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LE VITTORIE CHIAVE DEL SUPER TUESDAY

Obama si dichiara vincitore, McCain vede la Nomination

Data: 2008-02-07

Fabio Lucchini


David Plouffe non ha dubbi: “Barack Obama ha messo a segno una vittoria importante su Clinton nelle primarie. Dal Colorado allo Utah, dall'Ovest alla Georgia e l'Alabama al sud al giardino di Clinton in Connecticut, Obama ha mostrato che può ottenere l'appoggio di tutti gli americani, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dall'appartenenza politica.” Il direttore della campagna di Obama dimostra tutto il suo ottimismo ed i dati sembrano dargli ragione. L'emittente NBC stima che Obama avrà alla fine tra gli 840 e gli 849 delegati una decina più di Clinton, che presumibilmente otterrà tra gli 829 e gli 838 delegati. Il conteggio è lungi dal terminare, ma il verdetto della sfida monstre del 5 Febbraio è evidente: tra i democratici, un pareggio; tra i repubblicani, una bella affermazione di McCain, non un trionfo.

La gara è dunque ancora aperta. Hillary Clinton vince in California e conquista la maggioranza dei delegati in palio, ma Obama le strappa 13 Stati su 22 e  rimane in scia.  Il senatore dell'Illinois ha vinto, oltre che a casa propria, un po' ovunque. Gli Stati che lo hanno prescelto si distribuiscono a macchia di leopardo sulla mappa geografica d'America. Georgia, Missouri, Alabama, Connecticut, Minnesota, Delaware, Utah, North Dakota, Colorado, Kansas, Idaho e Alaska. Parlando ai suoi sostenitori a Chicago Obama ha scandito: “non dobbiamo aspettare i risultati finali di questa notte per comprendere che il nostro tempo è arrivato, che il nostro movimento è reale e che per l'America è giunto il momento di cambiare.”

 

Particolarmente significativa l'affermazione di Obama nel Missouri. Non tanto per il dato numerico (49% a 48), non tanto per il numero di delegati assegnati da questo Stato del Midwest (che verranno presumibilmente divisi equamente fra i due) e nemmeno per la sua consistenza demografica (6 milioni di abitanti circa). Il Missouri rappresenta un vero è proprio termometro in grado di misurare le chance di vittoria di un candidato. Da oltre un secolo chi vince da quelle parti diventa presidente. L'affermazione di Obama riveste quindi un significato simbolico di tutto rilievo, impreziosito dal fatto che il senatore dell'Illinois ha recuperato lo svantaggio di cinque punti percentuali che lo separavano dalla rivale nei sondaggi di poche ore prima del voto.

Obama ha sconfitto la Clinton di diecimila voti circa, affermandosi nelle città più popolose, Kansas City e St. Louis, nelle contee centrali di Cole e Boone ed in quella nord-occidentale di Nodaway, le ultime due caratterizzate da una cospicua presenza di studenti universitari. Dove Obama ha vinto, lo ha fatto molto nettamente e questo gli ha garantito il successo finale. Hillary Clinton, pur conquistando tutte le altre 100 contee del Missouri, non è riuscita infatti a recuperare lo svantaggio accumulato nelle aree urbane e nei campus. Il senatore dell'Illinois deve ringraziare quindi quelle fasce dell'elettorato che lo sostengono anche a livello nazionale e in questo senso il Missouri ha riconfermato la sua natura di “America in miniatura”, in grado di riprodurre nelle sue dinamiche interne gli umori politici prevalenti nel Paese. I più ricchi ed i più istruiti votano Obama, la classe medio-bassa la Clinton, il risultato è un sostanziale pareggio. Un'altra considerazione: le tematiche etniche e sessuali sono ormai entrate a far parte della campagna e in essa giocheranno un ruolo significativo, nonostante le dichiarazioni di segno opposto rilasciate a più riprese dai candidati, soprattutto prima dell'Iowa. Dopo la sconfitta in quello Stato, Hillary ha fatto appello alla base femminile del Partito, che l'ha premiata in New Hampshire. In South Carolina il trionfo oltre ogni più rosea aspettativa di Obama è legato anche al voto compatto degli afro-americani.

