmetov coi suoi 8,9 miliardi di dollari di patrimonio, è considerato l'uomo più ricco d'Ucraina e tra i primi cinquecento nel mondo secondo Forbes. Viene accusato (in un libro molto controverso) di avere rapporti con quella che viene chiamata la "mafia di Donetsk".

Un Paese che non esiste
Molti osservatori hanno considerato le manifestazioni legatealla rivoluzione arancione come un primo tangibile segno dell'esistenza del popolo ucraino, della nascita di una nazione che, dopo la fine dell'Urss era rimasta una mera espressione geogra­fica.La dirigenza russa cerca di ribaltare quest'idea nazionale minandone le radici, negando resistenza stessa di una Ucraina autonoma. È il caso dell'ambasciatore russo a Kiev Viktor Chemomyrdin3 che nell'invemo del 2004, poco prima delle pre­sidenziali, scrive: «La Russia è sempre stato uno Stato indipen­dente. L'Ucraina mai. Come nazione non è mai esistita». Un con­cetto che al politico russo deve essere piaciuto tanto da averlo ripetuto due anni dopo, nel marzo del 2006, in piena campagna elettorale per le elezioni politiche: «Ucraina e Russia non sono mai coesistite come Stati indipendenti. L'Ucraina non è mai stata un Paese sovrano. Solo ora ce ne accorgiamo».Dichiarazioni scioviniste cui si prendono la briga di replicare i giornalisti délVUkrayinska Provola: «300 anni non sono stati sufficienti per far sì che l'Ucraina possa superare il complesso di inferiorità. La realtà storica è qualcosa di diverso dal ritratto che l'ambasciatore russo cerca di dipingere: i tcrritori russi tra il nono e il tredicesimo secolo erano inclusi nell'odiema Ucraina. E qualunque storico dovrebbe sapere che. nel passato, il termine Rus' era usato in relazione ai territori dell'Ucraina centrale».4Senza addentrarsi nella storia dei due Paesi, le frasi di . Chemomyrdin ricordano quelle di Slobodan Milosevic ai tempi della guerra di Bosnia. Quando la comunità intemazionale rico­nobbe Sarajevo capitale di uno Stato sovrano, il rais di Belgrado disse: «È come la nomina del cavallo di Caligola al Senato: hanno riconosciuto uno Stato mai prima esistito».Un'affermazione confutata dallo storico Joze Pirjevec: «È falso, come testimoniano le tradizioni statali della Bosnia Erzegovina risalenti al Medioevo e il suo status particolare nell'ambito dell'impero ottomano».

L'Europa
In uno dei suoi comizi rivoluzionari, Juscenko sprona la sua gente: «II nostro posto è nell'Unione europea. Il mio scopo è l'Ucraina nell'Europa unita. Noi europei apparteniamo a un'uni-ca civiltà». Scrive Timothy Garton Ash: «Se noi rincattucciati al sicuro nell'Europa istituzionalizzata cui questi dimostranti paci­fici guardano con speranza e desiderio, non li appoggeremo immediatamente con ogni mezzo appropriato a nostra disposi­zione, tradiremo quegli stessi ideali che sosteniamo di rappre­sentare. Non dovrebbero esserci ambiguità da parte nostra nel sostenere che la disobbedienza civile pacifica è legittima, addi­rittura necessaria, in risposta a brogli elettorali. In realtà è in luo­ghi come Kiev, piuttosto che a Bruxelles, che si palesa la gran­dezza della storia che l'Europa ha da raccontare, se solo sapessi­mo come raccontarla. E la storia della graduale inarrestabile espansione della libertà da quando, sessantenni fa, esisteva solo una manciata di Paesi precariamente liberi in Europa e quasi tutto il continente era in guerra, fino al momento attuale in cui esistono solo due o tré Paesi seriamente privi di libertà in Europa e quasi tutto il continente è in pace. Oggi il fronte di quell'avan­zata è in Ucraina».6L'Europa questa volta risponde. Dapprima criticando il voto con Bernard Bot, ministro degli Esteri olandese. Paese che aveva la presidenza dell'Unione: «Non accettiamo questi risultati, li reputiamo fraudolenti». Poi, durante la rivoluzione, intemazio­nalizzando il conflitto. Il plenipotenziario europeo agli Affari esteri, Xavier Solana, partecipa a tutte le trattative che impedi­scono si arrivi allo scontro tra le parti. Quando alla fine, anche grazie a questi interventi stranieri, la rivoluzione vince, Julija Tìmosenko urla ai suoi sostenitori in piazza (ci rimarranno fino al 23 gennaio 2005, giorno della proclamazione di Juscenko a presidente): «L'arancione è diventato il colore della giustizia e della vittoria: tara il giro del mondo, e io vorrei che diventasse il più popolare genere di esportazione ucraino». Visti gli insucces­si economici del suo governo sarà forse l'unica mercé esportata.

