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LA MORTE DEL 1989

La Russia sconfitta nella Guerra Fredda si dice in preda all’umiliazione. Ma credo che i leader russi sentano in realtà qualcosa di peggio: la paura. I leader russi dipingono il paese in una posizione di preoccupante vulnerabilità, la stessa visione che Israele ha di sé stesso. La paura, non l’umiliazione, ha spinto la Russia ad invadere la Georgia

Data: 0000-00-00

Quella che segue è una riflessione, in sette punti, sulla presenza dei carri armati russi in Georgia.

1) Il danno è già fatto. Un danno grande ed irreversibile, che si farà sentire a lungo. Abbiamo vissuto il 1989 – l'era della rivoluzione democratica. Ed è proprio quella rivoluzione - ed il suo lascito - ad essere stata danneggiata.
La rivoluzione democratica è arrivata in tre ondate successive, ciascuna delle quali si è rivelata più debole della precedente. La rivoluzione di velluto del 1989, è stata un'onda forte, ma le successive hanno avuto bisogno di una spinta, la prima delle quali, è stato l'intervento militare americano nei Balani che ha portato, nel 2000, alla caduta di Slobodan Milosevic in Serbia e, successivamente, alle rivoluzioni colorate: la “rosa” in Georgia, nel 2003, la rivoluzione “arancione” in Ucraina, nel 2004, e ad ai tentativi minori, talvolta fallimentari, nei diversi antri dell' ex area sovietica.
La terza ondata, quella che ha toccato il Medio Oriente nel 2005 –  anch'essa favorita dall'azione militare Usa, ma anche dalle rivoluzioni rosa ed arancione - si è dimostrata la più debole. Sul piano regionale, la cosìdetta “Primavera Araba” è stata facilmente contenuta. L'evento più dirompente sono state le elezioni in Iraq nel 2005 che hanno riportato al potere i partiti settari ed estremisti. Un risultato disastroso. E tuttavia, le elezioni irachene, pur con la loro ambiguità, hanno dimostrato quanto forti fossero le aspirazioni democratiche di milioni di bravi elettori. Un'ambiguità. La Primavera Araba ha inoltre prodotto in Libano, nel marzo 2005, la Rivoluzione dei Cedri, conseguenza immediata dei due fatti congiunti, ovvero della rivoluzione arancione e delle elezioni irachene.
La Rivoluzione dei Cedri ha subìto, dal 2005, tutta una serie di sconfitte, la più grave delle quali ha avuto luogo ai primi di agosto di quest'anno, con il riconoscimento ufficiale della milizia di Hezbollah in Libano, e l'accettazione della sua legittimità anche da parte dei mezzi-sconfitti protagonisti della Rivoluzione dei Cedri.
Il mese di agosto 2008, pertanto, decreta la simultanea sconfitta delle due rivoluzioni, quella rosa e quella dei cedri, ovvero dei due eventi centrali della seconda e della terza ondata democratica.
Nel frattempo, la marea si è arrestata.
2) Le ampie ed irreversibili conseguenze dell'invasione della Georgia si faranno sentire in tutto l'ex blocco sovietico, e non solo lì. In ciascuno degli ex stati-satellite esiste già quello che potrebbe essere definito un partito pro-Russia, che si oppone alla rivoluzione democratica. Questi partiti si fondano su presupposti solidi e chiari: la presenza di una minoranza etnica russa negli stati confinanti; gli interessi economici - dal gas alle materie prime - e la rete di legami nei corpi militari e di polizia, che legano ciascun di quei paesi alla Russia e che risalgono ai tempi dell'impero Sovietico; il raggruppamento delle pulsioni nazionaliste, secondo gli antichi metodi slavi; alcune (non tutte) pratiche ereditate dalla tradizione comunista.
Su queste basi, i partiti pro-Russia svolgono tutta una serie di argomenti fondati sull'idea del pericolo fisico: gli attacchi informatici (già messi in atto contro l'Estonia, per conto della minoranza etnica russa lì presente e, poco prima dell'invasione, contro la Georgia); la minaccia di sospensione delle forniture di gas, che la Russia ha già predisposto in Ucraina; e, infine, il pericolo – vago - di un inasprimento della tensione politica. A questa lista di pericoli, i partiti pro-Russia possono oggi aggiungerne un altro: il rischio dei carri armati. In ciascuno degli ex stati satellite, i partiti pro-Russia escono pertanto rafforzati dalla crisi georgiana e tale forza si manterrà ancora per molto, anche sei i tanks russi dovessero lasciare subito la Georgia.
La prima reazione al rafforzamento dei partiti pro-Russia sarà l'inasprirsi delle ostilità da parte dei partiti democratici – quelli autenticamente democratici e una parte di quelli che lo sono un po' meno autenticamente. La tensione politica dunque è destinata ad aumentare in tutta la regione, non solo tra i paesi dell'ex blocco e la Russia, ma anche all'interno di ciascuno degli stati ex-satellite. L'aumento della tensione interna, in ogni caso, avrà come inevitabile conseguenza, almeno nel breve periodo, il consolidamento della credibilità degli argomenti addotti dai partiti pro-Russia. Nei prossimi mesi, pertanto, aumenterà la pressione sui partiti democratici perché venga allentata la tensione nei confronti dei partiti pro-Russia, concedendo loro un certo grado di potere a livello regionale e non solo locale.
