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L’EFFETTO PALIN SCONVOLGE GLI EQUILIBRI. OBAMA IN DIFFICOLTA’

La sorprendente scelta di McCain paga nei sondaggi. I Repubblicani ritrovano coesione e combattività ed ora sperano di conservare la Casa Bianca

Data: 2008-09-13

Fabio Lucchini

Tradizionalmente, le due settimane che i grandi Partiti americani dedicano ogni quattro anni alle rispettive Convention nazionali introducono all'ultima fase dalla campagna presidenziale. La proclamazione ufficiale dei candidati alla presidenza ed alla vice presidenza conclude la breve parentesi di riflessione estiva e rilancia la sfida fino al naturale epilogo di novembre. Quest'anno la corsa presidenziale ha assunto caratteri epocali, sia per intensità che per durata. La presenza, soprattutto nel campo Democratico, di personalità forti, originali ed inusitate per la scena politica americana ha fatto sì che l'attenzione generale, in America e nel Mondo, si concentrasse sulla competizione sin dalle prime battute delle elezioni primarie. La curiosità quasi ossessiva con cui i media hanno seguito il lungo processo che ha condotto Barack Obama ad affermarsi come candidato Democrat alla Casa Bianca e le prime fasi del suo confronto a distanza con il rivale Repubblicano John McCain, sembrava aver alla lunga logorato l'interesse generale intorno alla battaglia per la Casa Bianca, la più importante dal 1980 come titola un articolo di Conrad Black sul National Post.

In un simile contesto di riferimento, le due grandi Covention nazionali tenute a Denver (Colorado) dal 25 al 29 agosto dal Partito Democratico ed a St. Paul (Minnesota) dal 1 al 4 settembre dai Repubblicani, oltre a rappresentare il massimo momento di coesione di due strutture partitiche tradizionalmente fluide, miravano a rilanciare gli entusiasmi e le motivazioni dei due serbatoi elettorali di afferenza. “L'America blu” aveva vissuto con passione e partecipazione la lunga stagione delle primarie, stagione dalla quale era uscita tuttavia divisa e segnata dalla delusione dei sostenitori, e delle sostenitrici, di Hillary Clinton. “L'America rossa”, dopo essersi orientata rapidamente verso l'esperienza e l'integrità di McCain, doveva recuperare la volontà di lottare per difendere la Casa Bianca, benché ampiamente delusa dal doppio mandato presidenziale di Bush. Infatti, per quanto le previsioni elettorali per il rinnovo parziale del Congresso si fossero mantenute funeste per il Grand Old Party nell'arco degli ultimi mesi, la distanza nei sondaggi tra Obama ed il senatore dell'Arizona era sempre rimasta limitata. Con questi presupposti hanno preso il via i due grandi raduni pre-elettorali di fine estate.

Obama-Biden vs McCain-Palin

Entrambi i candidati in pectore, in attesa di ricevere la solenne incoronazione, hanno deciso di presentare il proprio compagno di viaggio, il candidato alla vicepresidenza, nelle ore immediatamente precedenti l'inizio delle Convention. Obama ha scelto il senatore del Delaware Joseph “Joe” Biden, un veterano del Congresso, dove ha servito per più di trent'anni. Il compito del sessantacinquenne Biden, presidente della commissione Esteri del Senato e con una lunga militanza clintoniana alle spalle, è quello di bilanciare alcuni punti deboli di Obama, in primo luogo la sua inesperienza, tanto brandita dalla Clinton prima ed ora dai Repubblicani. Biden è un cattolico in grado di rivolgersi a una fascia di elettorato che fino a oggi il senatore di Chicago non ha saputo raggiungere: i bianchi dell'America profonda, la classe media del Midwest, i lavoratori degli Appalachi. “Mentre facevo il pendolare in treno da e verso Washington mi pareva di ascoltare i discorsi nelle case che la ferrovia costeggiava: erano genitori preoccupati che, dopo aver messo a letto i figli, discutevano su come tirare la fine del mese”, ha ricordato Biden, con una certa dose di enfasi, nel suo discorso alla Convention. Sono gli stessi elettori che ad Obama avevano preferito l'ex first lady e che nutrono tuttora una notevole diffidenza nei suoi confronti.

