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BLAIR E LA PACE IN IRLANDA

Nonostante i grandissimi risultati raggiunti negli anni del New Labour in tutti i campi possibili, economici, sociali, politici ed internazionali, il principale successo per cui la storia futura ricorderà Tony Blair sarà proprio la pacificazione dell’Irlanda dopo otto secoli di sangue e tragedia

Data: 0000-00-00

BLAIR E LA PACE IN IRLANDA

di Francesco Accursio

Di fronte a particolari avvenimenti internazionali la tentazione di indulgere all'aggettivo “storico” è a volte quasi irresistibile. Ma l'uso di tale aggettivo è un esercizio spesso molto pericoloso.
Troppe sono infatti le svolte “storiche” che col senno di poi hanno lasciato situazioni immutate se non aggravate. Basti pensare alla ventata terroristica abbattutasi su Israele negli anni immediatamente successivi alla famosa stretta di mano tra Rabin e Arafat, o alle condizioni di agibilità politica e al livello di democrazia presenti oggi in Russia dopo la storica caduta del Muro di Berlino.
Tuttavia è innegabile che quello che sta avvenendo in Irlanda del Nord nel volgere di poche settimane non ha precedenti nel passato ed è destinato a cambiare, probabilmente per sempre, la vicenda di quella tragica e stupenda terra iniziando a sanare ferite ed ingiustizie che si trascinano da secoli.
I due irriducibili nemici e capi indiscussi delle relative fazioni, dopo le elezioni, si sono seduti allo stesso tavolo, cosa che non era mai accaduta prima e hanno accettato di dar vita a un governo di coalizione.
Da una parte il reverendo Ian Paisley e dall'altra Jerry Adams; più che due leader politici, due icone, due simboli viventi.
L'ottantunenne reverendo Paisley è il fondatore e leader assoluto del DUP (Democratic Unionist Party) che raccoglie la grande maggioranza dell'elettorato protestante. Il “grande vecchio” dell'unionismo è chiamato “Mister no” perché da sempre rifiuta totalmente qualunque trattativa o mediazione con la controparte repubblicana e cattolica dell'Ulster. La sua intransigenza è spesso sfociata nel fanatismo cieco.
Cominciò a far parlare di sé nel 1963, quando organizzò una protesta di piazza contro la decisione del comune di Belfast di abbassare la bandiera a mezz'asta in occasione della morte di Papa Giovanni XXIII da lui definito “l'anticristo di Roma”. Un uomo di roccia che non ha mai deviato di un millimetro.
Esorta i suoi seguaci a non rivolgere nemmeno la parola ai cattolici e la sua posizione estremistica ha messo in imbarazzo per decenni lo stesso governo di Londra.
Con questo curriculum è ovvio che Paisley agli occhi dei cattolici rappresenti il simbolo stesso dell'arroganza protestante e che allo stesso tempo rappresenti un mito per gli unionisti più duri che, da queste parti, sono più monarchici e nazionalisti della regina Elisabetta.
Di fronte a lui il giovanile e carismatico Jerry Adams, uomo di punta dello Sinn Fein fin dagli anni dell'università. Lo Sinn Fein – fondato nel 1905 – (nome che in gaelico significa “noi soli”) è il partito che rappresenta storicamente e quasi incarna fisicamente la lotta per l'indipendenza d'Irlanda e che è da sempre più o meno ufficialmente la sponda politica dell'IRA. L'IRA è la formazione militare composta unicamente da volontari e nata all'inizio del novecento che sostenne negli anni '10 e '20 del secolo scorso lo scontro militare contro la Gran Bretagna e che dopo l'indipendenza raggiunta nel 1921, continuò a “combattere” praticando anche il terrorismo, nelle sei contee del Nord, rimaste sotto la corona. Ciò perché lo Sinn Fein non ha mai riconosciuto la “partition”, cioè l'accordo di pace con Londra che divideva l'Irlanda in due concedendo l'indipendenza alle ventisei contee che oggi costituiscono la repubblica e mantenendo nel Regno Unito le sei contee del Nord, in pratica quelle dove più vitale era l'economia e più marcata la presenza protestante.
Jerry Adams, invece, è anche uomo d'immagine, è di bell'aspetto, è famoso in tutto il mondo fin dagli anni '70 dei sanguinosi “troubles” (eufemismo tutto irlandese per definire 30 anni di guerra civile che ha causato oltre tremilacinquecento morti e decine di migliaia di feriti).
Sa sorridere e piace ai media, ma è anch'egli un duro.
E' stato detenuto nel famigerato carcere speciale di Maze e pur negando di aver mai imbracciato le armi non ha mai sconfessato apertamente la pratica della lotta armata fino al 1998.
