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"L'ITALIA DEVE SVOLGERE UN RUOLO MAGGIORE
NELL'UNIONE PER IL MEDITERRANEO"

Intervista ad Arduino Paniccia, docente di Strategia ed Economia Internazionale presso l'Università di Trieste e consulente delle Nazioni Unite, autore di "La Pace armata" un libro discusso con i vertici dalla Nato. L’indebolimento della leadership sunnita è anche legato all’inizio del declino del petrolio. Sebbene il petrolio continuerà a essere usato per decine di anni, la sua influenza nel mondo globale sta cominciando a decrescere. A rafforzare questa prospettiva c’è la tendenza, ormai irreversibile dell’Occidente a cercare fonti energetiche alternative all’“oro nero”, a partire dal nucleare, che è dunque il futuro.

Data: 0000-00-00

A cura di Francesca Morandi


“La diplomazia tornerà a vincere nel Mediterraneo solo se l'Italia avrà un ruolo di primo piano nell'area”. Non ha dubbi Arduino Paniccia, docente di Strategia ed Economia Internazionale presso l'Università di Trieste e consulente delle Nazioni Unite, secondo il quale la neonata “Unione per il Mediterraneo non raggiungerà i risultati ai quali ambisce se negherà al nostro Paese il suo tradizionale ruolo di ponte verso il Nord Africa e il Medio Oriente”.

Autore di un recente libro “La Pace Armata”, che sta destando grande interesse negli ambienti diplomatici internazionali, Paniccia riconosce “il grande passo avanti compiuto con la creazione dell'Unione per il Mediterraneo, ma l'Italia avrebbe meritato un ruolo più incisivo” nell'organizzazione che punta a creare una cooperazione politica ed economica tra i Paesi dell'Europa del Sud e gli Stati extra-europei che si affacciano sul Mediterraneo, dalle coste africane fino al Vicino Oriente.

“Sicuramente Sarkozy è stato molto abile, la Francia ha riempito un vuoto lasciato dall'Unione europea e dagli Stati Uniti. Al di là di quello che avremmo potuto fare noi italiani, ora tutti gli amici europei devono capire che nessun lavoro diplomatico sarà efficace se il nostro Paese non avrà un ruolo adeguato perché è il Mediterraneo il mare nel quale l'Italia è immersa, dove la nostra Marina ha svolto attività di sicurezza encomiabili, dove è stato ed è enorme lo sforzo delle nostre Forze Armate che hanno partecipato a moltissime operazioni. L'Italia ha lavorato molto alla stabilizzazione del Mediterraneo e non è accettabile che si trovi in un ruolo marginale. Se questo avverrà si creerà un vuoto che comprometterà l'avvicinamento tra le due sponde del Mediterraneo”.

L'impegno italiano all'estero comprende un'area che va dai Balcani all'Africa fino al Medio Oriente, continenti che l'Unione per il Mediterraneo mira ad unire anche attraverso un'area di libero scambio, che intende includere Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia e Autorità nazionale palestinese. Il ruolo del nostro Paese è chiaramente fondamentale …

“L'Italia ha un ruolo storico e culturale che è fondamentale per il dialogo tra universi molto di distanti come quelli che si affacciano sul Mediterraneo. Per questo avremmo auspicato un maggiore ruolo dell'Italia all'interno dell'Unione per il Mediterraneo, anche considerando l'impegno delle nostre Forze Armate che da 15 anni operano nella ex Jugoslavia. Nell'area balcanica siamo stati noi italiani a inventare un modello che oggi fa parte delle strategia dell'Unione per il Mediterraneo. Il modello italiano, che ha contribuito ampiamente al processo di pace, ha agito su due fronti: da un lato abbiamo portato avanti operazioni di peace-keeping, dall'altro abbiamo operato a sostegno della ricostruzione proponendo un modello di cooperazione tra piccole e medie imprese che si è sviluppato in maniera molto soddisfacente in alcuni Paesi balcanici. Quello della ricostruzione è un aspetto si tende spesso a non valorizzare adeguatamente e che invece è importantissimo perché non basta riportare la pace ma bisogna anche ricreare il benessere. Altrimenti la pace ristabilita è fragile e rischia di rompersi alla prima occasione dando vita a conflitti interminabili”.
 

Crede che la creazione dell'Unione per il Mediterraneo, e dunque una rinnovata collaborazione tra le due sponde del Mediterraneo, possa contribuire alla soluzione del nucleare iraniano?

