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LA LEGA DELLE DEMOCRAZIE

L’idea di un concorso delle democrazie non è stata inventata dai Repubblicani ma dai Democratici americani e dagli internazionalisti liberali.

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Robert Kagan, The Financial Times

La tensione crescente tra Russia e Georgia, il ritorno del nazionalismo in Cina, in risposta alla condanna della repressione cinese in Tibet, la chiusura del regime birmano agli aiuti internazionali, la crisi in Darfur, il programma nucleare iraniano, la violenza del governo di Robert Mugabe in Zimbabwe – cosa credete che tenga svegli la notte gli opinionisti occidentali?

“Pericolo”, ammonisce un autorevole editorialista sulle colonne di questo giornale, paventando il rischio di una nuova guerra fredda. E non è, la sua, una voce isolata. Dai due lati dell'Atlantico, l'idea – riproposta con forza, l'anno scorso, dal senatore John McCain – è stata liquidata come irrealizzabile e dannosa. L'idea è quella di una nuova organizzazione internazionale, una Lega delle nazioni democratiche. Forse basta qualche osservazione per attenuare gli allarmismi.

L'idea di un concorso delle democrazie non è stata inventata dai Repubblicani ma dai Democratici americani e dagli internazionalisti liberali.

È stata Madeleine Albright, già Segretario di Stato ai tempi del Presidente Clinton, a proporla per la prima volta negli Anni 90. Più recentemente, è stata ripresa da Ivo Daalder, esperto di politica internazionale, nonché consulente di Barack Obama. E' stata promossa da Anne-Marie Slaughter, direttrice della Woodrow Wilson School alla Princeton University, e dal professor John Ikenberry, stimato teorico dell'internazionalismo liberale. Trova sostenitori anche in Europa. Tra questi, il Primo ministro danese, Anders Fogh Rasmussen, che ha di recente suggerito l'ipotesi di una « alleanza delle democrazie ».

Il fatto che il senatore McCain abbia fatto sua l'idea, la dice lunga sulla sua apertura intellettuale. Gli europei tuttavia dovrebbero smetterla di mettere mano alla pistola solo perché è il candidato repubblicano a proporla.

Agli internazionalisti liberali americani l'idea piace perché il suo obbiettivo è promuovere l'internazionalismo liberale. Ikenberry sostiene che un concorso delle democrazie possa aiutare a ri-ancorare gli Usa al consesso internazionale. Secondo Daalder potrebbe addirittura rafforzare l'influenza che esercitano a Washington gli stati democratici alleati degli Stati Uniti. E di questo è convinto anche McCain che, in un recente intervento, ha parlato della necessità che gli Usa non solo ascoltino gli alleati ma che accettino anche di seguirne i consigli.

La lega delle democrazie, inoltre, contribuirebbe a promuovere nelle relazioni internazionali gli ideali liberali. Nella comunità democratica si è già affacciato il principio della “responsabilità a proteggere”, che impone ai leader la responsabilità di dare conto del trattamento riservato al loro popolo.

Il Ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, ne ha proposto l'applicazione al caso della Birmania, qualora i generali continuassero a negare l'aiuto della comunità internazionale al popolo morente. Ma quel principio è rifiutato dalle Nazioni Unite, che, anche in altre circostanze, come il Darfur e il Kosovo, hanno negato l'intervento umanitario.

Il concorso delle democrazie dovrebbe allora sostituirsi all'Onu? Naturalmente no, non, almeno, più di quanto non facciano già il gruppo degli Otto grandi paesi industrializzati o gli altri organismi internazionali.
Le democrazie del mondo, però, potrebbero fare causa comune per intervenire nelle crisi umanitarie quando al Consiglio di Sicurezza dell'Onu fosse impossibile raggiungere l'unanimità.

Se questa ipotesi risultasse non realizzabile, allora si dovrebbe rimettere in causa anche il sistema che già oggi consente alla Nato, all'Unione europea e dalle altre organizzazioni regionali o internazionali, di intervenire – come hanno già fatto nel caso del Kosovo – e intraprendere azioni collettive nelle crisi in cui il Consiglio di Sicurezza risultasse paralizzato.

La differenza è che la lega delle Democrazie non si limiterebbe agli europei ed agli americani ma includerebbe le altri grandi democrazie del mondo, dall'India al Brasile, dal Giappone all'Australia, assicurandosi così anche una maggiore legittimità.
Tuttavia, è proprio questa globalità che spaventa gli europei, che temono di vedere indebolita la centralità dell'Europa.  La stessa preoccupazione che li vede restii ad estendere il Consiglio di Sicurezza al Giappone, all'India ed al Brasile. Ma questa è una visione poco lungimirante. Le nuove istituzioni dovrebbero riflettere la realtà globale. Maggiore è la solidarietà democratica nel mondo, maggiore sarebbe l'influenza dell'Europa democratica. C'è chi contesta la possibilità di stabilire quali nazioni meritino di essere definite democratiche. Un'obiezione, questa, che suona bizzarra se pronunciata dalla Ue, che è uno dei più esclusivi circoli delle democrazie che esista al mondo. Quando gli europei decidono se ammettere un nuovo stato membro non si mettono a elucubrare sul significato del concetto di « democrazia ». Adottano criteri rigorosi e precisi per decidere se un candidato all'ingresso sia o no una democrazia. Una nuova lega delle democrazie non dovrebbe far altro che copiare l'application form dell'Unione europea.

E' sufficiente la cooperazione tra nazioni democratiche per far nascere una nuova guerra fredda ? Questo è un modo allarmista di vedere le cose, ma è già in corso una certa competizione ideologica per far credere che sia così.

Il Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha osservato che « per la prima volta da anni, si sta sviluppando un contesto autenticamente competitivo nel mercato delle idee » tra diversi « sistemi di valori e modelli di sviluppo ». La buona notizia, a suo avviso, è che l'Occidente sta perdendo la sua egemonia nel processo di globalizzazione. Che sia vero o no, le democrazie non dovrebbero certo provare imbarazzo a prendere posizione in questa competizione. D'altra parte, nè Pechino né Mosca si attendono nulla di diverso.

Ed eccoci alla ragione per la quale non si deve temere la lega delle democrazie. Non verrà realizzata finché non lo vorranno le grandi democrazie del mondo. Non è un'idea che gli Stati Uniti possono imporre.


Robert Kagan è senior associate alla Carnegie Endowment for International Peace, senior transatlantic fellow al German Marshall Fund, e consulente del senatore John McCain. Il suo ultimo libro è The Return of History and the End of Dreams






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