Ha saputo però affrontare la sfida dei tempi e coglierne pragmaticamente le opportunità. Ha siglato, inimicandosi anche le frange più estremistiche dell'IRA, i fondamentali accordi di pace del Venerdì Santo del 1998, e ha saputo gettando sul tavolo il suo indiscusso prestigio e la sua tenacia convincere l'IRA nel luglio del 2005 a proclamare conclusa la lotta armata.
Queste due scelte sono quelle che hanno portato alla svolta clamorosa ora in atto: un governo di coalizione (in Italia si direbbe di unità nazionale) composto dai duri e puri del reverendo Paisley, che diventerà Primo Ministro, e gli irriducibili repubblicani dello Sinn Fein che esprimerà il vice premier nella persona di Marty Mc Guinness che fu, oltre che esponente politico del partito anche ex comandante di una brigata dell'IRA negli anni più caldi a Derry, città dove gli scontri raggiunsero l'apice.
Nel nuovo gabinetto uno spazio, anche se limitato, verrà lasciato agli altri due partiti, sia quello unionista moderato, l'Ulster Unionist party, che avrà i ministeri di Salute e Lavoro, sia quello cattolico moderato cui andrà il ministero dello Sviluppo Sociale.
A differenza dei tentativi di mettere in piedi forme di condivisione del potere da parte delle due comunità, regolarmente naufragati nel passato, l'impressione è che questa volta il nuovo governo possa realmente durare e iniziare a cambiare per sempre i rapporti tra le due fazioni in questa tribolata provincia. Proprio perché è formato e sostenuto dai leader stessi dei due partiti più intransigenti e non dai gruppi moderati, minori e di secondo piano, in fondo malleabili, come nei tentativi del 2000 e del 2002.
Ma perché ora è stato possibile realizzare quello che solo pochissimi anni fa sarebbe stato assolutamente impensabile?
L'Irlanda è un paese dove la storia scorre lenta e dove anche gli avvenimenti del ‘600 e ‘700 sembrano ancora d'attualità.
Nei pub dell'Ulster gira sempre la vecchia storiella del comandante dell'aereo che, prima di atterrare all'aeroporto di Belfast, prega i passeggeri di spostare la lancetta dell'orologio indietro di tre secoli.
Tuttavia, anche nell'immutabile Irlanda, sempre uguale a se stessa, negli ultimi quindici anni si sono innescati processi sociali, politici ed economici, che, combinati tra loro, hanno repentinamente e irreversibilmente mutato lo scenario.
In primo luogo il boom economico che, sviluppatosi nel Paese all'inizio degli anni '90, ha trasformato l'Irlanda da una nazione sostanzialmente agricola ed arretrata, con un'economia stagnante, nello Stato con la maggior crescita economica dell'Occidente. La “Tigre Celtica” è cresciuta per quindici anni ininterrottamente a ritmi che non hanno nulla da invidiare a quelli della nuova Cina. La travolgente crescita dell'economia ha risvegliato il Paese di colpo, ha favorito il cosiddetto “Rinascimento irlandese” nelle lettere e nelle arti, creato nuove mode, nuovi consumi e nuovi stili di vita, dato un ruolo nuovo alle donne e una imprevista consapevolezza di sé ai giovani.
I venti-trentenni di oggi, ha detto lo scrittore dublinese Joseph O' Connor, sono la prima generazione d'irlandesi che non ha conosciuto una sconfitta.
Tutto ciò ha cambiato anche l'Ulster, che per la prima volta si è trovato a dover rincorrere il resto del paese e a guardare Dublino con ammirata attenzione anziché con sufficienza e superiorità. E oggi anche nel Nord i figli del benessere hanno più voglia di godersi le nuove opportunità che di aderire a gruppi paramilitari.
Va anche considerato che oggi, come dovunque, l'influenza della chiesa e del clero, sia cattolico che protestante, è minore rispetto al passato; la conseguenza di ciò è il diminuire del settarismo confessionale dei giovani.
Oltre a tutto, in questo mondo di inarrestabile e progressiva globalizzazione, vedere come un pericoloso alieno qualcuno che parla la tua stessa lingua e magari abita a tre isolati da casa tua, risulta sempre meno comprensibile.
Una considerazione a parte la merita poi la questione demografica. Nell'isola di Irlanda, considerata nel suo insieme senza divisioni o frontiere, i fedeli del culto anglicano (proveniente dall'Inghilterra) e presbiteriano (proveniente dalla Scozia), messi insieme, in buona sostanza i protestanti, sono una piccola minoranza, anche perché nonostante secoli di pressioni gli irlandesi sono rimasti sempre ferventemente cattolici e la riforma protestante non fu dunque mai un movimento autoctono ma qualcosa di proveniente dalla Gran Bretagna.
