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"QUANDO INCONTRAI NENNI PER CONTO DI J.F.KENNEDY"

La preziosa testimonianza dell'allora assistente personale del Presidente degli Stati Uniti sulla battaglia che assieme condussero sia nell'Amministrazone americana, sia verso le resistenze presenti in Italia all'"apertura" - come si chiamava - per l'ingresso del PSI di Nenni al governo. La caduta del veto ereditato da Eisenhower e le rassicurazioni sulla scelta autonomista dal PCI e filo Nato del leader socialista.

Data: 0000-00-00

di Arthur Schlesinger jr.

Il mio interesse per le vicende italiane risale a molti anni fa. Nel 1929 mio padre, che allora era direttore della Facoltà di storia alla Harvard University, invitò Gaetano Salvemini a tenere un corso di lezioni per un semestre. Salvemini accettò, venne ad Harvard dove divenne un caro amico dei miei genitori e assiduo frequentatore della nostra casa durante la mia giovinezza. Egli fu sempre gentile con noi. Da Salvemini io ricevetti i primi rudimenti di politica italiana.
Salvemini era un uomo meraviglioso, un figlio appassionato dell'Illuminismo, se ciò non è una contraddizione in termini, inflessibile nel suo disprezzo per le dottrine totalitarie del fascismo e del comunismo, intransigente nella sua devozione a “Giustizia e Libertà”. Quando tornò in Italia, dopo la guerra, io volevo fargli visita a Sorrento ed ascoltare le sue affascinanti riflessioni sul passato e sul futuro dell'Italia.Durante la guerra ero stato ufficiale dei servizi segreti e avevo avuto occasione di entrare in contatto con la Resistenza italiana. Come molti altri della intellighentia anglo-americana, io guardavo con speranza al Partito d'Azione negli anni post-bellici. Allorché questa speranza svanì, sentimmo, negli anni '50, una certa affinità con Giuseppe Saragat e i social-democratici. E seguimmo con interesse l'evoluzione del Psi durante la leadership di Pietro Nenni.La mia prima impressione fu che Nenni fosse al servizio dei comunisti. Ma rimasi piuttosto colpito dalla convinzione di alcuni leader del Partito laburista britannico che Nenni si potesse redimere. In verità, la questione Nenni emerse nel 1953 nel corso di una cena, in una sala riservata alla House of Commons, a cui io partecipai.In quella occasione, Richard Crossman, arguto e distinto deputato laburista, difese Nenni dall'attacco di Arthur Koestler, il quale sosteneva che la “morbidezza” laburista verso Nenni avrebbe potuto portare alla resa dell'Italia ai comunisti. La discussione divenne così accesa che Koestler chiamò sua moglie e uscì drammaticamente dalla stanza – gesto, questo, reso meno grave dal fatto che i Koestler, che non vivevano a Londra, erano ospiti dei Crossman. Anche l'ambasciata americana a Roma, governata dalla imperiosa Clare Booth Luce, vedeva Nenni come uno strumento dei comunisti. Quando Nenni, a metà degli anni '50 cominciò a prendere le distanze dal Pci e iniziarono a Roma i colloqui su di una “apertura a sinistra”, l'amministrazione Eisenhower impose il veto americano sulla partecipazione del Psi ad un governo italiano.Visitai spesso l'Italia negli anni '50 e incontrai numerose personalità politiche a casa di una mia vecchia amica italiana, la giornalista Tullia Zevi, che avevo conosciuto a Parigi nel 1939. A casa sua vidi, per la prima volta, Nenni. Lungi dall'essere il personaggio malevolo dipinto dall'ambasciata americana, io lo trovai un uomo geniale e fondamentalmente democratico.Non incontrai Nenni spesso né ebbi l'opportunità di conoscerlo a fondo anche perché nessuno di noi due aveva una buona conoscenza della lingua dell'altro, tuttavia, con l'aiuto di interpreti, avemmo, nel corso di molti anni, una serie di colloqui sulla situazione politica italiana.Nel 1961 io cominciai a lavorare per l'amministrazione Kennedy in qualità di segretario particolare del Presidente. Robert Komer, del Consiglio di sicurezza