Gli arancioni alla prova del governo
Dopo la vittoria elettorale Juscenko affida la guida del gover­no proprio a Julija Timosenko: essendo bionda, tenace e grazio­sa viene definita la pasionaria di Kiev. Il governo, passione a parte, non brilla e l'economia traballa.
Anders Oslund, analista della fondazione americana Carnegie, dice che solo un bombardamento a tappeto avrebbe potuto avere conseguenze più negative per l'Ucraina della poli­tica introdotta dal nuovo governo arancione. D'altronde diceva il grande Jean-Jacques Rousseau «è più facile conquistare uno Stato che dirigerlo».7Il primo ministro e i suoi fedelissimi si scontrano spesso e volentieri col ricco Petro Porosenko, oligarca cui, dopo aver sostenuto la campagna elettorale di Juscenko (con la tv Canale 5), viene affidato il Consiglio nazionale di sicurezza e difesa (che mantiene fino alla prima crisi della coalizione arancione).Gli arancioni, saliti al potere per combattere la corruzione, si limitano a piazzale nei posti di comando i propri sostenitori. È il caso, per esempio, della privatizzazione della Nfz di Nikopol, uno dei principali impianti metallurgici del mondo. Nel 2003 era stata acquistata da Rinat Akhmetov (il Berlusconi di Donetsk) e da Vìktor Pincuk, genero dell'allora presidente Kucma. Dopo, la rivoluzione, la Corte suprema ucraina annulla l'asta in quanto irregolare. Approfitta della situazione il socio di minoranza dell'impresa, quella PrivatBank che a Kiev si dice fìnanzi proprio la Timosenko.Anche Jusèenko finisce nel polverone delle accuse quando si scopre che il figlio, da poco maggiorenne, sarebbe diventato ricco grazie al merchandising della rivoluzione arancione. I sim­boli della rivolta - la scrina Tak (Sì) e il ferro di cavallo su sfon­do arancione - sono stati infatti brevettati dagli Juscenko.Il governo della Timosenko cade nel settembre 2005, travol­to dalle accuse di corruzione. Jusèenko, mandando a casa l'ese­cutivo accusa la Timosenko di essere «incline ad azioni propa-gandistiche» ed aggiunge: «Molte facce nuove sono giunte al potere, ma la faccia del potere non è cambiata». Lei esce dall'al­leanza arancione lanciando a sua volta velenose frecciate all'en­tourage del presidente. È l'anticamera della sconfìtta elettorale del 2006. Una sconfitta alla quale lavora Mosca, tramite Gazprom.La contrapposizione sul gas è stato un evidente modo scelto da Mosca di punire Kiev per aver disobbedito agli ordini di vota­re, nel 2004, il candidato filo russo alle presidenziali. E stato anche un modo per mettere in crisi il Paese confinante e permet­tere alle forze filo-russe di vincere le elezioni politiche. Mosca aveva già sperimentato positivi -amcnte il metodo durante le ele­zioni politiche lituane del 1992: li per far vincere l'ex partito comunista lituano era bastata la minaccia di tagliare gas e luce.L'aumento del prezzo del gas è costato nel 2005 all'Ucraina, secondo stime della Banca mondiale, 1,6 miliardi di dollari, pari al 3% del Pii. La Timosenko, una volta passata all'opposizione, parla di questo accordo come «un vero e proprio tradimento, un patto segreto per l'amcchimento dei più alti funzionari ucraini».Tra gli atti di politica estera della breve stagione arancione va ricordato che, insieme a Geòrgia. Azerbaijan e Moldova - gli stessi Paesi che hanno formato il Guam, un organismo filo occi­dentale alternativo alla filo russo Csi8 - viene creata l'Organizzazione intemazionale permanente per la democrazia e lo sviluppo. Un ente, subito riconosciuto da Onu e Osce, che ha per obiettivo una maggiore indipendenza energetica da Mosca e una migliore integrazione con Unione europea e Nato e la crea­zione di un'area di libero scambio alla quale in prospettiva potrebbero unirsi Polonia, Romania e Bulgaria. Una scelta di campo che favorisce l'amicizia di Washington.Nel marzo 2006 (non casualmente, pochi giorni prima delle elezioni) il presidente americano Bush firma raccordo che eli­mina per l'Ucraina le restrizioni economiche che erano state poste ai tempi dell'Urss9: «L'Ucraina ha potuto godere dei bene­fici perché è ormai un mercato libero», dice il presidente statuni­tense, «he aggiunge: «La guerra fredda è finita e la rivoluzione arancione è un potente esempio di democrazia per i popoli di tutto il mondo. I coraggiosi cittadini che scesero in piazza delPIndipendenza a Kiev domandavano la possibilità di determi­nare il futuro della loro nazione. E hanno sfruttato quella possi-bilità: hanno scelto la democrazia». Gli arancioni perderanno ugualmente la sfida elettorale.

