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VERSO L'AFRICA. IL NEO-COLONIALISMO CINESE(1)

Dall’Africa all’America Latina, la Cina post comunista allarga la sua influenza economica e politica. Il modello di sviluppo cinese, con i suoi successi e le sue tragiche controindicazioni, si sta pericolosamente diffondendo a livello globale

Data: 2007-09-25

Fabio Lucchini

La Cina
sta crescendo impetuosamente e questa non è certo una novità. Presto affiancherà, e forse supererà, gli Stati Uniti nella gerarchia delle grandi potenze. Ci sono le condizioni perché si riproponga un assetto bipolare guidato da due superpotenze affiancate da alleati minori? Oppure la Cina mira semplicemente ad affiancarsi agli USA, all'Europa ed alle altre potenze emergenti nella costruzione di un mondo multipolare? Prematuro parlarne, ma Pechino si sta comunque attrezzando per costruire una solida rete di alleanze, o quantomeno una sfera di influenza, in quello che una volta era conosciuto come Terzo Mondo (ma è ancora lecito chiamarlo così?). All'interno di questa immensa area grigia la Cina potrebbe trovare una sponda che agevoli i suoi disegni strategici nel tentativo di alcune potenze regionali ostili agli Stati Uniti di ridare smalto al Movimento dei Non Allineati. Il Movimento ha origini illustri. A crearlo furono Josip Broz, conosciuto come Tito, Gamal Abdal Nasser e Jaharwahal Nehru (capi di stato di Jugoslavia, Egitto ed India) per dare una voce a quei paesi che non volevano schierarsi in un mondo diviso dalla Guerra Fredda. L'idea nacque nel 1955 a Bandung, cittadina dell'Indonesia, dove 29 paesi asiatici e africani si ritrovarono con lo scopo di tracciare una linea comune di azione e per superare la visione del mondo proposta dai paesi occidentali e dal blocco comunista.Erano quelli gli anni delle speranze di emancipazione, rivoluzionaria e non, di America Latina, Asia ed Africa e i paesi del Terzo Mondo guardavano alla Cina, che in quei mesi iniziava a staccarsi duramente dalle posizioni sovietiche, come all'esempio concreto che si poteva, si doveva, tentare una via alternativa per lo sviluppo. Gli anni successivi spazzarono via molti buoni propositi e si scoprì che le contraddizioni e le divisioni erano presenti anche dentro il Movimento: guerre tra poveri (l'Etiopia che stermina gli eritrei e combatte la Somalia), genocidi (l'Indonesia che occupa l'isola di Timor ed elimina decine di migliaia di abitanti), lotte tra paesi fratelli (l'India contro il Pakistan, la Cina contro l'India, l'Iraq contro l'Iran per citare gli scontri più clamorosi). Tutto ciò mise in seria difficoltà il Non Allineamento. In molti casi, esso servì da paravento ad alcune potenze regionali per il perseguimento dei propri interessi egemonici e, in genere, venne clamorosamente disatteso. Quasi tutti i paesi aderenti al Movimento dimostrarono infatti negli anni una certa vicinanza ad uno dei due schieramenti in cui si divideva il mondo durante la Guerra Fredda. Per molto tempo, il modello sovietico esercitò una forte attrazione su Asia, Africa ed America Latina. Poi tutto cambiò. Il Movimento dovette prendere atto della fine dell'URSS e del vuoto politico e strategico che si era creato nel mondo. Nel frattempo, l'impetuosa spinta economica di molti paesi del Terzo Mondo accanto all'accresciuta povertà di altri, la scomparsa dei grandi ideali di emancipazione e liberazione sostituiti dalle preoccupazioni finanziarie, i contrasti, spesso aspri, che dividevano gli stessi paesi Non Allineati, scalfirono ulteriormente la compattezza del Movimento e sembrarono condannarlo irrimediabilmente alla marginalità.