Sul piano caratteriale e dello stile politico Biden potrebbe rivelarsi molto utile. Il senatore del Delaware è un mastino, in grado di giocare duro contro gli avversari senza troppi timori di colpire sotto la cintura, consentendo a Obama di non sporcarsi le mani e di mantenere il suo stile pacato e conciliante. La scelta di Biden comporta tuttavia alcuni rischi. Innanzitutto, sancisce l'estromissione definitiva della Clinton, protagonista di primo piano della contesa sino a giugno. Del resto, la senatrice di New York non rientrava nella rosa dei papabili che circolava nelle ultime ore. Gli oltre 18 milioni di voti raccolti nelle primarie, ricordati dal potente consorte durante il suo applaudito discorso a Denver, non sono bastati a colei che nove mesi or sono appariva come la grande favorita per strappare quantomeno una candidatura nel ticket Democratico. E così la frustrazione di quanti hanno optato per Hillary nei mesi scorsi , la metà sostanziale dell'elettorato Democratico, rimane solo sopita e potrebbe riemergere quanto prima La delusione dei clintoniani potrebbe insomma risolversi nella perdita di voti che molti preconizzavano nelle fasi più cruente dalla disfida per la nomination. Biden è inoltre l'esempio migliore della vecchia guardia della politica di Washington, l'esatto contrario della promessa di cambiamento che ha costituito finora il cavallo di battaglia di Obama.

“America First” (L'America al primo posto) è stato invece il motto che ha accompagnato la quattro giorni Repubblicana ai primi di settembre, evento disturbato e modificato, per volontà di McCain stesso, per seguire l'evolvere dell'uragano Gustav che, interessando il Golfo del Messico ed avvicinandosi a New Orleans, ha riportato alla mente di molti i tragici eventi dell'agosto-settembre 2005. Allora, l'uragano Katrina si abbatté sulle coste meridionali del Paese, causando centinaia di morti e danni ingenti. La fallimentare gestione dell'emergenza costò carissimo sia alla popolazione della regione che all'amministrazione Bush, sotto accusa per aver sottovalutato la portato dell'evento e per l'intempestività dei soccorsi. Molti commentatori ravvisano in quell'episodio un punto di svolta, l'inizio della vera e propria crisi politica dell'amministrazione Bush e del Partito Repubblicano, che, di lì a poco, sarebbe stato duramente punito dall'elettorato Usa nelle elezioni di midterm dell'autunno 2006. McCain non ha commesso l'errore del presidente in carica ed ha voluto che la Convention iniziasse in tono minore, per rispetto della gravità della situazione. Una volta scongiurato il pericolo, la festa Repubblicana ha avuto inizio, ma il fuoco d'artificio più abbagliante era già esploso alla vigilia dei lavori, quando, appena terminata la Convention Democratica, è stato reso noto il nome del candidato alla vicepresidenza del Grand Old Party.

Sarah Palin è dal 2006 la prima donna governatore dell'Alaska, la seconda, dopo la Democratica Geraldine Ferraro nel 1984, a correre per la vicepresidenza. Madre di cinque figli, 44 anni nata nell'Idaho, membro tesserato dela National Rifle Association (una delle più influenti lobby politiche degli Stati Uniti per le sue attività lobbistiche contro il controllo delle armi), la neo numero due di Mccain è la presidente della Alaska Oil and Gas Conservation Commission. Sarah Palin porta una dote importante nell'unione con McCain: sostanzialmente più giovane, rassicura gli elettori rispetto all'eta del candidato (72 anni). Garantisce al ticket repubblicano una posizione forte sui temi che stanno a cuore ai conservatori, essendo contro l'aborto e i matrimoni gay ma a favore della pena di morte e del diritto a portare armi. In quanto donna, è inoltre potenzialmente in grado di catturare i sentimenti delle molte deluse dal fallimento della candidatura Clinton. Il nome della Palin ha colto di sorpresa i commentatori e vi è chi intravede la sagoma dell'eminenza grigia Karl Rove dietro la sua ardita candidatura.

