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QUEL POMERIGGIO A CASA DI TULLIA ZEVI. IL PSI ACCETTA LA NATO

La testimonianza della “Signora del centro sinistra”. Arthur Schlesinger e Pietro Nenni ricordano che fu proprio nella casa romana di Tullia Zevi che i socialisti “vennero sdoganati” per entrare di lì a un anno nel Governo.

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 di Stefano Carluccio

“Mi fa piacere parlare con lei, ma per quale giornale scrive?”. Per Critica Sociale, spiego, iniziando una telefonata che si protrarrà per un paio d'ore con Tullia Zevi. “Avete ripreso le pubblicazioni? E' una vecchia rivista, lo sa?”. Purtroppo (e per fortuna) non le abbiamo mai interrotte, ma la testimonianza che cerchiamo è quella della “Signora del centro sinistra”, perché sia Arthur Schlesinger che Pietro Nenni ricordano che fu proprio nella casa romana di Tullia Zevi, allora in via Nomentana, che i socialisti, come lei stessa dice, “vennero sdoganati” per entrare di lì a un anno nel Governo. E' il 90° anniversario della nascita di Kennedy e a nostro modo vorremmo rendere un omaggio, visto che la sua Nuova Frontiera rese possibile un governo riformista all'Italia del boom.

“Ne ho parlato pochi giorni fa con Giuliano Vassalli che è venuto a trovarmi, una persona splendida come non ce ne sono forse più. Come gli dissi, e lo dico anche a lei, organizzai un incontro con un po' di socialisti e con Arthur Schlesinger, mio carissimo e vecchio amico, quasi d'infanzia, che era inviato dal Presidente Kennedy per sondare il terreno sulla possibilità di un allargamento al PSI della maggioranza parlamentare. Gli americani temevano questa eventualità per via degli stretti legami ancora recenti tra comunisti e socialisti, ma io che conoscevo personalmente molti di loro, rassicurai Schlesinger che non avrebbero mai mangiato i bambini, né fatto venire i cosacchi ad abbeverarsi sul Tevere.

Devo dire, sissignore, che quell'incontro a casa mia dette il via ad una svolta nella storia italiana, proprio come racconta nel suo libro Schlesinger in “Quel pomeriggio a casa Zevi” che è il titolo di un capitolo dedicato appositamente alla indagine dell'Amministrazione americana sui rischi e i vantaggi di un centrosinistra in Italia ed in particolare a quel lungo incontro e alle sue impressioni”. Pietro Nenni appunta sul suo Diario quotidiano la data del 21 febbraio 1962: “Il nostro ospite si è detto fiducioso sull'avvenire immediato della pace. Ha preso atto - scrive Nenni - che noi non mettiamo in discussione l'adesione alla NATO, ma la politica della NATO. Stringendomi la mano per il commiato ha espresso l'augurio che io vada presto in America dove, ha detto, molti desiderano conoscermi”.

La svolta in questione non era una cosa di poco conto, ma una vera e propria “eresia” sia per la sinistra che per la destra di allora. A suo modo era una rottura del “bipolarismo” uscito dalle elezioni del '48, una rottura resa possibile dalla svolta autonomista del PSI dopo i fatti d'Ungheria. “Sì precisa - Tullia Zevi - ma Nenni faceva fatica a sostenere nello suo stesso partito la linea del centro sinistra, perché Togliatti, che influiva molto all'interno del PSI, era assolutamente contrario. Occorreva dare una mano a Nenni e pensai semplicemente di farlo incontrare con il mio vecchio amico conosciuto a Parigi negli anni dell'emigrazione antifascista, a cui tutta la mia famiglia dovette partecipare a seguito delle leggi razziali, e che ora si trovava a collaborare con il Presidente degli Stati Uniti. Ero convinta di due idee semplici: che conosciuti i socialisti che volevano la svolta, gli USA avrebbe capito meglio la situazione, e che se si voleva rendere autonomi i socialisti dai comunisti quale soluzione migliore avrebbe potuto esserci che farli partecipare direttamente al governo?”.

Il trauma da affrontare, anche emotivamente, deve essere stato scioccante. Come se, per ipotesi, un pezzo dell'Ulivo oggi voltasse le spalle, si fa per dire, ai maggiorenti dell'ex PCI e desse vita ad una coalizione con Forza Italia, ecc. Sembra fantascienza. Ebbene in quel “pomeriggio a casa Zevi” la “fantascienza” personificata da leader come Pietro Nenni, Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi e Fernando Santi (“Questi li ricordo presenti alla riunione, ma erano sette od otto”, dice la Zevi) parlava a tu per tu con uno degli “uomini della Nuova Frontiera” (come lo stesso Schlesinger aveva chiamato il gruppo all'interno dell'Amministrazione con cui si batteva in accordo con il Presidente per superare il “veto Eisenhower” verso il PSI) nel tentativo di allargare le basi della Democrazia in Italia e del consenso alla NATO e per rafforzare, con un legame atlantico più saldo, la sicurezza dell'Occidente.