Solo la Polonia farà eccezione, non foss'altro perché la Polonia sembra aver già fatto la scelta nazionale fondamentale, decidendo di combattere piuttosto che accettare di nuovo la subordinazione a Mosca. Ma l'ostinazione polacca significa solo che, invece di inasprire lo scontro politico interno che attanaglia gli altri paesi, la Polonia ha alzato la tensione con la Russia portandola al livello militare. Conseguenza inquietante, il vertice del comando militare russo ha già apertamente minacciato la Polonia di un attacco militare, addirittura nucleare. Maggiore è il pericolo di un attacco violento in Polonia, più acuta sarà la tensione politica all'interno di ciascuno degli altri paesi e meno prevedibile la loro reazione alla paura ed al panico.
3) La natura del regime iraniano richiede un'Europa unita che prema perché Teheran abbandoni lo sviluppo delle armi nucleari; e la prima cosa da fare in questo senso è spingere la Russia perché rinunci ad offrire una mano di auto economicamente conveniente, e perché rinunci ad armare in altro modo l'Iran. Ma l'Europa non farà niente del genere, a causa dell'improvviso ed ampio rafforzamento dei partiti pro-Russia in gran parte dei paesi europei. E così anche l'Iran, o quanto meno la fazione di Ahmadinejad, esce rafforzato dall'invasione russa, dopo aver goà beneficiato del ritiro dall'Iraq dei 2000 militari georgiani e della sconfitta della Rivoluzione dei Cedri in Libano.
Il successo iraniano peserà certamente sul dibattito interno ai circoli politici e militari israeliani, e non in favore della pazienza e della conciliazione. Gli eventi di agosto 2008 fanno apparire Israele più vulnerabile. Si indeboliscono, infatti, gli argomenti a favore di un appello alla solidarietà europea contro l'Iran e si indeboliscono gli argomenti di chi, in Israele, ritiene che gli Usa possano impedire la degenerazione delle ostilità. Si rafforzano, invece, gli argomenti per un estremo attacco preventivo contro l'Iran e per la ripresa della guerra in Libano.
In Medio Oriente, insomma, è cresciuto il rischio di nuovi e catastrofici conflitti.
4) L'invasione della Georgia getta un'ombra inquietante sulla natura politica della leadership russa che, convenzionalmente, si ritiene seguire una dottrina conforme al principio ottocentesco di tutela dell'interesse nazionale, ed alla nozione di solidarietà etnica, propria della metà del XX secolo. Nella disputa sulle regioni separatiste georgiane, la Russia affronta la questione dell'interesse nazionale, se si intende per interesse nazionale il concetto geografico ed etnico sviluppato nell'800 e nella metà del XX secolo. Tuttavia, per la Russia sono in gioco anche altri interessi: la pace e la quiete della regione, l'atmosfera favorevole allo sviluppo economico, la garanzia che non si verificheranno eventi catastrofici.  Questi interessi ulteriori dovrebbero prevalere su quelli geografici ed etnici, o almeno così si sarebbe indotti a ritenere. Secondo l'interpretazione convenzionale, tuttavia, mettere a soqquadro mezzo mondo per due enclave marginali, e più piccole di Schleswig-Holstein, non ha alcun senso senso. Cionostante, la Russia ha deciso altrimenti. Perché? Oggi ci si comporta spesso secondo logiche che esulano dalla valutazione razionale dei costi e dei benefici. I soggetti in questione dicono di reagire ad un'umiliazione o a quello che viene definito un “risentimento”. L'umiliazione, tuttavia, intesa come esperienza politica, esiste solo se ideologicamente costruita, non altrimenti. È la Germania sconfitta nella Prima Guerra Mondiale che ha cominciato a parlare di “umiliazione”; e tuttavia, dopo la Seconda Guerra Mondiale, quindi dopo una sconfitta dieci volte più pesante della precedente, la Germania non si è più detta “umiliata”. E questo perché, dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono scomparse le dottrine politiche che facevano leva sul sentimento di “umiliazione”. Era la dottrina, non l'esperienza emotiva, che aveva creato l'umiliazione.
La Russia sconfitta nella Guerra Fredda si dice in preda all'umiliazione. Ma credo che i leader russi sentano in realtà qualcosa di peggio: la paura. I leader russi dipingono il paese in una posizione di preoccupante vulnerabilità, la stessa visione che Israele ha di sé stesso.  La paura, non l'umiliazione, ha spinto la Russia ad invadere la Georgia – la paura per la distruzione del proprio paese. Questa paura è stata espressa apertamente dai diplomatici russi negli ultimi mesi. Li ho sentiti parlare - ad alta voce e con profonda convinzione – del “pericolo esistenziale” posto alla Russia dalla Georgia.