Il voto del marzo 2006
II lavoro della contraerea politica russa abbatte i (manzonia­ni) polli arancioni, alle elezioni del 2006: il Panilo delle regioni di Viktor Janukovic conquista il 33,3% dei voti, seguito dal bloc­co di Julija TìmoSenko col 22,7%, II movimento di Juscenko Nasa Ukrayina (Nostra Ucraina, una colazione di sei partiti cri­stiani, conservatori e nazionalisti) crolla al 14%. In parlamento entrano anche i socialisti con il 5,3%.Il segnale politico è forte: la rivoluzione mantiene il suo pote­re seduttivo - come dimostra il successo personale della Tìmosenko - ma ha perso smalto. Sulla carta ci sarebbero anco­ra i numeri per creare un governo di coalizione arancione, ma fin dalla sera dei risultati la Timosenko entra a gamba tesa: «Se Juscenko vorrà formare un governo con me, allora dovrà essere d'accordo sul fatto che la mia formazione - come primo partito della coalizione - nominerà il premier». Inizia a tirare una corda che si spezzerà quattro mesi dopo.D 7 luglio 2006 la traballante alleanza dei rivoluzionari aran­cioni infatti collassa. Il leader del partito socialista Aleksandr Moroz esce dalla coalizione e si fa eleggere presidente del parla­mento con l'appoggio del partito di Janukovic.

Il compromesso storico
È la svolta. Nostra Ucraina annuncia che cercherà altri soci fuori dal blocco arancione. Solo la Timosenko si oppone chie­dendo nuove elezióni. Non sarà esaudita.Si discute di un nuovo governo sotto la minaccia di un enne­simo, radicale aumento del prezzo del gas russo, capace di far schizzare l'inflazione al 30%. È così che si arriva all'alleanza tra i due ex nemici. Anche in Germania si è arrivati al patto Merkel, ma in Ucraina raccordo è tra chi ha fatto la rivoluzione demo­cratica e chi ha cercato di impedirla. Misteri della politica.Si alleano i filo americani e il partito che ancora il 30 maggio del 2006 manifestava in Crimea contro l'attracco di una nave Nato, arrivata nel mar Nero per delle esercita/ioni con la flotta ucraina.Nei primi giorni dell'aguslo 2006, Jiinukovic riceve la fiducia dalla Verkhovna Rada: 271 voti a favore su 451 deputati del monocamerale parlamento.L'accordo tra i due nemici lascia di stucco la maggior parte delle persone che scesero in piazza a Kiev nel 2004. Ma già molti di loro avevano deciso di disertare le urne. Dopo la spac­catura della coalizione arancione la scelta era tra la padella Juscenko. eccessivamente moderato, e la brace Timosenko, eccessivamente radicale. Difficile scegliere il male minore.Anche dopo l'anomalo accordo» molti chiederanno a Juscenko di andare in piazza (e non in televisione) a spiegare il perché del patto coi suoi ex nemici.L'alleanza bicefala tra i due Viktor, pur essendo apparente mente (come sostiene Julija TìmoSenko) un ritomo ai tempi di Kucma, si fonda però su una dichiarazione politica nella quale si insiste nel perseguire l'integrazione dell'Ucraina nell'Unione europea, nella Nato e nel Wto. pur annunciando di voler sotto­porre le tré adesioni ad altrettanti referendum. Secondo i sondag­gi, il 55% della popolazione sarebbe contraria all'iingresso del Paese nella Nato.Ci si impegna anche a continuare le riforme e la lotta alla corruzione (vero pallino del presidente Juscenko). Ma si conce­de anche che il russo uà lingua protetta, mantenendo l'ucraino come idioma ufficiale.Nella coalizione di governo rimangono in posti chiave (Esteri e Difesa) due falchi filo-occidentali: Boris Tarasijuk e Anatolij Grisenko. La loro forza è però minata dalle continue critiche e sfiducie che ricevono dal parlamento ucraino.La Timosenko annuncia la Costituzione di un governo ombra, una pratica tipica ai tempi di Kucma. Prepara così la campagna elettorale per le presidenziali.