“No. Sarebbe già un risultato enorme, da parte dell'Unione per il Mediterraneo, risolvere l'annosa guerra tra israeliani e palestinesi, che è tra i suoi obiettivi. Al momento è invece impensabile che la neonata entità euro-mediterranea, che opera su scala regionale, possa portare a una soluzione del problema iraniano, che è di portata planetaria. Se l'Unione per il Mediterraneo riuscirà a risolvere la questione israelo-palestinese, che da 60 anni non trova soluzione, sarebbe in sé un grandissimo risultato. Anche a questo fine l'Italia gioca un ruolo importante. Gli equilibri in Libano sono necessari alla stabilità regionale e i nostri soldati, che sono presenti in maniera consistente nel Paese mediorientale, stanno contribuendo a questo scopo”.

La pace tra israeliani e palestinesi è davvero vicina come fanno pensare recenti incontri e dichiarazioni tra il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen?

“Una pace di trattato potrebbe essere vicina ma la pace vera, duratura, non è ancora all'orizzonte.  I Territori palestinesi sono divisi in due, la Cisgiordania è sotto il controllo dell'Anp mentre a Gaza è Hamas a tenere le redini del potere.  Non si tratterà certamente di una pace istantanea e che coprirà tutti i Territori, si avvierà invece un negoziato graduale, in un primo momento con l'Autorità nazionale palestinese e successivamente con Hamas. Si può quindi ipotizzare una pace diplomatica tra Israele e l'Anp, alla quale, si spera, segua quella con Hamas”.


La Siria è uscita dal gelo diplomatico e ha aperto a un canale di dialogo con Israele. Cosa ci può dire al riguardo?

“Quello della Siria è un mistero. E' infatti singolare che Damasco si presenti al tavolo diplomatico dopo molto tempo e proprio a pochi mesi da un presunto attacco israeliano a una sua base. Ragionando cinicamente dovremmo dire che l'attacco è servito a portare Israele e la Siria ai negoziati. Oppure dovremmo chiederci se l'attacco è effettivamente avvenuto. E' difficile dare ancora una risposta ma è certo che la Siria sta dando dei segnali che non aveva dato per lungo tempo e che oggi Damasco potrebbe essere un interlocutore importante nella costruzione di una stabilità nel Mediterraneo e nella trattativa per la pace tra israeliani e palestinesi”.
 

Se da un lato la diplomazia lavora e ottiene risultati, da un altro lato sembra essersi bloccata di fronte al problema del nucleare iraniano.  Nel suo ultimo libro “La Pace armata” parla molto dell'Iran quale fonte di destabilizzazione nell'area mediorientale con risvolti negativi sullo scenario mondiale. Ce ne vuole parlare?

“Quello iraniano è un problema planetario che va inquadrato nella giusta chiave strategica, ovvero l'inizio della fine dell'era del petrolio. Nell'ambito della dirigenza islamica araba musulmana si osservano grandi cambiamenti in atto che coinvolgono la leadership arabo-sunnita, legata al petrolio e che finora ha detenuto la primazia nell'area, e una crescente influenza di una nuova componente islamica, sciita, di cui l'Iran sta assumendo la guida e che si collega al nucleare. L'indebolimento della leadership sunnita è anche legato all'inizio del declino del petrolio. Sebbene il petrolio continuerà a essere usato per decine di anni, la sua influenza nel mondo globale sta cominciando a decrescere. A rafforzare questa prospettiva c'è la tendenza, ormai irreversibile dell'Occidente a cercare fonti energetiche alternative all'“oro nero”, a partire dal nucleare, che è dunque il futuro. Ragionando su questo quadro, ci si accorge che il problema del nucleare iraniano riguarda l'intero globo”.
 
Come si pone l'Occidente di fronte a questo scenario?

“L'Occidente sta a guardare perché non ha ancora elaborato una nuova ed efficace strategia. Negli ultimi dieci anni l'Occidente ha seguito una dottrina preventiva che ha dato dei risultati controproducenti. Oggi è alla ricerca di un'alternativa. Ora siamo inoltre in attesa di due eventi cruciali: chi sarà il prossimo presidente dell'unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti, e che cosa faranno gli europei di fronte ai problemi legati all'energia e al nucleare iraniano. Stiamo attraversando un momento di riflessione e attesa, al quale però dovrà seguire una nuova strategia”.
 