Questa paura, tuttavia, è puramente teorica – ovvero, immaginaria. La situazione della Russia non è affatto quella di Israele. Nessuna potenza straniera, dalla fine della Guerra Fredda, ha messo in programma di attaccare la Russia o distruggere la potenza e la ricchezza russa. La paura russa riposa su un'interpretazione in qualche modo paranoica del mondo. Ed una paura fondata su un'interpretazione paranoica non può essere assecondata. Se anche il resto del mondo accettasse tacitamente la conquista delle regioni marginali della Georgia e l'installazione di un regime-fantoccio a Tbilisi, i leader russi non si sentirebbero affatto meno in pericolo.
Perché, allora, i Russi insistono su questa interpretazione? Per un arcaismo. Il mistero legato ad un enigma ha qualcosa di antico. In ogni caso, l'attuale prevalenza di questa logica induce a ritenere che la Russia sia più in movimento di quanto non appaia. Una Russia stabile non si sentirebbe minacciata nella propria esistenza da un vicino piccolo come la Georgia né dalla Nato.
5) La politica estera americana, dal 1989, si è fondata prevalentemente su un principio: che l'interesse dell'America ed il progresso della liberal-democrazia nel mondo, in prospettiva, si equivalgano. Questo principio ha sempre avuto i suoi critici negli Stati Uniti. I critico non aumenteranno. E tuttavia, se l'America ascoltasse queste critiche, prendendo la strada tradizionalmente conservatrice – la realpolitik ed il corteggiamento dei dittatori – non si avrebbe una maggiore stabilità né in Europa dell'Est, nè in Medio Oriente. Uno scatto conservatore dell'America non farebbe che indebolire i democratici in tutto il mondo e, pertanto, mettere a rischio il futuro dei soli amici affidabili degli Stati Uniti.
L'indebolimento dell'impegno americano per la solidarietà democratica renderebbe inoltre più vulnerabile l'Europa, dove più se ne avvertirebbe l'effetto-eco. E tuttavia, a meno che qualcuno non proponga degli argomenti forti in favore della solidarietà democratica, il conservatorismo della realpolitik è destinato a crescere. La rinuncia dell'America ai principi della solidarietà democratica, sarà vista come una sconfitta di fronte all'invasione russa – ovvero lì dove, in fin dei conti, si gioca la partita.
6) L'invasione della Georgia è un'ulteriore manifestazione dell'incompetenza dell'Amministrazione Bush, dopo la prova delle guerre in Afghanistan e in Iraq, dell'uragano Katrina e della crisi dei mutui. Il disastro georgiano, tuttavia, è potenzialmente in grado di superare la somma di tutti i disastri precedenti. Esprimere condanna ed indignazione nei confronti dell'Amministrazione Bush è dunque un esercizio giusto, ragionevole e igienico, ma solo per cinque minuti. Al sesto minuto bisogna già avere una risposta.  
7) Una semplice strategia caso-per-caso, nel caso dell'invasione russa, è assolutamente impensabile. Una reazione adeguata non può che essere complessa, duratura e globale. Si dovrà riconoscere che in questo momento le questioni dei principi democratici, della sicurezza nazionale e della crisi energetica sono decisamente legati. Ciò di cui avremo bisogno è una nuova combinazione politica, di riaffermare i principi della solidarietà democratica, e di uno sforzo per stabilire come priorità nazionale lo sviluppo di un'industria energetica alternativa, in grado di indebolire la dittatura di Putin e degli altri petro-nemici della democrazia.
Oggi, dopo l'invasione della Georgia, potremo fornire una conferma alle paranoie russe. Il nostro obbiettivo dovrebbe, invece, essere quello di minare, sul piano ambientale, l'elemento centrale della piuttosto primitiva ricchezza russa. Un programma energetico alternativo impone un radicale allontanamento dal dogma del libero mercato – un argomento ulteriore, questo, del perché la nuova politica non possa essere tradizionalmente conservatrice. Il salto politico dovrà essere verso sinistra.
Barack Obama ha recentemente parlato di una “economia verde”. La nuova politica estera ed energetica, tra loro integrate, dovrebbero sviluppare il medesimo concetto. La nuova politica estera deve essere la politica della “democrazia verde” – “verde” perché i carburanti fossili sono divenuti il motore della reazione, in tutto il mondo; e “democrazia” perché talvolta le guerre hanno una ragione e la guerra in Georgia, in definitiva, non ha altra ragione se non l'eredità del 1989.






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