A Putìn ancora non basta
II compromesso prevede che la politica estera sia ad appan­naggio del presidente Juscenko e quella economica faccia inve­ce capo al premier Janukovic (che dice che la Russia rimarrà un partner strategico del Paese, aggiungendo però che «l'importan­te è non dividere l'Ucraina»),È proprio questo aspetto del patto a risultare indigesto a Putin.Significativa l'accoglienza che il presidente russo riserva al premier ucraino arrivato col cappello in mano alla residenza esti­va di Putin, sempre a Soci. Sono i piccoli segni di una simbolo­gia sovietica non ancora defunta.Janukovic in aeroporto non viene accolto ne dal Presidente, ne dal premier rosso e nemmeno dal ministro degli Esteri mosco­vita, bensì da un vice ministro. Janukovic non viene fatto allog­giare nella villa dove Putin accoglie gli ospiti di riguardo. 11 quo­tidiano ucraino Ei mostra in una riga gli effetti del villaggio glo bale: «Putin non lascia dormire Janukovic nel letto di Berlusconi», è il titolo del giornale.Janukovic aveva un obiettivo pratico nell'incontro con Putin. È più o meno lo stesso obiettivo che tutti i leader politici hanno quando vanno a Mosca a incontrare il presidente russo: trattare il prezzo del gas. Janukovic non otterrà sconti, ma un prezzo com­petitivo.Nel suo discorso televisivo dopo la nomina di Janukovic a primo ministro, Juscenko cerca di giustificarsi: «Oggi abbiamo una possibilità unica di realizzare ciò di cui tutti abbiamo parla­to e fare dell'Ucraina un Paese davvero unito».«Il banco vince sempre», dice una signora ucraina sconsolata alla tv polacca. Il croupier è Vladimir Putin.

Diossina
La prima volta che vidi Vìktor Juscenko era alla Rada. circon­dato da decine di uomini e donne (soprattutto donne, funzionane del parlamento). Aveva un aspetto gradevole, una voce suadente. Era stato il governatore della Banca d'Ucraina e nel 1996 intro­dusse la grivna che permise al Paese di uscire dalla zona mone­taria del rublo. Fu un forte segno di indipendenza economica e politica (dalla Russia) che gli ucraini non hanno dimenticato. Juscenko era circondato da un alone di stima, percepibile anche da chi non l'avrebbe mai votato, come un giornalista straniero. Qualche tempo dopo, durante la rivoluzione, il volto ma persino la voce del leader dell'opposizione ucraina è cambiato. Due mesi prima della campagna elettorale, nel settembre 2004, indi­cato come candidato unico degli arancioni era stato avvelenato e quasi ucciso: Juscenko quando si senti male era a cena nella dacia estiva di un deputato della Rada, insieme all'allora capo del Servizio di Sicurezza ucraino, Igor Smesko.Viktor Janukovic - al tempo avversario di Juscenko nella corsa alla presidenza - lo irriderà per tutta la campagna elettora­le mettendo in dubbio che fosse stato davvero avvelenato. Il lea­der dei bianco-blu nei comizi alternava battute sul fatto che il sushi fosse non avvelenato ma avariato, che Juscenko potesse avere problemi con la vodka, che si fosse fatto una sauna subito dopo un lifting, che si fosse inventato la malattia per la campa­gna elettorale.In realtà i medici austriaci che salveranno la vita al futuro presidente ucraino accertano che l'awelenamento è stato causa­to da diossina, ingerita col cibo. La diossina provoca cloracne, eruzioni cutanee persistenti. Come quelle che hanno sfigurato il volto di Juscenko. Altro die sauna dopo il lifting! Ai dottori verrà immediatamente assegnata una scorta. La diossina sarebbe arri­vata dalla Russia. Mandanti e autori dell'avvelenamento non sono mai stati trovati. I due mondi che si confrontano e si scon­trano saranno testimoniati a lungo da Juscenko, il cui volto è stato (suo malgrado) trincea di una guerra di posizione appena iniziata.

