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COME LA GUERRA IN IRAQ STA DISTRUGGENDO L’ECONOMIA

Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz discute con Foreign Policy delle recenti difficoltà di Wall Street, della montagna di debiti accumulati dall’America e di quanto sta costando ai contribuenti statunitensi la guerra in Iraq

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Foreign Policy: Cosa significa per il contribuente medio Usa dover pagare 3 trilioni (ossia 3 milioni di miliardi di dollari)?Joseph Stiglitz: Stiamo parlando di 25.000 dollari per famiglia, una cifra enorme che potrebbe essere stata calcolata per difetto. Tre trilioni di dollari rappresentano l'ammontare che il governo ammette di aver speso, ma credo ci siano spese aggiuntive da considerare, quali i costi sostenuti per dispiegare le truppe sul territorio o le assicurazioni pagate dal governo ai contractors attivi in Iraq. Tra l'altro, è importante sottolineare che le suddette assicurazioni non coprono le conseguenze da atti ostili. Dato che quasi tutti i contractors che subiscono danni periscono o rimangono feriti in azioni ostili, al governo rimane comunque l'onere del risarcimento. A spese dei contribuenti. E' solo un esempio di quanto si arduo confidare nella veridicità della cifra dichiarata dal governo, molto probabilmente sottostimata rispetto alla realtà.
 FP: Lei ha parlato di rifornimenti,  di disabilità e di cure per i veterani feriti. Esistono altre spese su cui generalmente si sorvola quando si parla delle guerre in Iraq ed in Afghanistan?Sul versante non budgetario dei costi, dobbiamo considerare che una famiglia su cinque ha avuto almeno qualcuno che ha riportato una seria disabilità e qualcun altro che ha dovuto occuparsene. La Guardia Nazionale ha richiamato diversi riservisti, costringendoli ad allontanarsi dalle loro case ed a interrompere le loro attività. Sono tutti fattori da considerare attentamente e che devono essere compensati.

FP: In che modo le spese militari aggravano la flessione economica che vive il Paese? FP: Cosa pensa del fatto che alla Bear Sterns ed alla Northern Rock siano state offerte delle scappatoie?JS: Voglio sottolineare due cose. La prima: al punto cui siamo arrivati la politica monetaria non sta rilanciando l'economia. L'unico modo in cui la politica monetaria può rimettere in moto l'economia è ricominciare a gonfiare la bolla immobiliare, cosa che nessuno può volere. Ciò che possiamo dire è che la politica monetaria in questa fase è inerte e che altro non si può fare se l'obbiettivo è di evitare ulteriori crolli.
La Fed perciò, in un certo senso, non ha avuto scelta. Tuttavia, essa non ha operato come avrebbe dovuto, ossia non ha minimizzato l'azzardo morale. Gli azionisti della Bear Stearns si appropriano di 1.2 miliardi di dollari e il rischio ricade sulle spalle dei contribuenti. E' inaccettabile.

FP: Cosa è possibile fare per prevenire le continue crisi di fiducia su i mercati globali?JS: Abbiamo bisogno di incentivi fiscali. Sul lungo periodo, il vero problema risiede nell'insufficiente investimento nelle infrastrutture. Il pacchetto di incentivi del governo arriva troppo tardi, non è sufficientemente cospicuo e non è adeguatamente congegnato. Stiamo parlando di 150 miliardi di dollari. Decisamente troppo poco e, considerando che le politiche governative necessiteranno di 6-9 mesi prima di avere qualche effetto, possiamo concludere che sono state varate con colpevole ritardo. Bush ha invitato la gente ad aspettare, un'ammissione implicita che ci aspetta un lungo periodo di sofferenza e difficoltà.

FP: Dovrebbe esserci un maggiore controllo nei confronti dei fondi sovrani? Un codice di condotta?JS: Il vero problema è la trasparenza. Soprattutto riguardo i fondi di investimento non convenzionali, gli hedge funds. Qualsiasi politica che si limiti a colpire i fondi sovrani senza preoccuparsi degli hedge funds rischia di essere inefficace, incoerente ed inconsistente. Questo perché oggi noi non sappiamo chi detiene gli hedge funds, cosicché è possibile che denaro passi da un fondo sovrano ad un hedge fund senza che alcuno se ne accorga.

 






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