Questo succedeva all'acme della guerra fredda, surriscaldata fino a temere il peggio dalla crisi dei missili a Cuba e dal Muro a Berlino e Nenni aveva restituito il “premio Stalin” appena cinque anni prima. Anche Kennedy dimostrava di avere fegato. “Schlesinger era inviato da Kennedy in Europa per verificare non solo in Italia le possibilità della formula di centro sinistra.

La riunione, per quanto impegnativa, ebbe un lato comico per tutta la sua durata, perché questi socialisti erano sì molto interessati a conoscere un rappresentante del Governo USA, tuttavia non facevano altro che alzarsi a turno per andare al telefono. Arthur divertito mi chiese cosa stava succedendo, sembrava – osservò – un gioco delle sedie quando si è scelti per andare a ballare. Gli spiegai che proprio in quelle ore si stava formando il nuovo Governo e quelle assenze temporanee erano dovute alle consultazioni per fare la lista dei ministri. Schlesingher ne rimase divertito per tutto il tempo e ogni volta che squillava il telefono”.

L' impegno a dare della sinistra democratica un'immagine positiva agli americani, in un certo senso continuava lo sforzo che Tullia Zevi col marito Bruno e con altri emigrati antifascisti negli USA dovettero affrontare alla vigilia della Seconda Guerra: “Un po' semplicisticamente gli americani vedevano in Mussolini l'uomo forte che aveva rimesso ordine in Italia e bloccato il bolscevismo. Peraltro lo stesso fascismo ebbe grande attenzione alla propaganda verso gli emigrati in America da cui trasse quintali d'oro con la raccolta delle fedi nuziali per finanziare gli armamenti.

Gli italo americani erano i “wops”(sembra dal napoletano “Guappi”), come dispregiativamente erano chiamati negli USA, erano negletti ed emarginati, colle scarpe grosse. E il fascismo in molti casi faceva presa tra loro, perché ridava in qualche modo un onore nazionale, di comunità.

Con Cianca, Garosci, Tarchiani e mio marito, provenivamo da Giustizia e libertà. Ero molto amica della vedova di Rosselli e della mamma Amelia, facemmo assieme il viaggio in nave dall'Europa agli Stati Uniti. Assieme ad altri repubblicani, socialisti e qualche liberale aderimmo al Partito d'azione e pubblicavamo in America i “Quaderni italiani di Giustizia e Libertà”. Ci stampava un vecchio anarchico, Aldino Feliciani, che aveva acquistato le macchine tipografiche per sostenere la campagna a favore di Sacco e Vanzetti, poi giustiziati, e che stampava “controcorrente” per Gaetano Salvemini nella sua tipografia di Boston.

Rimasi negli USA per sei, sette anni studiando al Radcliff College, la sezione femminile, se si può dire così, di Harvard. Erano parecchi gli anarchici legati al gruppo di Bresci in America. Ed erano considerati pericolosi sovversivi. Impiegammo non pochi sforzi per far capire agli americani la vera appunto durante una celebrazione del capodanno, mentre ero al tavolo con alcuni amici, Natoli, Sergio De Benedetti, Bruno Pontecorvo ed altri, tutti presi in un'animata discussione, mi arriva un biglietto da un tavolo con due studenti solitari uno dei quali era Schlesinger che così mi invitava a ballare. Gli risposi di no, poiché ero, come allora si diceva, “una ragazza di buona famiglia”. Lui mi rispose con un altro biglietto con cui si scusava secondo il suo punto di vista americano: se non accettavo di ballare significava che ero incinta! E infatti mi scrisse che aveva visto il mio viso , ma non la mia condizione e dunque mi porgeva le sue scuse e i suoi auguri. Ci incrociammo all'uscita, ci salutammo.

In tutto questo tempo non ci perdemmo mai di vista, con Schlesinger.

Mio padre, a Milano, frequentava in Galleria, dalla parte della Scala, la libreria Baldini &Castoldi, assieme ad un gruppetto di liberali per riunioni cospirative. Tra questi c'era Toscanini, e quando il Maestro venne malmenato dai fascisti all'uscita dal Teatro per essersi rifiutato di fare eseguire, dopo la Marcia Reale, anche l'inno fascista, entrambi decisero assieme di venire via dall'Italia lo stesso giorno seguente, immediatamente.

Così andammo a Parigi e poi negli USA. E così conobbi Schlesinger potendolo invitare a casa mia,  







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