È davvero la sconfitta degli arancioni
«Sono le prime elezioni libere della nostra storia. La ragione della rivoluzione era conquistare libertà di parola e di scelta, costruire uno Stato di diritto. Ci siamo riusciti.» Con queste parole Viktor Juscenko10 cerca di sottolineare gli aspetti positivi dell'esperienza arancione.Malgrado gli allarmi dell'opposizione, le elezioni che porta­no alla sconfitta degli arancioni sono giudicate regolari sia dal Parlamento europeo che dall'Osce. L'Ucraina è traghettata verso il pluralismo, verso la democrazia dell'altemanza e della divisio­ne dei poteri. Grazie alla riforma della Costituzione ucraina, il parlamento o» ha un ruolo definito e il premier corta più del presidente. Sono novità assolute, da queste parti.Tra le norme positive lasciate dai governi arancioni va segna­lata anche la prima legge sulle pari opportunità e sui pari diritti, oltre a una serie di decreti che incoraggiano i ministeri ad asse­gnare incarichi importanti, senza discriminazioni di genere. Verranno eletti - altra novità - tré governatori regionali donne.

Gongadze
George Gongadze era un giornalista scomodo nell'Ucraina di Leonid Kucma e Viktor Janukovic. Aveva fondato il sito intemet àeìVUkrayinska Pravda ancora attivo e sul quale potete vedere il suo sguardo giovane e severo. Soprattutto faceva domande scomodo, accusava il clan al potere di corruzione e di limitare le libertà individuali.George fu rapito nel settembre 2000. Il suo corpo decapitato fu ritrovato due mesi dopo in un bosco appena fuori Kiev. Qualche tempo dopo fu resa nota una conversazione riservata nella quale il presidente Kucma avrebbe chiesto al ministro dell'Intemo Jurij Kravcenko, di liberarsi dello scomodo giorna­lista: «Levatelo di mezzo, datelo ai ceceni!».La rivoluzione arancione non è scoppiata da un giorno all'altro.Nel febbraio 2004, sette mesi prima della rivolta, gli amici e i colleghi decidono di porre una lapide in suo onore nella casa in cui viveva. Le autorità si oppongono, ufficialmente per ragioni burocratìche. La sera stessa circa ventimila persone scendono in piazza a proteggere i due ragazzi che armati di trapano mettono la lapide per il giovane giornalista.A quelli che dicono che la rivoluzione arancione non sia ser­vita a nulla, basti sapere che nel 2005 tré funzionali di polizia accusati del sequestro e de 11'uccisione di Gongadze sono stati arrestati e che nel 2006 è iniziato un (lentissimo) processo a loro carico.L'ex ministro dell'intemo Kravcenko si è suicidato nel marzo del 2005 poco prima di essere chiamato a testimoniare sul caso. L'ex presidente Kucma ha dovuto sottoporsi ali'interrogatorio di una commissione parlamentare appositamente creata sul caso. È probabile che, l'ex presidente, nel lasciare il suo scranne senza spargimenti di sangue, abbia trattato per sé e i suoi famigliari una sorta di salvacondotto.La moglie di Gongadze, Myroslava, un tempo esule in America, è ora rientrata a Kiev.Il sito internet continua a lavorare, più attivo di prima.Ma ci sono molti ma in questa storia.Aleksandr Moroz, il leader socialista che aveva diffuso i nastri che accusavano Kucma si è alleato con i filo russi perdiventare presidente del parlamento.L'Unione europea, che aveva aiutato l'Ucraina a liberarsi dal giogo russo, l'ha abbandonata al suo destino per non innervosire il suo fornitore di gas. Non sono stati aperti negoziati con Kiev, anche se ciò avrebbe ampliato democrazia e stabilità a Oriente. Come annota Lucio Caracciolo «Francia, Germania e Italia con­siderano i rapporti con la Russia più importanti di quelli con l'Ucraina.11»Aleksandr Janukovic, già primo ministro ai tempi dell'omici-dio di George è ancora primo ministro, anche se il suo governo traballa pesantemente per i mal di pancia di Nostra Ucraina (ora ufficialmente all'opposizione).Janukovic aveva definito la rivoluzione democratica «peste arancione».Nel frattempo, di quella peste sembra essersi un po' ammala­to: ora parla ucraino e non più russo e in ufficio ha in bella mostra un foto di Juscenko.






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