La Palin è di fatto sconosciuta al grande pubblico e rappresenta pertanto un grossa scommessa per il senatore dell'Arizona che, come ricorda Jonathan Martin per Politico, conosce il governatore dell'Alaska da non più di sei mesi. Sembra addirittura che i due abbiano discusso soltanto una volta, e telefonicamente, della questione; dopo di che McCain avrebbe convocato Palin per conferirle definitivamente il prestigioso incarico. Peraltro, la sua storia personale ha incuriosito l'opinione pubblica ed i media ed il suo discorso alla Convention di St. Paul ha scaldato e convinto la platea Repubblicana e denotato la grinta dell'ex reginetta di bellezza amante della caccia, che ha colto l'occasione per fustigare la stampa statunitense, colpevole di essersi immediatamente intromessa nelle pieghe della sua vita famigliare. Del resto, proprio l'ostilità nei confronti dei media, sublimata in una dura polemica con la Cnn, ha contraddistinto l'intero svolgersi della manifestazione. I Repubblicani, da tempo infastiditi per l'occhio di riguardo riservato al fenomeno Obama, accusano infatti la stampa ed i mezzi di comunicazione in generale di ammiccare a sinistra in questa campagna.


L'effetto Palin
Il colpo a sorpresa si sta comunque rivelando efficace. Palin si muove con disinvoltura e non lesina attacchi pungenti al ticket Democratico. Soprattutto, dopo mesi di inseguimento, McCain ha scavalcato a inizio settembre Obama nei sondaggi ed il suo vantaggio è in costante aumento secondo tutti i principali istituti di ricerca, anche se nel conteggio virtuale dei grandi elettori il candidato Democratico rimane leggermente in testa. Secondo il commentatore della Cnn Ed Rollins, la Palin ha dato una scossa energetica al Partito Repubblicano tale da richiamare la propulsione ottimistica che solo Ronald Reagan ha saputo infondere al Gop negli ultimi decenni. Ora, per misurarne la reale consistenza politica, alla governatrice dell'Alaska si chiede di far conoscere meglio le proprie idee sulle questioni sostanziali che interessano il futuro dell'America. Coloro che attendevano che l'appuntamento delle Convention costituisse il trionfale trampolino di lancio verso la storica elezione di Obama sono rimasti delusi, poiché se a Denver non si è verificata la temuta lotta fratricida che il leader del Partito Howard Dean paventava in primavera nemmeno si sono registrate novità esaltanti tali da rilanciare l'entusiasmo del popolo delle primarie. A St. Paul piuttosto si è ritrovata la voglia di combattere e l'operazione Palin ha dato immediatamente i suoi frutti.

La reazione di Obama al primo vero momento di difficoltà da quando ha conquistato la nomination a giugno? Non brillantissima. Una banale gaffe del senatore a proposito della sua religiosità ha riacceso la miccia della stucchevole polemica sulla sua presunta adesione all'Islam. Già in luglio lo staff di Obama si era letteralmente infuriato con la rivista The New Yorker, dopo la pubblicazione di un'illustrazione di copertina che rappresentava il candidato Democratico e la moglie Michelle come una coppia di terroristi islamici, insediati in uno Studio Ovale dove faceva bella mostra un ritratto di Osama bin Laden e veniva bruciata la bandiera americana. David Remnick, il direttore della celebre rivista, difese ai tempi in un'intervista alla Cnn il diritto di satira, sottolineando che l'oggetto dell'ironia non fosse certo Obama ma quanti, a destra, creassero confusione sul suo background culturale e politico per descriverlo come anti-patriottico e debole nella lotta al terrorismo. “I lettori americani non sono stupidi”, concludeva Remnick. Elementi di confusione tuttavia persistono se, secondo un sondaggio pubblicato in Luglio da Newsweek, il 12% degli intervistati si dichiarava convinto che Obama avesse giurato sul Corano al momento di acquisire la carica di senatore ed il 26 riteneva che egli fosse stato cresciuto secondo i dettami dell'Islam!







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