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C'ERA UNA VOLTA L'ITALIA. RIFARE L'ITALIA
"IN DIFESA DELLA PROPORZIONALE" di Bettino Craxi

Con gli stessi argomenti di una facile quanto inascoltata profezia di Bettino Craxi di quindici anni fa, vengono oggi ripresentate le ragioni di un ritorno alla legge elettorale proporzionale. Non si tratta di "tornare indietro", ma di lasciare la strada sbagliata su cui l'Italia si era incamminata anni fa infilandosi in un vicolo cieco. E diventando povera. "C'era una volta l' Italia. Rifare l'Italia"

Data: 0000-00-00

di Bettino Craxi

L'introduzione del principio maggioritario nella legge elettorale avrebbe dovuto rinnovare il sistema politico ormai logorato dalle sconnessioni e dalle turbolenze alimentate dalla proporzionale pura. Si trattava in primo luogo della frantumazione delle forze e delle rappresentanze ritenuta la matrice e la responsabile prima dell'instabilità del sistema e della sua intrinseca fragilità. Per questo stato di cose qualcuno, inascoltato, anzi severamente redarguito proprio dagli stessi che misero poi nella fossa la proporzionale andava sollecitando da tempo la messa in atto di un rimedio. La proporzionale pura doveva essere corretta. Mantenendo fermo il principio proporzionalistico si poteva introdurre un argine del 5%. Uno schema grosso modo simile a quello vigente in Germania. Con un improvviso ed ancor oggi inspiegabile capovolgimento di posizione e di fronte, forze di ispirazione proporzionalistica, tanto per storia che per tradizione e cultura, abbracciavano invece il principio maggioritario sia pure con una correzione proporzionalistica. Sembravano convinti di aver scoperto per sé, per il proprio partito e per il sistema la soluzione a tutti i mali. L'effetto che si dichiarava di voler ottenere era innanzi tutto quello di una semplificazione degli schieramenti politici. Si ipotizzava quindi un'armonica fusione delle forze omogenee ed un accorpamento organico e coordinato delle forze affini. Ne sarebbe così sortito un ordito di tipo bipolare costituito da entità poliformi, unite programmaticamente e politicamente e, in tal modo, avviate verso un processo evolutivo anticipatore di un vero e proprio sistema bipartitico futuro. Campa cavallo. L'errore di fondo di questo modo di ragionare che di un colpo prevalse, travolgendo la resistenza dei gruppi proporzionalistici minoritari più coerenti ed in particolare dei socialisti (ma non tutti), di rifondazione comunista e del M.S.I., consisteva nell'attribuzione di miracolose capacità taumaturgiche ad una legge elettorale, oltrechè in una serie di calcoli tanto furbeschi quanto sbagliati. Le regole elettorali possono infatti introdurre e favorire modificazioni anche sostanziali di una realtà politica ma il loro effetto non può mai giungere fino al punto di cambiare la sua stessa natura, specie quando essa è saldamente radicata in una varietà di espressioni di antica origine, composte secondo realtà, consolidate ed integrate dalla base dialettica ma unitaria propria delle entità partitiche democratiche. Le conseguenze di questo modo di procedere, nonostante le esperienze tutt'altro che lineari in atto in altre democrazie europee, non si sono fatte attendere. Il complesso e variopinto bipolarismo nato con le prime elezioni maggioritarie è entrato in crisi quasi subito per le modificazioni e poi per le divisioni che all'interno dei "poli" si sono manifestate senza mezzi termini. Hanno agito fattori che nessuno poteva annullare giacché il parlamento eletto, secondo la Costituzione, rappresenta la nazione e risponde della sua condotta parlamentare solo al corpo elettorale e alla sovranità popolare. Si può gridare come si è fatto e come si continuerà a fare al "tradimento" di un impegno politico solennemente assunto e non rispettato. Ma queste "grida" non impediscono né il "tradimento" si compia, né che risulti costituzionalmente illegittimo. Né possono esse, "grida" peraltro contrastate da altre "grida", sostituirsi al giudizio del popolo sovrano. In luogo della tendenza all'accorpamento delle forze ed alla maggiore loro unità al loro interno ha preso piede il fenomeno esattamente