Musica per le orecchie di Pechino, che vede concretizzarsi la possibilità, se non di capeggiare una coalizione anti-americana, almeno di diventare un punto di riferimento, magari in sinergia/concorrenza con la Russia, per un vasto gruppo di paesi che si oppongono a quel che resta delle egemonia unipolare di Washington (the lonely superpower, la superpotenza solitaria). Al di là del graduale consolidamento della propria egemonia in Asia, uno degli aspetti più interessanti della strategia che la Cina post maoista sta mettendo in pratica per intensificare la sua influenza negli affari globali riguarda l'attenzione rivolta da Pechino alle dinamiche di due continenti (l'Africa e l'America Latina) che stanno lentamente uscendo dalla sfera d'influenza occidentale.Il recente viaggio del presidente cinese Hu Jintao in Africa, dal 30 gennaio al 10 febbraio 2007, ha riproposto il tema della strategia di Pechino in quel continente. Obbiettivo dei cinesi è quello di proporre e concludere affari reciprocamente vantaggiosi. Un elemento interessante per molti Paesi africani è che Pechino applica alla lettera principi di non ingerenza e di assenza di precondizioni nella concessione di crediti, prestiti e aiuti, e nella realizzazione di progetti comuni. A differenza del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale, i cinesi non vincolano il proprio impegno economico in Africa al rispetto di precetti di leale concorrenza o di virtuosi parametri macroeconomici. A differenza dell'Occidente, che di tanto in tanto mostra dei sussulti di coscienza in proposito, la Cina non ha inoltre nessuna intenzione di richiamare le controparti africane al rispetto di determinati standards di comportamento in tema di diritti umani e libertà civili. Richiami del genere peraltro risulterebbero particolarmente curiosi se provenienti dal pulpito cinese! In diverse circostanze, quando i succitati diritti sono stati flagrantemente violati dai dittatori africani, come Robert Mugabe in Zimbabwe ed Omar al-Bashir in Sudan, Pechino si è opposta in sede ONU a condanne e a sanzioni nei loro confronti.
L'interscambio Cina-Africa è salito dai 10 miliardi di dollari del 2000 ai 39,7 del 2005. Con previsione di 100 miliardi nel 2010. Nel 2006 Pechino ha cancellato 1,38 miliardi di dollari di debiti a favore di 31 paesi. Ulteriori tagli e/o cancellazioni sono stati decisi a favore di alcuni dei paesi visitati da Hu Jintao. Non solo. Nel novembre scorso la Cina ha promesso di stanziare 5 miliardi di dollari per prestiti e crediti da offrire nel 2007 ai partner africani, da raddoppiare nel 2010. Un altro punto a favore della Cina sono gli interventi in settori che gli occidentali hanno colpevolmente trascurato negli ultimi decenni e che potrebbero svolgere un ruolo importante nell'agevolare lo sviluppo economico dell'Africa, quali le infrastrutture, l'edilizia pubblica ed abitativa, la formazione in Cina di molte migliaia di quadri tecnici, ingegneri, medici, insegnanti ed i vasti programmi di assistenza sanitaria (vedi Piero Sinatti, Il Sole 24ore, 13/02/2007).
I critici parlano di neocolonialismo cinese. L'Africa esporta materie prime e importa beni cinesi per lo più di bassa qualità. Inoltre si riversa in Africa un'immigrazione consistente di forza di lavoro qualificata (ufficialmente si contano circa 100mila cinesi), ma anche di piccoli operatori, senza trasferimento di know how. I vantaggi occupazionali per le popolazioni locali sono limitati. Spesso, la concorrenza delle industrie cinesi provoca scontento ed induce alcuni paesi africani a rallentare il ritmo della cooperazione con Pechino in seguito a rimostranze interne.
Tuttavia, la Cina gode ancora di un larghissimo credito. È vista da molti come generoso donatore, che fronteggia anch'essa non pochi problemi di sottosviluppo e povertà. La Cina, ormai terzo partner dell'Africa, si avvicina sempre più agli europei in declino e agli americani in ascesa. Mentre sullo sfondo si stanno delineando i tentativi della Russia di entrare nel Grande Gioco africano.






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