Oltre a riportare successi nella generalità delle consultazioni svolte con la formula del caucus, dove evidentemente l'entusiasmo di suoi sostenitori fa la differenza, un'altra affermazione di prestigio Obama l'ha ottenuta in Connecticut, uno degli Stati più facoltosi degli Stati Uniti. In California invece la Clinton ha resistito benissimo al recupero del senatore dell'Illinois, che i sondaggisti avevano previsto, distanziandolo di ben dieci punti. Le conseguenze di una sconfitta per la campagna dell'ex first lady sarebbero state incalcolabili. La California conferma che il voto ispanico continua a premiare la Clinton, frustrando i tentativi di Ted Kennedy di traghettarlo, almeno parzialmente, verso il suo nuovo protetto Obama. Un altro smacco alla potente, ma quanto influente?, famiglia bostoniana è stato inflitto dal largo successo della Clinton proprio in Massachusetts, la casa dei Kennedy e del candidato presidenziale 2004 John Kerry, anch'egli pro-Obama.

John McCain ha fatto incetta degli Stati più significativi (California e New York in primis), ma ha fallito lo sgambetto mortale a Romney in Massachusetts ed ha raggiunto in poche occasioni la fatidica soglia del 50%. Persino nella sua Arizona si è dovuto accontentare del 48%. La sua insomma è una maggioranza relativa, come testimoniano la sopravvivenza di Romney e la resurrezione di Huckabee. Importante la vittoria ottenuta da quest'ultimo in volata (+ 2 su McCain, + 4 su Romney) in Georgia, terzo Stato per numero di delegati assegnati nel Super Martedì dei repubblicani.

 

LE STRADE VERSO LA NOMINATION
Adam Nagourney del New York Times lancia l'allarme. Mentre I repubblicani sono quasi pronti, molti costretti, a scegliere il proprio candidato alla Casa Bianca, I democratici non sanno decidere e rischiano di dilaniarsi in un'interminabile lotta fratricida. John McCain pensava di avere un solo rivale, ora ne ha due, ma le sue possibilità di vittoria sembrano ciononostante aumentare. Huckabee toglie voti a Romney, non certo a Mac, ma segnala anche che la base del Partito, pur non amando il non affidabilissimo ex governatore del Massachusetts, resta recalcitrante all'idea di consegnare il proprio mandato all'attuale front-runner.

Huckabee è un'opportunità o una minaccia per McCain? Nagourney non ha dubbi. L'effetto Huckabee è duplice: da una lato, rende difficilissima la vita a Romney, dall'altro ritarda con le sue vittorie il momento dell'incoronazione ufficiale di Mac. Il che potrebbe star bene all'anziano senatore. Il predicatore dell'Arkansas concede a McCain il tempo necessario per lenire le ferite dei conservatives del GOP, che si rifiutano di riconoscergli la leadership. Un'opera di convincimento che sarà lunga ma necessaria. McCain non può vincere senza il sostegno dell'ala destra  e dei tradizionalisti del Partito. Finirebbe per essere travolto dall'entusiasmo che sta spingendo le candidature dei due duellanti democrats. Consapevole di ciò, il  senatore dell'Arizona sta vezzeggiando Huckabee, e forse gli proporrà la vice-presidenza qualora continuasse ad ottenere successi parziali e dunque a rallentare la rincorsa disperata di Romney. Il tempo per compattare i republicans non dovrebbe mancare. La lunga lotta che si preannuncia in casa democratica presumibilmente consentirà a McCain di insistere per strappare quantomeno una tregua a quanti continuano a negargli voto e fiducia all'interno del GOP. Ad esempio, l'influente James Dobson, leader evangelico vicino a George W. Bush, lo contrasta pervicacemente e si è già affrettato a dichiarare che in nessuna circostanza voterà per lui a Novembre. Dobson è molto conosciuto e rispettato dall'elettorato evangelico. Ci sarà molto da lavorare per Mac!

Se McCain deve consolidare e far accettare la sua posizione di netto favorito, Hillary Clinton ha problemi ben più contingenti. Il momentum sembra arridere ad Obama, sospinto da un entusiasm tale da poter stravolgere le gerarchie di partenza e da scardinare la macchina elettorale dei Clinton. Che infatti dà segni di cedimento, quantomeno economico. La Clinton è in difficoltà, ma dovrà resistere alla tentazione di uscire dalle secche attaccando a testa bassa il rivale, come le è già capitato di fare. L'obbiettivo per i democrats è decidere rapidamente, ma senza sfasciare il Partito. Da quest'ultimo punto di vista, i segnali sono incoraggianti. Dopo un mese trascorso a scoccarsi contro frecce avvelenate, a Los Angeles Clinton e Obama hanno ribadito che quel che conta è chiudere con l'Era Bush e che un democratico torni alla White House. Il problema della lunghezza dello scontro invece rimane. Il reduce vittorioso di uno scontro che si preannuncia campale avrà poi le risorse e le energie per azzannare un osso duro come John McCain?







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