Ma la stragrande maggioranza dei protestanti è concentrata nel nord-est d'Irlanda e questo è appunto il principale motivo per cui tale parte del Paese non venne coinvolta nell'accordo che mise fine alla guerra anglo-irlandese iniziata dopo la Rivolta di Pasqua del 1916, facendo nascere nel 1921 uno stato autonomo con capitale Dublino.
Tuttavia anche nell'Ulster su una popolazione di circa un milione e seicentomila abitanti la maggioranza protestante, un tempo superiore al 65%, si è nei decenni ridotta sensibilmente e con gli attuali trend demografici i cattolici saranno numericamente prevalenti in un arco non lunghissimo di anni.
Anche il rigetto assoluto e convinto dei metodi terroristici ormai condiviso da tutto l'Occidente (non era così purtroppo negli anni '70 oltre che in Irlanda anche in Italia, Germania, Spagna e nella Corsica francese) maturato particolarmente in seguito all'attacco dell'11 settembre e a tutti i successivi attacchi di Al Qaeda, ha reso sempre più inaccettabile anche agli occhi degli intransigenti lo spargimento di sangue innocente a sostegno di fini politici.
Ma tutti questi elementi culturali, economici e storici non avrebbero potuto esercitare un effetto così rapido e dirompente se non si fossero innestati in una cornice politica favorevole e completamente nuova. E il creatore, tenace e paziente, convinto e convincente, di questo rinnovato quadro politico è stato Tony Blair. Egli, nei lunghi anni del suo governo, ha saputo trasmettere, all'Irlanda e agli irlandesi tutti, un'immagine della Gran Bretagna completamente rinnovata e, per così dire, quasi rivoluzionaria.
Per gli irlandesi, l'Inghilterra, fin dai tempi delle sanguinose spedizioni di Cromwell del XVII sec., è apparsa come l'invasore da respingere, lo sfruttatore da cui liberarsi, il colonialista da scacciare. E gli agenti materiali di tale sfruttamento coloniale erano i loro coloni che espropriavano e dominavano per conto di Londra che sarebbero in definitiva gli antenati dei protestanti unionisti di oggi.
Per gli unionisti, invece, il Regno Unito ha sempre rappresentato, oltre alla patria, il garante e il gendarme di uno status quo che li vedeva classe dirigente al comando dell'economia e delle istituzioni in una specie di dominio eterno e immutabile.
Ancora negli anni '80, con i governi Thatcher, questa impostazione era chiara ed esplicita.
Con Tony Blair la Gran Bretagna si è liberata da questa visione faziosa e settaria e si è posta con forza come fautrice della convivenza, dell'integrazione delle due comunità e della uguaglianza di diritti e doveri di fronte alla legge per tutti i cittadini e per la prima volta nella storia ha saputo mettersi, quando necessario, anche contro gli unionisti su questioni spinose come la partecipazione dei cattolici alle forze di polizia e l'acceso alla magistratura e alle alte cariche della pubblica amministrazione.
Con una Gran Bretagna in posizione finalmente super partes anche i cattolici hanno sentito meno ostili le istituzioni e di conseguenza meno impossibile l'accordo con gli unionisti, così come gli unionisti hanno capito che il loro monopolio totale del potere non sarebbe più stato avvallato da Londra.
Ora l'Irlanda del Nord, sospinta e incoraggiata su questa strada dal governo britannico e dai suoi generosi finanziamenti, entra in una nuova fase di cooperazione e di convivenza pacifica tra le due comunità che, sebbene ancora sostanzialmente divise nella vita di tutti i giorni, stanno sicuramente imboccando una via che a nostro giudizio risulterà irreversibile.
“Non c'è bisogno che cattolici e protestanti si amino – ha scritto Nuala O'Faolain, nota autrice irlandese – l'importante è che comincino a convivere”.
Certo non va dimenticato, nella ricerca del “lieto fine” a tutti costi, che in prospettiva gli obiettivi delle due comunità del Nord Irlanda restano divergenti: per gli unionisti condividere il potere con repubblicani radicali e addirittura con ex ufficiali dell'IRA è il limite estremo e invalicabile di apertura possibile; per i cattolici repubblicani l'obiettivo finale non può che restare un'Irlanda unita e indipendente con capitale Dublino. Tuttavia indietro non sarà più possibile tornare.
Per questo crediamo che con ogni probabilità, nonostante i grandissimi risultati raggiunti negli anni del New Labour in tutti i campi possibili, economici, sociali, politici ed internazionali, il principale successo per cui la storia futura ricorderà Tony Blair sarà proprio la pacificazione dell'Irlanda dopo otto secoli di sangue e tragedia.

Per ulteriori approfondimenti:
Peacemaking in Northern Ireland: a model for conflict resolution?
      






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