nazionale, condivideva la mia opinione che il veto di Eisenhower su un governo di centro-sinistra fosse un terribile errore, e decidemmo che avremmo fatto il possibile per eliminare tale veto. Anche il presidente Kennedy condivideva questo obiettivo. Quando nel 1961, il primo ministro Fanfani si recò in visita ufficiale a Washington, Kennedy colse l'occasione per mostrare una certa simpatia per “l'apertura”.Il messaggio fu trasmesso al Dipartimento di Stato, e questo, in un governo nazionale, sarebbe dovuto bastare. Ma John Foster Dulles, segretario di Stato durante l'amministrazione Eisenhower, aveva lasciato la sua ipoteca sul Dipartimento, promuovendo i membri più rigidi e reazionari del Foreign Service. L'esempio più evidente di ciò, era Outerbridge Horsey, vice responsabile della missione presso l'ambasciata statunitense a Roma. Horsey sosteneva che “l'apertura” era “una trappola pericolosa” che avrebbe portato alla neutralizzazione dell'Italia e ad “una tremenda spinta in avanti del comunismo in Europa occidentale”. Horsey tentò persino di punire un giovane funzionario del Foreign Service, che aveva osato sottoporre il caso “dell'apertura” all'ambasciatore americano, un amabile uomo d'affari californiano che era succeduto alla temibile signora Luce.Averell Harriman, giunto a Roma come ambasciatore di Kennedy, restaurò la carriera del giovane diplomatico e tornò a Washington come sostenitore “dell'apertura”.Ma Harriman divenne ben presto vice segretario per l'Estremo Oriente e, quindi, fu dispensato dalle questioni europee. Il settore Italia al Dipartimento di Stato si schierò vigorosamente dietro la posizione di Horsey e, per un certo periodo, ignorò ed ostacolò la Casa Bianca.Nel febbraio 1962 mi recai a Roma ed ebbi un lungo colloquio con Nenni nella casa di Tullia Zevi. Io dissi che Washington era favorevole alla prospettiva di un governo socialmente progressista in Italia ma si interrogava sulle conseguenze “dell'apertura” in politica estera. Nenni rispose sottolineando il suo disaccordo con i comunisti e la tradizione neutralista del Psi. Per neutralità egli intendeva la conservazione dell'equilibrio europeo esistente; e, poiché l'uscita dell'Italia dalla Nato avrebbe disturbato quell'equilibrio, Nenni si sarebbe opposto a tale atto, considerandolo non neutrale. Tesi ingegnosa. Finito l'incontro, Ugo La Malfa, che era stato presente, mi prese da parte e mi disse: “Io conosco i vostri timori riguardo la politica estera, ma non dovete preoccuparvi, noi siamo attenti quanto voi, e possiamo assicurarvi che non succederà nulla”. Tuttavia la politica estera non era predominante nella testa della gente, la vera preoccupazione era di rompere l'immobilismo e rimettere in moto la società italiana. A Washington, Komer ed io continuammo a discutere sul fatto che un governo di centro-sinistra avrebbe isolato i comunisti, promosso le riforme sociali e avrebbe avviato il processo di democratizzazione richiesto dalla classe operaia. Nel fare ciò avevamo via libera da parte del Presidente. Ma Kennedy, che già aveva diversi problemi con il Dipartimento di Stato, non considerava la composizione del governo italiano una questione prioritaria, e riteneva di non poter combattere il Dipartimento di Stato su tutti i fronti. Così egli diede a me e a Komer la “licenza di caccia” ma non usò le sue armi per avere il sopravvento sulla burocrazia del Dipartimento di Stato.La battaglia continuò e la nostra frustrazione aumentò. Cito una frase tratta dal memorandum che inviai, nell'ottobre 1962, a Mc George Bundy, consigliere per la Sicurezza nazionale: “Come ricorderà, la Casa Bianca è stata impegnata per anni nello sforzo di persuadere il Dipartimento di Stato che un atteggiamento di simpatia verso i socialisti di Nenni sarebbe favorevole agli interessi degli Stati Uniti e della democrazia occidentale.






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