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DIMENTICARE IL MEDIO ORIENTE

L'originale interpretazione di Edward Luttwak. L’attenzione rivolta alle vicende del Medio Oriente, un'area tutto sommato marginale, è sproporzionata: l’Occidente dovrebbe curarsi maggiormente di ciò che sta avvenendo altrove.

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di Fabio Lucchini

Culla della civiltà islamica, luogo di produzione e transito di buona parte delle risorse energetiche del pianeta e teatro di violenti e sanguinosi conflitti. Gli sviluppi della regione mediorientale sono  rimasti per tutta la seconda parte del XX secolo al centro dell'agenda politica delle grandi potenze e degli organismi multilaterali e vengono tuttora percepiti come cruciali per la salute dell'economia globale e per la stabilità politica internazionale. In effetti, il Medio Oriente è stato caratterizzato da una conflittualità continua. La Prima Guerra Mondiale ha risvegliato la regione dal torpore indotto dal lungo dominio ottomano ed ha messo in moto una serie di dinamiche conflittuali che si sono trascinate fino ai giorni nostri. La scoperta del petrolio tra le due guerre e l'insorgere conclamato del conflitto arabo-israeliano hanno trasformato il Medio Oriente, finalmente decolonizzato nel secondo dopoguerra, in una polveriera.
L'intrusione delle superpotenze all'epoca della Guerra Fredda non ha fatto altro che esacerbare le tensioni non solo tra Israele ed il mondo arabo, ma all'interno della stessa Umma (la comunità musulmana nel suo complesso) tra coloro che avevano aderito al modello proposto dall'URSS e quelli che, mantenendo forme di governo tradizionali, si erano allineati agli Stati Uniti. Le interferenze esterne hanno inoltre avuto l'effetto di esasperare le annose divisioni interne alla civiltà islamica tra sciiti e sunniti, tra modernizzatori e tradizionalisti, tra etnie dominanti e minoranze. L'utilizzo strumentale della causa palestinese da parte di molti governi arabi non ha fatto altro che impedire ogni forma di pacificazione duratura con Israele. A tal proposito, la svolta del 1967-1973 è stata significativa.
Dopo la Guerra dei Sei giorni i paesi arabi hanno compreso di non avere i mezzi per prevalere militarmente su Israele e si sono sostanzialmente rassegnati alla coesistenza con lo stato ebraico. D'altro canto nel 1973, in seguito alla guerra del Kippur, voluta dall'Egitto per recuperare territori e non per “gettare gli israeliani a mare” come precedentemente dichiarato, gli stati arabi hanno compreso come il ricatto energetico potesse costituire un utile strumento per indurre il mondo industrializzato ad una maggiore comprensione rispetto alle rivendicazioni palestinesi. Il 1973 rappresenta una cesura storica rilevante. Da allora ogni paventato stravolgimento dell'equilibrio dell'area ha generato preoccupazione in Occidente, e non solo, ed ha dato luogo ad un interessamento continuo rispetto alle dinamiche mediorientali. Il coinvolgimento delle grandi potenze nella guerra degli otto anni (1980-88) tra Iraq ed Iran, i due conflitti (1991 e 2003) condotti da coalizioni a guida anglo-americana contro l'Iraq di Saddam Hussein e il discontinuo impegno della comunità internazionale per risolvere il conflitto israelo-palestinese stanno a dimostrare quanto sia sentita la questione della stabilità mediorientale. La preoccupazione non è di natura prevalentemente umanitaria. Il timore è che l'area produca conflitti che, alimentando il terrorismo fondamentalista od interrompendo gli approvvigionamenti energetici, arrivino a minacciare la sicurezza delle nostre città.
Rispetto all'Iraq si sono consumate cruente spaccature tra Stati Uniti ed Europa, la questione iraniana inquieta le diplomazie occidentali, il conflitto israelo-palestinese sembra spesso sul punto di contagiare i paesi confinanti. Sul fatto che il Medio Oriente rappresenti un'area cruciale per gli interessi del mondo occidentale paiono non esserci dubbi, anche tra gli studiosi che, sempre più numerosi, si occupano del percorso storico che ha condotto all'attuale fase di conflittualità ed indagano la cultura politica islamica, considerandone la comprensione centrale per addivenire a soluzioni negoziate e per scongiurare il conflitto di civiltà preconizzato da un politologo di fama mondiale come Samuel Huntington.