contrario. Il numero dei partiti e delle formazioni politiche invece che ridursi , semplificando gli schieramenti. si è addirittura moltiplicato a vista d'occhio. In luogo di nuove unità si sono avute nuove divisione, nuovi distacchi, nuove scissioni. Alcune aperte, altre silenziose ed altre ancora, e non di poco conto, in via di maturazione. Lo schieramento politico, nella sua realtà concreta, contrariamente a ciò che si voleva e si auspicava, si è ulteriormente diviso e frantumato. La conflittualità politica dal canto suo, piuttosto che ridursi in favore della stabilità, considerata a ben giusta ragione un bene politico essenziale, non ha fatto altro che aumentare producendo il suo contrario e cioè la confusione, la babele dei linguaggi e l'instabilità. Le conseguenze temute da chi difese inutilmente, subendo anche la derisione imbecille, il principio della proporzionale, considerando come il più aderente alla effettiva realtà politica nazionale così come si era venuta storicamente configurando, si sono puntualmente verificate. Una buona rilettura degli atti di quel dibattito sarebbe a questo proposito quanto mai illuminante ed utile. In questo stato di cose che è molto probabilmente destinato a continuare, non è difficile prevedere l'esplodere anche di una conflittualità politica e sociale nuova, superiore ed esasperata che scaturirà dalla reazione delle forze organizzate o in via di organizzazione e di riorganizzazione, che sono e saranno tuttavia escluse da un'adeguata rappresentanza parlamentare. Allo stato attuale delle cose non è facile, anzi non è possibile porre a questa situazione un efficace rimedio. I poli quindi si agitano ma rischiano di presentarsi senza guide riconosciute e stabili. Essendo peraltro il frutto di numerosi aggregati di forze diverse, esse non se lo possono e non se lo potranno permettere. Se la cornice fosse costituita da un regime di tipo presidenziale, l'alea del rischio sarebbe di certo molto minore. Ma così non è. La loro base programmatica comune benché declamata, in realtà a tutt'oggi non c'è. Essa si presenta in ogni caso tutt'altro che chiarita e forse non è neppure possibile chiarirla data la distanza che, separa le posizione, per esempio, tra le forze di origine collettivistica e forze che si agitano nello sproloquio di un liberismo selvaggio, tra unitari tutti d'un pezzo e simpatizzanti federalisti, tra garantisti dello stato di diritto e piazzaioli forcaioli. Forse allora resterà più facile continuare ad agitare solo le formule esattamente così come si sta facendo in questo momento pur sapendo che si tratta di formule che nella loro sostanza valgono per quel che valgono. E tuttavia oggi sono proprio solo le formule che segnano il campo in lungo e in largo. E' di questo che si sente parlare e non di altro. Centrodestra contro centrosinistra con l'accompagnamento ripetitivo di polemiche "storicistiche" e "politicistiche" che si raccomandano spesso per la loro inesattezza e la loro mediocrità. Tornare all'idea di una proporzionale corretta tuttavia non è possibile, richiederebbe un dietrofront talmente drastico che nessuno dei rinnovatori è certamente disposto a fare. Si preferisce dire a bassa voce quello che sarebbe giusto e meglio fare ed escluderlo senza mezzi termini un minuto dopo, dovendosi pronunciare ad alta voce. Proseguire sulla strada del maggioritario integrale significherebbe finire su di un piano inclinato e porre le basi per una situazione ancora più caotica dell'attuale come non sarebbe difficile dimostrare. Forse la cosa migliore è lasciare le cose così come stanno, proporzionale alle regionali comprese, ed attendere che le esperienze in atto facciano il loro corso e che il nuovo ciclo ormai avviato percorra per intero il suo cammino. Tutto questo nella speranza che l'Italietta caotica che sta ormai sotto gli occhi di tutti non affondi ma riesca ugualmente a galleggiare con il favore ed il sostegno dell'antica "arte di arrangiarsi di italica tradizione e memoria. Certo si è che una legge elettorale improvvisata non è sufficiente per improvvisare una Seconda Repubblica.






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