Nel suo libro rileva che l'Iran occupa una posizione strategica a nord del Golfo Persico ed è quindi in grado di minacciare i pozzi petroliferi dell'Arabia Saudita, Kuwait, Iraq e Emirati Arabi che insieme posseggono più della metà delle riserve petrolifere mondiali. Teheran controlla inoltre lo stretto di Hormuz dove transita il 40°%  delle esportazioni di petrolio e possiede il secondo più grande giacimento vergine di petrolio al mondo, stimato in 125.8 miliardi di barili, secondo solo a quello saudita (260 miliardi di barili). Quali considerazioni si possono fare sulla base di questi elementi?

“E' chiaro che l'Iran ha un grande peso nell'area mediorientale e nel mercato globale dell'energia. Il notevole potenziale estrattivo che possiede il Paese mediorientale rafforzerà inoltre il suo ruolo di protagonista in futuro, anche a fronte della prevista crescita della domanda cinese e indiana del 50% nei prossimi vent'anni. Il governo iraniano deve capire, e al momento non è così, che il suo compito fondamentale e più conveniente, è quello di contribuire alla pace e non alla destabilizzazione. Se la dirigenza iraniana capisse quanto importante potrebbe essere il suo ruolo a vantaggio della pace si attuerebbe un enorme cambiamento nell'assetto della globalizzazione. Dalle lunghe guerre nell'area mediorientale alle più recenti dichiarazioni del presidente Mahmoud Ahmadinejad non sembra, tuttavia, che questo sia l'obiettivo principale di Teheran. Le potenze mondiali devono far capire all'Iran che il suo posto è quello di una potenza regionale in un tavolo della pace e non del conflitto. Dicendo che Israele deve sparire dalla faccia della Terra, l'Iran va in direzione contraria  a questo obiettivo che conduce alla pace”.


L'Iran accusa Stati Uniti e Europa di averlo diplomaticamente isolato. E' vero?

“No, nessuno vuole che l'Iran sia isolato. Gli iraniani si sono auto-esclusi e questa non è una condizione vantaggiosa per l'Iran che potrebbe invece crescere come potenza nell'area e contribuire a gestire in maniera indolore il passaggio dall'era del petrolio a quella del nucleare. All'interno dell'Iran ci sono moderati che fanno questi ragionamenti ma la corrente riformista non è predominante nel Paese dove prevalgono i fondamentalisti”. 


Un eventuale intervento militare in Iran sarebbe determinato dalle preoccupazioni circa la sicurezza degli approvvigionamenti energetici dell'Occidente?

“Un eventuale conflitto in Iran sarebbe legato agli atteggiamenti  bellicosi e destabilizzanti di Teheran. Come sempre in Medio Oriente vi sarebbe però una sommatoria di elementi che comprendono obiettivi legati alla stabilizzazione dell'area e coinvolgenti settori diversi: militari, politici, sociali, economici e industriali. Nel caso dell'Iran alcuni obiettivi sono dichiarabili, come la minaccia posta dalla leadership integralista che ambisce ad armi atomiche, altri meno, come la presenza del petrolio nell'area e  il business di compagnie occidentali”.
 

Tornando al programma nucleare iraniano, è impensabile credere agli scopi pacifici professati da Teheran?

“Una volta che l'Iran arricchisce l'uranio, è veloce il passaggio dal nucleare civile a quello militare. E i rapporti internazionali non si possono basare sulla fiducia o sulle parole. Vi è anche il problema dei grandi Paesi asiatici che stanno alle spalle dell'Iran, il Pakistan, l'India e la Cina,  anch'essi armati fino ai denti di armi nucleari, e ai quali Teheran sta facendo da rifornitore energetico. La situazione è complessa e tocca gli equilibri globali".

Cosa intende per pace armata?

Il mio libro è stato discusso con lo Stato maggiore della Nato e con gli Stati Maggiori nazionali, sarà tradotto in inglese e discusso in numerosi sedi diplomatiche. Il concetto della “Pace armata” è quello di una pace da difendere. Nel mio scritto evidenzio come sia cambiato il concetto di guerra e dunque anche quello di pace. Oggi non assistiamo, come avveniva in passato, a una guerra mondiale ma a conflitti periferici condotti attraverso azioni di terrorismo e guerriglia. Di conseguenza è diventata in pratica impossibile una pace globale e duratura, la pace sognata dagli utopisti. Molta parte del mondo vive in pace ma in alcune aree del globo continueranno conflitti, anche vicino ai nostri confini. Il nostro compito è quello di difendere la pace che abbiamo conquistato, anche con l'uso delle armi quando occorre, e per questo si parla di “Pace armata”. L'obiettivo è quello di impedire che i  conflitti che esplodono nelle nostre periferie ci coinvolgano e ci facciano tornare nello stato di guerra”.   







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