Tuttavia, Edward Luttwak, Senior Fellow presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS) a Washington, uno studioso spesso pronto a spiazzare interlocutori e lettori con considerazioni politicamente scorrette, e talvolta discutibili, ritiene del tutto sproporzionato l'interesse mostrato da politici, media, studiosi e, conseguentemente, opinione pubblica rispetto alle vicende di un'area del mondo tutto sommato marginale. Luttwak in particolare sferza gli esperti di questioni mediorientali, accusandoli di prodursi ciclicamente in previsioni sbagliate e di non essere in grado di imparare dagli errori commessi in passato. Lo studioso americano, autorità riconosciuta a livello internazionale nel settore degli studi strategici, si propone, in un articolo pubblicato da Prospect, di svelare una serie di stereotipi che viziano, a suo dire, la comprensione delle dinamiche mediorientali. La conclusione è semplice quanto originale. L'attenzione rivolta al Medio Oriente è sproporzionata: l'Occidente dovrebbe curarsi maggiormente di ciò che sta avvenendo in altre aree del mondo. L'argomentare di Luttwak si propone di confutare una serie di nozioni che la maggior parte degli analisti considerano dati acquisiti, pietre miliari, da cui partire per comprendere gli sviluppi politici dell'area.
Innanzitutto, Luttwak respinge il catastrofismo che accompagna ogni recrudescenza del conflitto israelo-palestinese, caratterizzato invece da un ciclico oscillare tra momenti di tensione e di calma che, se non sono mai sfociati nella pace, raramente hanno dato luogo a conflitti campali e particolarmente sanguinosi. Avvalendosi di elementi contabili forse un poco macabri, Luttwak ricorda che i 100.000 morti causati dal conflitto tra israeliani e palestinesi dal 1921 ad oggi equivalgono alle vittime di una stagione di violenza in Darfur. Al di là delle considerazioni svolte a proposito della natura e dell'intensità del conflitto, lo studioso americano ritiene che dal punto di vista prettamente strategico lo stato di crisi tra Israele ed i palestinesi non dovrebbe essere motivo né di particolare interesse, né di preoccupazione per l'Occidente. La convinzione che la risoluzione del conflitto israelo-palestinese sia la chiave di volta per sopire i dissidi intra-musulmani e tra mondo islamico ed occidentale è discutibile. Quale influenza potrebbe avere un trattato di pace tra Israele ed Autorità Nazionale Palestinese sui conflitti  che oppongono islamici, cristiani, animisti e hindu dall'Africa all'Asia, passando per l'Europa? E che dire dell'annoso contrasto tra sunniti e sciiti che sta vivendo una nuova e cruenta fase in Iraq? La verità è, secondo Luttwak, che il Medio Oriente nel suo complesso ha perso gradualmente rilevanza dalla fine della Guerra Fredda. L'area è ancora la prima produttrice mondiale di petrolio, ma la sua percentuale sul totale sta diminuendo ed i paesi esportatori della regione sono troppo dipendenti dalle entrate petrolifere per potersi permettere di usare il greggio come arma negoziale verso i paesi industrializzati, come avevano fatto ai tempi del grande shock del 1973. Il rischio di perdere la principale fonte di entrate sarebbe troppo alto.
In secondo luogo, l'analista del CSIS stigmatizza la tendenza degli osservatori occidentali a sopravvalutare le capacità militari degli eserciti mediorientali. Da Gamal Abdal Nasser a Saddam Hussein, i leader arabi in prima linea nella lotta contro Israele e l'Occidente hanno avuto buon gioco nell'ingannare i cosiddetti esperti rispetto alla reale portata numerica degli eserciti al loro comando e degli armamenti in dotazione. Le sorprendenti sconfitte patite dagli eserciti arabi contro Israele negli anni Sessanta e Settanta e la disfatta dell'Iraq nel 1991, inaspettata nelle proporzioni dato che allora il paese era considerato la quarta potenza militare al mondo, stanno a dimostrare quanto fossero stati in precedenza sopravvalutati gli equipaggiamenti a loro disposizione, la loro disciplina e la loro preparazione bellica. Passando in rassegna le azioni di guerriglia, Luttwak, pur riconoscendo una certa abilità ai combattenti mediorientali in questo settore, ridimensiona il successo ottenuto da Hezbollah nei confronti di Israele nello scontro dell'estate scorsa.
Ora, il nuovo spauracchio del mondo occidentale pare essere l'Iran. Tuttavia, la consistenza del programma nucleare iraniano è tutta da verificare, nessuno può giurare sulla preparazione militare dei Guardiani della Rivoluzione e gli armamenti di Teheran non possono apparentemente preoccupare Washington o Gerusalemme. La stessa coesione del paese contro un eventuale attacco esterno deve essere testata, in quanto l'Iran non è etnicamente omogeneo e molti gruppi si oppongono, più o meno apertamente, al potere centrale. La stessa minaccia ai traffici nello Stretto di Hormuz, arteria vitale del Golfo Persico per lo smercio degli idrocarburi, che l'Iran potrebbe mettere in atto, sarebbe facilmente neutralizzata dalla presenza statunitense nell'area. Luttwak insomma non crede alla capacità iraniana di reagire, anche indirettamente tramite organizzazioni terroristiche sotto il suo controllo, ad un eventuale intervento coercitivo, deciso dall'ONU, dagli Stati Uniti o da Israele per ostacolare il suo temuto programma nucleare. La forza dell'Iran, come quella dell'Egitto nasseriano e dell'Iraq baathista, viene ingigantita a dismisura, ma si tratta di una forzatura. Secondo Luttwak, molti sono i motivi per non precipitare un attacco all'Iran, ma tra questi non vi è la pericolosità della reazione della Repubblica Islamica.
Ma il più grande errore prospettico ravvisato riguarda la mancata comprensione dell'impossibilità di scendere a patti con il mondo islamico. Che si tenti di imporre il way of thinking occidentale con la forza o tramite il dialogo, il risultato non potrà che essere frustrato. L'Islam è una civiltà complessa e totalizzante che non può accettare di ripensarsi secondo i canoni del liberalismo occidentale. Gli Stati Uniti potranno imporsi con le armi ai paesi mediorientali, ma mai riusciranno a convincere il mondo islamico ad accettare le proprie ricette politiche ed economiche. Provocatoriamente, Luttwak propone di lasciare il Medio Oriente alla sua storia, così come Francia ed Italia hanno fatto in passato con Corsica e Sicilia. Disinteressarsi di un'area improduttiva, demograficamente irrilevante e rivolta al suo grande passato politico, scientifico e culturale, ma incapace di affrontare la modernità. Dimenticarsi del Medio Oriente per stringere legami sempre più forti con quelle aree del mondo interamente rivolte al futuro, dove l'etica calvinista del lavoro alla base dell'industrializzazione capitalistica del mondo occidentale è stata accolta e rielaborata. La Cina, l'India e l'Asia Sud-Orientale saranno presto i nuovi centri del potere economico e politico ed è con essi che il mondo occidentale dovrà confrontarsi e rinegoziare il proprio ruolo sulla scena globale.
Luttwak rifiuta così ogni forma d'interventismo, unilaterale o all'insegna del multilateralismo, e suggerisce che il destino del Medio Oriente, e del mondo islamico in generale, sia di rimanere ai margini della globalizzazione e della modernità e che l'Occidente non dovrebbe fare nulla per impedire un tale esito. Né con la forza, né con il dialogo sarà possibile cambiare lo stato delle cose. Tuttavia, il politologo americano sembra dimenticare come le dinamiche messe in moto dalla globalizzazione stiano lavorando anche all'interno del mondo islamico. Forse l'effetto più virtuoso che il processo di globalizzazione sta generando è legato all'omogeneizzazione degli stili di vita e dei modi di pensare di buona parte della popolazione mondiale. La creazione di un'opinione pubblica globale, che condivida valori e principi, e non soltanto gusti e mode passeggere, e che favorisca la diffusione di pratiche di governo ispirate a criteri di efficienza e giustizia, è un obbiettivo che appare oggi  finalmente raggiungibile. Si tratta di un processo lungo e complicato che è nella sua fase embrionale e del cui esito positivo è lecito dubitare. Un processo al quale il mondo musulmano non è estraneo, sebbene vi partecipi con una certa riluttanza e con notevole ritardo. Prova ne sia il fatto che persino le autocrazie del Golfo Persico stanno compiendo qualche timidissimo passo verso la modernità ed il pluralismo. Per non parlare della contaminazione culturale in atto in Europa, dove milioni di musulmani vivono quotidianamente in un contesto libero dai condizionamenti e dalle limitazioni spesso sperimentate nei paesi di origine. Lasciare il Medio Oriente a sé stesso? Indesiderabile e, a meno di un'improbabile inversione del processo di globalizzazione in atto, estremamente improbabile. Favorire il lento ma promettente adattamento delle popolazioni musulmane, e di conseguenza dei loro governi, alla coscienza globale in formazione appare un'opzione preferibile.







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